Intervista a Michele Burgio
VEDO UN’ISOLA, LA SICILIA, CHE NON HA SCONFITTO COSA NOSTRA
di BARBARA MONTEVERDI

Michele Burgio, siciliano di nascita, è stato ricercatore universitario di linguistica, onomastica e comunicazione e per molti anni ha fatto un severo lavoro di approfondimento che lo ha aiutato ad avere un approccio molto rigoroso anche occupandosi di letteratura come autore. Oggi insegna alle scuole serali, attività che gli permette di avere tempo per leggere e scrivere con agio e impegno.
Oltre a Il fumo e l’incenso, sua ultima opera con la quale partecipa al Premio Dario Crapanzano in corso, ha pubblicato Altro da Palermo, Mondo è stato, Favi amari. Il lungo viaggio del cantastorie Nonò Salamone.
Questa la sua intervista per i lettori de La Bottega del Giallo
Michele benvenuto sul nostro giornale e grazie. Vogliamo cominciare questa breve intervista proprio dalla prima cosa che vediamo del tuo libro pubblicato quest’anno? La copertina. Ho saputo che è stata il frutto di una scelta molto elaborata. Ce ne vuoi parlare? Ti succede sempre di impegnarti in prima persona nella scelta grafica dei tuoi lavori?
Assolutamente no. In genere la copertina è scelta dall’editore e perciò non ho mai proposto o suggerito nulla. In questo caso, l’ufficio grafico ha fatto numerose proposte sulle quali mi sono confrontato con l’intera squadra editoriale. Alla fine quella di Anita Merconchini ha messo tutti d’accordo perché è evocativa e non esplicita, è gialla ma non aggredisce, cattura l’occhio senza tramortirlo.
Adesso passiamo al cuore del libro: nonostante sia un giallo duro che parla di mafia, di gioventù di droga, di sesso, di ipocrisia e vigliaccheria, c’è un aspetto ironico rappresentato dalle anziane vicine, le “zie” che commentano ciò che accade e quando azzannano l’osso non lo lasciano più. Le hai inserite nel racconto per alleggerire la tensione o perché rappresentano davvero uno spaccato sociale?
Le “zie”, come si chiamano in Sicilia le anziane, non sono così lontane dalla realtà. Io sono cresciuto in mezzo a loro, le conosco benissimo e le amo nella loro infallibile fallibilità. Non sanno niente ma non ignorano ciò che serve, travisano le parole ma intuiscono i fatti, sono sempre sole ma conoscono tutti. Mi sono divertito a ricavargli un ruolo di coro greco: stanno lì, dal loro terrazzino partecipano dei sentimenti di ognuno e custodiscono il nucleo delle verità universali, tenendosi a grande distanza dall’effettivo accadere dei fatti.
Il tuo giallo è scritto in italiano, eppure si sente una cantilena dialettale sottotraccia. Come sei riuscito a ricreare la musicalità siciliana?
Sono cresciuto in un piccolo paese dell’entroterra, in una famiglia in cui nonni dialettofoni guerreggiavano con genitori dialettofobi: questo, unito a una breve ma intensa carriera accademica tra i venti e trentacinque anni, ha radicato in me un’attenta consapevolezza linguistica. La mia lingua è l’italiano ma nella costruzione della frase e soprattutto nei dialoghi, la prosodia (quella che appunto tu identifichi come “musicalità”) veste il romanzo di siciliano.
Questo è un romanzo severo, non c’è un finale sereno. Il tuo sguardo sul futuro della Sicilia e dell’Italia tutta è proprio così sconsolato? Non credi esistano forze civili che possano risollevare la nostra società?
Non ne vedo. Tu sì? L’Italia e il mondo hanno i loro problemi – enormi e diversi, per carità -, ma io penso alla Sicilia, perché è qui che sto. Vivo in una città, Palermo, che non riesce neanche a celebrare con serenità Falcone e Borsellino perché in troppi portano ancora il fardello della responsabilità del loro isolamento. Vedo un’isola, la Sicilia, che non ha sconfitto Cosa Nostra ma che non ha capito come si sia in effetti riorganizzata, quale ne sia la struttura, come vengano reclutati gli affiliati. Per fortuna, chi tra le istituzioni è chiamato a contrastare la mafia non è più in costante pericolo di vita, ma non so come interpretare questo fatto. Leggo decine di pubblicazioni, approfondimenti, dibattiti su quanto accaduto trent’anni fa (agenda rossa, trattativa, i padrini storici) ma quasi nulla su cosa succede oggi. La nostra classe politica è sostanzialmente immutata, basta guardare chi ci governa; la coscienza civile è ai minimi storici. Alla presentazione dei miei libri registro un’età media di partecipazione di sessant’anni. Se poi provi a dibattere su questi temi nell’aula di una scuola media, di un istituto tecnico o di un corso universitario in studi storici, ti ritroverai di fronte allo stesso identico muro di studenti disinteressati o con conoscenze vaghe e confuse. Come si può, con queste premesse, essere ottimisti?