Intervista a Massimiliano Governi
ALCUNI PERSONAGGI SONO UNA VERA OSSESSIONE PER ME
di BARBARA MONTEVERDI

Massimiliano Governi potrebbe quasi essere definito un uomo rinascimentale per le sue indiscusse capacità in molteplici aspetti dell’arte e della cultura e per i suoi indubbi successi. Scrittore colto, sceneggiatore di serie televisive di successo, curatore di collane, ha dimostrato negli anni di sapersi conquistare l’attenzione di un pubblico esigente e attento. Il suo ultimo romanzo Il pronipote di Salgari edito da Baldini+Castoldi è stato finalista al Premio Viareggio 2025 ed è candidato al Premio Dario Crapanzano – La Bottega del Giallo Award. Questa la sua intervista alla nostra Barbara Monteverdi.
Buona lettura
Leggendo il tuo romanzo si intuisce che la curiosità è senza dubbio una caratteristica importante del tuo carattere. Quanto rappresenta un pregio e quanto un difetto?
Non direi di essere un curioso, forse lo sembro, ma anche da ragazzo non sono mai stato il tipo che si metteva a ascoltare discorsi o i famosi “racconti di vita” o le storielle di viaggio. Certi viaggi assurdi di miei amici scrittori in monasteri buddisti in Giappone non l’ho quasi sentiti, ma quando nei Vagabondi del Dharma, Japhy, il poeta spaccalegna buddista amico di Ray Smith iniziava a parlare delle sue storie sulla Montagna fredda o sul Picco della Desolazione, ecco che assorbivo ogni parola di quel racconto e mi ossessionavo e andavo a cercare quei luoghi sulla cartina geografica ed ero completamente dominato da quelle storie. Ancora ripenso a Japhy e a quel suo posto di vedetta sul Monte del Cratere che gli avevano assegnato, alla sua solitudine zen. Ancora cerco di immaginarmi la capanna di Jack Duluoz nei boschi di Big Sur e quella terrificante scarpata rocciosa. Mi interessano più i personaggi delle persone vere. È brutto da dirsi ma è così.
Il pronipote di Salgari è una galoppata frenetica tra le vite di molti personaggi, distanti per modo d’essere e nel tempo. Come hai annodato le loro vite nella tua mente, per riuscire a scriverne?
Appunto, erano alcuni di quei personaggi che mi ossessionavano da anni: Bud Cort, Franco Lucentini, Pitigrilli, Enzo Carella, Federico Caffè, il ragazzino sequestrato al Circeo negli anni ‘70. E poi si è infilato per ultimo il pronipote di Salgari, Romero junior, che nell’84 ha ucciso una portalettere in pensione e che ha un po’ legato tutto. Come, non lo so nemmeno io, ma si sono agganciati tutti naturalmente, senza forzature. O almeno credo.
Hai veramente amato Salgari in gioventù, o sei stato soprattutto affascinato dall’onda nera che ha perseguitato la sua famiglia?
Ha iniziato a leggermelo mio padre quando ero bambino, partendo stranamente proprio dal ciclo delle Filippine (di cui fanno parte Le stragi delle Filippine e Il fiore delle perle) che hanno come protagonista il giovane piantatore meticcio Romero Ruiz. Da grande poi non ho più preso in mano un libro di Emilio Salgari finché non mi è capitata sotto agli occhi quella storiaccia accaduta nel 1984. Era una domenica di novembre del 2022, e da quel momento ho cominciato a interessarmi all’albero genealogico malato della sua famiglia.
Il tuo libro mi ha ricordato un po’ Ferrovie del Messico nella sua struttura a scatole cinesi. È un caso, o ti era piaciuta l’idea e hai realizzato un tuo “racconto infinito”?
Più di 20 anni fa ho letto Un romanzetto canaglia di Roberto Bolaño pubblicato da Sellerio, che poi Adelphi ha fatto diventare Un romanzetto lumpen (tra l’altro il libro è ambientato a Roma, a via Germanico, di fianco a un ristorante dove vado da anni). Da lì ho cominciato a leggere tutto di Bolaño, che aveva uno stile tutto diverso dal mio, lui aggiungeva, io toglievo. Ma dentro di me mi ero detto che un giorno avrei scritto un libro così. Gian Marco Griffi si capisce che ha studiato a fondo Bolaño e Juan Rulfo. Ferrovie del Messico naturalmente l’ho letto, ma uno dei miei riferimenti letterari per questo romanzo è stato Bolaño: ho mantenuto quella promessa che mi ero fatto. Aggiungere, ampliare, non togliere, non ridurre.
Ciò che apprezzi maggiormente nei tuoi libri, lo riscontri anche nei lettori o scopri delle differenze?
Non so, non credo che i miei interessi e le mie ossessioni coincidano con quelli della maggior parte dei lettori. Adesso per esempio mi sto dedicando a scrittori americani sconosciuti che hanno pubblicato un solo (grande) libro. A chi importa di questi narratori del West Virginia o del New Messico morti soli e dimenticati? A me sì, molto.