Intervista a Paola Barbato
LE CIRCOSTANZE MODELLANO IL NOSTRO DESTINO
di MANUEL FIGLIOLINI

Affermata autrice di romanzi nel panorama italiano e non solo. Sceneggiatrice per Sergio Bonelli Editore, innumerevoli albi di Dylan Dog vantano la sua firma ma anche degli albi fuori serie. In occasione nel suo romanzo edito da Neri Pozza “La torre d’avorio” ha rilasciato un’intervista al nostro Manuel Figliolini.
Oggi “La torre d’avorio” è una condizione metafisica di distacco dalla realtà, ma nella Bibbia la “Turris eburnea” è l’inavvicibilità alla persona. Lo stesso termine che con il tempo e l’uso ha cambiato prospettiva. In quale significato si colloca la torre d’avorio di Mara Paladini e qual era per Paola Barbato l’intenzione all’inizio della stesura della storia?
Forse il mio punto di partenza è stato più prosaico, ovvero quello di Meg Ryan che in “Harry, ti presento Sally” dice: “Sono troppo strutturata e chiusa in una torre d’avorio”. Un’auto-reclusione, quindi, rendersi inavvicinabile non per superiorità ma per scelta. Che è ciò che la mia protagonista fa, chiudendosi in una struttura che, per citare un’altra serie tv, “Sharp Objects” è fatta di zanne, quindi di denti, una parte intima e a tratti disgustosa di ogni essere vivente. Non evoca nulla di piacevole.
Maria Grazia, senza dubbio, perché è il personaggio che più di tutti mi assomiglia. Se quello di Moira è un “raptus” (termine che scientificamente non significa nulla, in realtà) per escalation, Maria Grazia ha un “raptus” per accumulo, per compressione. ecco, io vivo in una compressione analoga e temo sempre un mio scoppio d’ira o una perdita di controllo. Per questo, la presenza di Maria Grazia è lesinata.
Gli uomini de “La Torre d’avorio” sono invece dei fari che illuminano le protagoniste nell’oscurità dei loro destini, ma sono allo stesso tempo il loro destino. Jerry, Luigi, Luca sono emotivamente forti, vittime e co-protagonisti delle storie delle donne che hanno scelto di amare. Dal romanzo esce prepotentemente il connubio amore-dolore, come è riuscita a raccontare due sentimenti così vicini e opposti senza cadere nella retorica e nelle frasi fatte?
Io non credo negli assoluti, anche quando leggo dei più efferati casi di cronaca non bollo il carnefice come “mostro” e la vittima come “innocente”, perché farei un torto a entrambi e a me stessa. Le circostanze modellano il nostro destino molto più della nostra volontà. Non dico che sia tutto ineluttabile, ma che il caso, o il caos, hanno un ruolo determinante. Questi uomini si trovano tangenti al caos delle donne che amano e diventano talora l’innesco della loro esplosione. Succede, ogni tragedia ha una vittima, un carnefice e miriadi di vittime collaterali, costrette loro malgrado a continuare delle esistenze che sono state deviate, esattamente come quelle dei protagonisti. Non c’è spazio per la retorica, nella vita vera.
“IT” di Stephen King.
Chi non ha letto il romanzo, non potrà capire questa ultima e futile domanda, ma se qualcuno le dicesse “clic”, lei a cosa penserebbe?
Che io sto per cambiare.