Parte oggi il blogtour per il nuovo Darkside di Fazi, “Il villaggio perduto” di Camilla Stern. Un thriller che ha scalato le classifiche mondiali e che finalmente viene pubblicato anche in Italia.

Vi ricordiamo che in omaggio con l’acquisto di questo romanzo potete avere “Il quaderno degli enigmi” di Darkside by Fazi.

TRAMA

Alice Lindstedt è una giovane regista di documentari costretta a barcamenarsi con la precarietà. C’è una storia, nascosta da qualche parte nelle crepe del passato, che la ossessiona da sempre. Nell’estate del 1959 il piccolo villaggio minerario di Silvertjärn è stato teatro di un evento inspiegabile: i suoi novecento abitanti sono svaniti nel nulla, lasciandosi dietro soltanto una città fantasma, il cadavere di una donna lapidata nella piazza del paese e una neonata di pochi giorni abbandonata sui banchi della scuola. Nonostante le indagini e le perlustrazioni a tappeto della polizia, non si è mai trovata alcuna traccia dei residenti, né alcun indizio sul loro destino. La nonna di Alice viveva nel villaggio, e tutta la sua famiglia è scomparsa insieme a loro. Le domande senza risposta sono troppe, e Alice decide di realizzare un documentario per ricostruire ciò che è realmente accaduto. Insieme a una troupe di amici si reca sul posto per i primi sopralluoghi: ben presto capiranno che non sarà così facile tornare indietro.

ESTRATTO

19 agosto 1959

Era un pomeriggio di agosto talmente soffocante che neppure l’aria che entrava dai finestrini abbassati riusciva a mitigare la calura dentro l’abitacolo. Albin si era tolto il berretto e lasciava penzolare il braccio all’esterno, attento a non sfiorare con la mano la carrozzeria bollente. 

«Quanto manca?», tornò a chiedere a Gustaf. 

Gustaf gli rispose con un grugnito. Albin lo interpretò come un invito a consultare la mappa, se ci teneva tanto a saperlo. L’aveva già fatto. Non era mai stato nella cittadina verso cui erano diretti, troppo piccola per ospitare un ospedale e perfino una sta zione di polizia. Era poco più grande di un villaggio. 

Silvertjärn. Chi aveva mai sentito parlare di Silvertjärn, a quei tempi? 

Stava per chiedere al collega se ci fosse mai stato, ma prima ancora di aprire la bocca ci ripensò. Gustaf non era un tipo loquace neppure nelle condizioni migliori, Albin l’aveva capito. Erano quasi due anni che lavoravano insieme, e non era mai riuscito a strappargli più di qualche parola di fila. 

Gustaf rallentò leggermente e guardò la mappa posizionata tra loro, poi svoltò in modo brusco a sinistra, imboccando una strada sterrata tra gli alberi che Albin quasi non aveva notato. Fu sbalzato in avanti sul sedile e per poco il berretto non volò fuori dal finestrino. 

«Credi che troveremo qualcosa, qui?», domandò, e rimase stupito quando Gustaf rispose: «Lo sa il demonio». 

Incoraggiato, Albin proseguì: «Mah, a me sembra più che altro l’impresa di due balordi che hanno alzato un po’ troppo il gomito. Non vale neanche il costo della benzina per arrivare a destinazione». 

La strada era stretta e sconnessa, e Albin doveva reggersi alle maniglie per non rimbalzare sul sedile. Fuori, i tronchi degli alberi svettavano su entrambi i lati del veicolo. I pochi spicchi di cielo che riusciva a scorgere erano di un azzurro abbagliante. Il viaggio sembrava non finire mai. 

Poi il bosco cominciò a diradarsi. 

Silvertjärn somigliava al piccolo villaggio operaio in cui era cresciuto Albin. Sicuramente c’era una miniera o una fabbrica dove tutti gli uomini del villaggio lavoravano. Era un luogo piacevole, modesto, con graziose casette disposte a schiera, un fiumiciattolo che si snodava attraverso il centro abitato e una chiesa intonacata di bianco, il cui campanile svettava e luccicava al sole agostano. 

Gustaf frenò all’improvviso, facendo arrestare la macchina. 

Albin lo guardò.
La fronte del collega era attraversata da profondi solchi. Le guance mal rasate penzolavano dal viso rassegnato.
«Lo senti?», chiese ad Albin.
Qualcosa nella sua voce fece sì che Albin si fermasse e tendesse l’orecchio.
«Sento cosa?», domandò. L’unico rumore che percepiva era il borbottio del motore.
Si erano fermati a un incrocio. Non c’era nulla di particolare: una casa gialla alla loro destra, con dei fiori semiappassiti sui gradini d’ingresso, e un’altra quasi identica, ma rossa e con gli spigoli bianchi, alla loro sinistra. 

«Niente», disse Gustaf. Fu il tono grave della sua voce a far capire ad Albin cosa intendesse dire. 

Non che stesse sentendo qualcosa.
Anzi, non sentiva proprio nulla.
Il silenzio era assoluto.
Erano le quattro e mezzo di un mercoledì pomeriggio di tarda estate in un piccolo centro in mezzo ai boschi. Perché nessun bambino stava giocando in giardino? Perché nessuna donna con la fronte sudata e i capelli sciolti sedeva sui gradini dei portici facendosi aria? 

Albin scrutò le file regolari di case che si stendevano su entrambi i lati della macchina. Erano tutte graziose e ben tenute. Tutte le porte d’ingresso erano chiuse. 

Ovunque volgesse lo sguardo non vedeva anima viva. 

«Dove sono tutti?», chiese a Gustaf.
Il villaggio non poteva essere completamente deserto. Da qualche parte dovevano esserci delle persone…

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