In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Il rospo e la badessa” edito da E/O, abbiamo intervistato Roberto Tiraboschi. Ecco cosa ha raccontato a Barbara Monteverdi:

Quest’ultimo libro è appassionante e appassionato, perché, oltre alla storia molto ben congegnata, si tocca con mano una sorta di amore per Venezia. Come è nato questo sentimento quasi di appartenenza alla città, tu che sei bergamasco, trapiantato a Milano e poi a Roma?

La mia appartenenza a Venezia ha origine nella mia infanzia. Passavamo spesso il periodo estivo al Lido di Venezia e quindi avevo modo di vivere la città non da turista di passaggio ma in modo più viscerale.  Si sa che le emozioni, le sensazioni che si provano a quell’età ci segnano profondamente. Quando ho cominciato a scrivere romanzi coltivavo il sogno( come molti credo) di ambientare una storia proprio a Venezia. Ma molto era già stato scritto, forse troppo, soprattutto sulla città nel 1500 e nei secoli successivi. Così ho pensato di lavorare sulle origini, quando ancora Venezia non era lo splendore che tutti oggi ammiriamo, anche per rispondere alle domande che come osservatore mi ponevo ad ogni visita: come è stata costruita la città, come si è sviluppata, cosa c’era prima dei palazzi e della grande arte, quanto lavoro e ingegno c’è voluto?  E’ cominciata così una lunga ricerca, affascinante, piena di sorprese, che continua ancora per ogni nuovo romanzo.

Dalla tua biografia leggo che hai seguito la lezione di Dario Fo: un autore deve imparare a rubare dagli altri con più esperienza. Tu da chi hai “rubato” e cosa?

Prima di tutto ho rubato da tutti gli studiosi che hanno indagato profondamente nella storia veneziana. Tutte le notizie, le descrizioni dei luoghi, delle professioni, sono prese da documenti che sono riuscito a scovare. Poi ho rubato a grandi scrittori di romanzi storici, prima fra tutti Umberto Eco, che possiamo dire è stato l’iniziatore in Italia del così detto noir storico. Ma anche Ken Follet mi ha aiutato molto. Poi ho rubato alla mia esperienza di sceneggiatore cinematografico, utilizzando tecniche, soprattutto nella creazione della struttura che devono molto al cinema.

Se non è un segreto, che tecnica usi per rendere così “materico” il tuo racconto, tanto da far sentire gli odori e toccare le stoffe, le pietre, i rospi che descrivi?

Ecco questo è un punto che invece si allontana molto dalla scrittura cinematografica. Sullo schermo possiamo solo vedere e ascoltare, non possiamo sentire… cosa che invece la letteratura può fare in modo magistrale. Io parto dal presupposto che uno scrittore deve far sprofondare il lettore in un “mondo” creato per ogni singola storia. Per accompagnare il lettore in questo viaggio è necessario immergerlo con tutte le sue capacità sensoriali nell’universo che sto creando. Perciò dedico molta attenzione nel fargli percepire ogni particolare, un odore, un sapore, la ruvidezza di una stoffa, il taglio di luce su un paesaggio. In questo caso credo che molto importante sia la precisione, l’attenzione ai particolari e anche una certa capacità inventiva e visionaria, perché in un romanzo storico conta anche saper ricreare, inventare una realtà che non abbiamo vissuto e possiamo solo immaginare.

In questo tuo nuovo romanzo le figure femminili sono quasi sempre migliori di quelle maschili. E’ una casualità, una convinzione o ti piace vincere facile?

Il protagonista dei miei precedenti romanzi veneziani era un uomo, Edgardo d’Arduino, un personaggio al quale sono molto affezionato. Però è vero, sono più attratto dalle figure femminili, non so spiegarne la ragione, non è un calcolo. Mi sembrano più complesse, con più sfaccettature, anche più ambigue e imprevedibili. In molti dei miei romanzi la protagonista è una donna, sarà la parte femminile di me che prevale.

La storia, definita con estrema precisione nel tempo, sembra concludersi con la possibilità di una ripresa futura. Pensi di farne una seconda parte o ami cambiare completamente genere ogni volta?

Sono al quarto romanzo della saga medioevale veneziana. Trovare nuovi personaggi, nuovi spunti e un momento storico di quel secolo che valga la pena raccontare, non è semplice. Sto facendo ricerche, mi piacerebbe non abbandonare Sicara Caroso, la nostra badessa; nello stesso tempo sento il bisogno di raccontare l’oggi, una storia attuale, che indaghi gli aspetti più nascosti e segreti dell’anima umana. E’ un conflitto nel quale mi sto dibattendo, non so ancora chi vincerà: Venezia o il presente?

Considerando che lavori anche nel cinema, non pensi di poterne fare una sceneggiatura, visto che leggendo il tuo romanzo sembra proprio di vedere un film?

Credo che “Il Rospo e la badessa”  potrebbe avere un grosso impatto visivo, così come tutta la trilogia precedente. Il problema di un film storico di questa portata è il costo altissimo della produzione che potrebbe essere solo internazionale, quindi difficile da realizzare. Stiamo lavorando invece ad un progetto di un film di animazione tratto dai romanzi. I costi sono comunque notevoli ma forse più abbordabili. Inoltre una società americana sta pensando allo sviluppo di un videogioco sempre tratto dai romanzi. Il primo assaggio visivo potete vederlo nel trailer del “ Rospo e la badessa” realizzato dal bravissimo Stefano Buonamico. La trasposizione dei romanzi in un film sarebbe una bella scommessa.

Grazie a Roberto Tiraboschi, intanto attendiamo con ansia il suo prossimo romanzo.

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