Una trilogia che nonostante la voluminosità di ogni singolo capitolo ci ha tenuti incollati alle sue pagine e ci ha regalato dei personaggi che ci sono rimasti dentro e che ci dispiace sapere che non rivedremo più. Abbiamo concluso questo viaggio nelle yurte, nella steppa e nel deserto dei Gobi con un’intervista al suo autore Ian Manook che ci ha raccontato tanto di lui, dei suoi romanzi e della sua visione del futuro. Uno scrittore nomade che ci ha fatto conoscere Yeruldegger.

Aspettando Ian Manook

Tre romanzi ambientati in Mongolia, in tutti e tre le ambientazioni sono protagoniste. Come sei riuscito a non ripeterti, a regalare al lettore una parte nuova della Mongolia?
Forse perché ho scritto i 2 primi romanzi insieme, quando è stato pubblicato il primo in Francia, il secondo era già scritto. Ho scritto il primo in estate ed il secondo in inverno. E già sono due ambientazioni differenti. Poi ho scritto il terzo. Ma i primi due li ho scritti per noi, per me come scrittore e per i lettori, mentre il terzo l’ho scritto per Yeruldegger. Gli dovevo una conclusione, e quindi per il terzo sono tornato all’estate ma in un posto diverso, nel deserto dei Gobi. Quindi sono tutti ambienti differenti ma allo stesso tempo è la stessa mongolia.

I romanzi con protagonista Yeruldegger hanno un forte sottofondo sociale che mette in luce la nuova Mongolia e l’effetto che ha la modernizzazione sui personaggi ancorati al passato. Come hai raccolto tante informazioni precise e come hai deciso di affiancare alla storia il tema sociale.
Il tema sociale viene dal fatto che non ho una cultura del giallo vera e propria, prima di scrivere Yeruldegger non avevo mai letto gialli, sono rimasto agli anni ’80 con i thriller. In Francia esiste una corrente che si chiama “roman noir”. Nel giallo c’è sempre un detective, un poliziotto e un crimine e la costruzione del giallo è seguire il poliziotto nella sua inchiesta. Il roman noir è diverso, può esserci un crimine e può esserci un investigatore che può essere una persona comune. Il più importante del roman noir non è la costruzione drammatica ma il fondo sociale e politica. E forse l’ho scritto inconsapevolmente, io scrivo senza documentazione preventiva. Quando scrivo mi baso solamente sui miei ricordi di viaggio, e dopo vado a verificare che i miei ricordi siano giusti. Tutto quello che c’è nel romanzo viene dai miei ricordi di viaggio, chiaramente io essendo vecchio questo vuol dire che avevo vent’anni quando c’erano gli hippy, allora mi sono abituato a viaggiare come un hippy, come quando ero giovane. Ed i viaggi cosi, sono veramente viaggi a contatto con una popolazione. Quindi questi tre romanzi si basano su ricordi di un viaggio che è durato 5 mesi che ho fatto nel 2008.

Se dovessero accusarla di appropriazione culturale dal punto di vista di un occidentale che scrive di un mondo orientale, lei cosa risponderebbe?
Noi occidentali abbiamo una visione dell’oriente che conforta i nostri pregiudizi, un esempio è il nomadismo, noi pensiamo che il nomadismo sono delle persone che vanno da un posto all’altro in cerca di bellezza, invece il nomadismo sono persone che scappano da ambienti ostili. Io posso parlare dell’oriente ma chiaramente non è l’oriente vero, non penso di avere scritto un romanzo mongolo perché io non lo sono, però ho scritto un romanzo sulla Mongolia con un punto di vista obiettivo. Vi voglio raccontare un anedotto, dopo gli attentati a Charlie Hebdo molti autori hanno fatto degli interventi nelle scuole, io ho fatto il mio intervento in un liceo vicino al luogo dell’attentato, il tema era il razzismo ed ho esordito domandato a coloro che erano razzisti di alzare la mano. Ed io ho alzato la mano e sono rimasti tutti a bocca aperta, tutti mi hanno chiesto come mai ed ho risposto che sono razzista contro di me, lo sono per condizionamento sociale, economico. Però ogni volta che mi rendo conto che lo sono, cerco di corregermi, però tutti voi che pensate di non essere razzisti non vi ponete la domanda. E lo stesso è nei miei romanzi, sono scritti da un occidentale che scrive dell’oriente e che ogni che scrive lo faccio predendo quel giusto distacco.

Yeruldegger Rules

Parlando più strettamente della sua serie di romanzi e nello specifico quest’ultimo mi sembra che lei giochi con il lettore mostrando per ogni aspetto la luce e l’ombra, però è un gioco pesante. Ce lo può spiegare meglio.
Le cose non sono bianche o nere, le cose sono differenti e si diversificano con gli occhi del viaggiatore, la prima volta che si entra in una yurta è magnifico, bello, è solo dopo che capisce che dietro a questa bellezza c’è una condizione di vita molto difficile. Io non sono uno scrittore militante ma dall’altra parte non sono uno scrittore naif, io so come sono e per questo in tutto quello che scrivo cerco di dare tutte le parti del mio processo di comprensione. Questo cammino per capire passa da ammirazione ingenua a comprensione profonda.

I lettori vengono colpiti dalla contraddizione dell’immaginario con quello che leggono nei suoi romanzi, stimolando molto il lettore a conoscere un territorio così lontano che in realtà non è cosi lontano.
Tutti abbiamo un giudizio sulle cose, differente. Il nostro modo di vedere l’America, l’Africa ma per fortuna c’è una categoria di scrittori, che possiamo definire scrittori viaggiatori o nomadi. In Francia ci sono scrittori di gialli che ambientano i romanzi in territori lontani. La ricerca di un ambiente differente è importante, almeno per me perché quando ho dovuto scrivere questi romanzi ho ripreso un personaggio che avevo già abbozzato 20/25 anni fa che si chiamava Donelli ed era un poliziotto americano. Era un personaggio forte e volevo cercare un territorio forte ed ho scelto la Mongolia, frugando nei miei ricordi. E nello scrivere mi sono scontrato con la cultura sciamanica che mi ha confermato la mia scelta, perché la cultura sciamanica mongola ha molti punti d’interesse per il giallo: la morte, la redenzione, la vendetta e la violenza. Tutto questo dava rugosità al mio personaggio ma la scelta di un luogo lontano era precedente.

Perché ha deciso di spostare parte della storia nel mondo occidentale?
Per due motivi, una molto materiale portare un po’ della storia in Europa, il mio editore voleva ambientarla in occidente ma vedevo male il mio protagonista fare un stage all’ FBI, allora ho pensato ad inserire personaggi occidentali. Secondo motivo, io scrivo senza piano e senza fermarmi finchè non arrivo al finale, nel frattempo che scrivevo mettevo nella storia tutto quello che sento nell’attualità. Ad esempio la storia dei ragazzini che fanno il traffico sono vere, l’ho letta in un giornale. Alle volte ti servono delle cose per dare al tuo romanzo una dimensione mondiale. Io non posso parlare della globalizzazione che nuoce alla Mongolia, senza parlare del mondo, quando parlo delle miniere non posso rimanere tranquillamente nella steppa ma devo parlare dell’effetto della globalizzazione.

Me & Ian Manook

Retour à Biarritz era tra la Francia ed il Brasile, Yeruldegger è tra la Francia e la Mongolia, lei è franco armeno, per lei la Francia è un punto fermo.
Chiaramente c’è, tutto il mio modo di pensare, il mio modo di scrivere è legato al fatto che io sono figlio di una diaspora, la più tragica possibile ma culturamente è a cosa più bella che c’è. Una diaspora si riassume in un legame unico con la propria cultura. Molta storia armena è senza territorio però abbiamo sempre avuto dei partiti politici. Questo mi è piaciuto molto. Siamo quello che la vita ha fatto di noi.

E’ per questo che nei suoi romanzi si difende molto la tradizione?
Si, perché la tradizione è fondamentale. In Mongolia la tradizione è come il nomadismo, una tecnica di sopravvivenza in un ambiente ostile.

Sempre riguardo alla diaspora, lei un po’ di tempo fa ha dichiarato di lavorare su di una saga armena.
La devo dare al mio editore per dicembre di quest’anno per una pubblicazione. E’ un lavoro diverso, è una storia di 100 anni, all’origine parte dalla storia vera di mia nonna che ha visto tutta la sua famiglia massacrata con i suoi occhi e dopo ha fatto parte di una colonia di rifugiati e ha avuto la fortuna di essere data in schiava ad una ragazza di Aleppo che doveva sposarsi. Ed io voglio farne una storia che parte da qui. Tre generazioni di diaspora che in qualche modo poi s’incontreranno. Voglio parlare della storia di mia nonna.

Le donne sono molto importanti nella sua vita ma anche nei suoi romanzi. Com’è la sua visione della donna?
Le donne in Mongolia sono uguali agli uomini, alle volte fanno anche di più. E’ una società egualitaria. Nella mia vita ho visto donne forti, dalle mie nonne in poi. Loro subiscono le azioni ma sopravvivono ad una situazione imposta dall’altro. Ci vuole una forza di carattere per fare tutto ciò. Non puoi costruire qualcosa di forte se non c’è qualcosa di forte alla base.

I blogger per Ian Manook

I romanzi di Ian Manook “La trilogia di Yeruldegger” (Morte nella steppa, Tempi selvaggi e La morte nomade) sono editi da Fazi Editore … e vi consigliamo di leggerli anche perché Ian Manook e Fazi hanno in serbo altre sorprese per noi lettori.

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