PERDERSI NEI MAROSI DELL’ESISTENZA
di BARBARA MONTEVERDI
Arturo Ferretti è un giornalista in disarmo: scrive per una testata scandalistica di infimo livello, bevve troppo e non disdegna qualche striscia di coca. Bel soggetto.
La sua sistematica auto distruzione viene interrotta da un triplice assassinio all’interno di una discoteca per VIP, a Sanremo, delitto che vede coinvolto, in qualità di unico, acciaccato superstite il fratello di una antica fiamma, ancora non del tutto spenta. Ovviamente, finisce per indagare a suo rischio e pericolo.
La trama non sarà il massimo dell’originalità, ma Adriano Morosetti conosce il suo mestiere e descrive benissimo i luoghi degradati di una zona cittadina lontana dallo sfavillio di paillettes e musica leggera.
Le case popolari svettavano in mezzo al vuoto: torri sbrecciate che guadavano dall’alto un paesaggio sconfitto. Il grigio del cemento era ferito da graffiti stinti e crepe che correvano come vene scoperte lungo i muri. La miseria aveva messo radici, e nulla era sopravvissuto al suo abbraccio. Un pianeta lontano anni luce dalle vetrine e dalle luci del centro.
La storia diventa rapidamente molto densa: amici spacciatori del protagonista vengono arrestati e indicati come (assai) probabili autori degli omicidi e lui dimostra una grande capacità inventiva per recuperare prove che smontino l’accusa.
La scrittura di Morosetti è scattante e piacevolissima, i colpi di scena sono ben calibrati e non risultano mai eccessivi (niente del tipo: volevamo stupirvi con effetti speciali..), rendendo tutto il racconto estremamente credibile, pur se immerso in una tensione costante.
L’unica riflessione, non direi negativa ma legata al costume letterario in vigore da anni, mi sento di farla sul fatto che con frequenza sempre maggiore l’investigatore (maschio o femmina che sia) viene presentato come persona problematica, alcolista, con l’anima stracciata e il corpo in via di dissoluzione. Ecco, qualche volta mi piacerebbe leggere un giallo “tosto” in cui si aggiri qualcuno di risolto, dentro e fuori, che prende il suo ruolo con serietà, ma senza essere a un passo dal suicidio.
Detto questo, mi tengo stretto il protagonista di Sarà come morire perché dimostra di aver testa, nonostante la sua anima sia a pezzi, ed è un po’ corsaro.
Siamo a Sanremo, il mare incombe (e i velisti pure) e lui è assolutamente in tema, affogando nell’alcol per il resto della vita, mentre osserva l’orizzonte.
TRAMA
«Non cercavo giustizia. Cercavo la verità. Ogni volta che il mondo provava a rifilarmi una balla, dentro mi si accendeva un fuoco. E l’unico modo per spegnerlo era andare fino in fondo. A costo di bruciarmi.» Sanremo, luglio 1994. Arturo Ferretti, giornalista in crisi, torna nella sua città per fuggire da un lavoro che odia e da una vita che gli va stretta. L’estate è esplosa: sole a picco, spiagge affollate, feste in riva al mare. Ma Ferretti sa che dietro quella facciata scintillante si nasconde ben altro. Quando tre ragazzi della “Sanremo bene” vengono trucidati al Paraiso, la discoteca più esclusiva della Riviera, la città mostra il suo vero volto. L’unico sopravvissuto alla strage è il fratello di Laura, la sola donna che Arturo abbia mai amato. E che forse ama ancora. Di fronte a una Polizia in cerca di facili colpevoli, Ferretti decide di indagare, scontrandosi con una realtà in cui il denaro copre ogni peccato. Un noir luminoso e spietato, dove la verità è un privilegio e l’amore un crimine da scontare.