ROMA E’ LA RAGIONE PER CUI SCRIVO

di ANTONIA DEL SAMBRO

 

Mirko Zilahy è quel genere di autore che ti fa scendere di casa con qualsiasi condizione metereologica e ti fa andare in libreria a comprare il suo ultimo romanzo. Nel caso de La stanza delle ombre non c’è solo l’ultima fatica letteraria di un autore superbo e amatissimo ma anche il suo ritorno al crime. Zilahy ha letteralmente “bruciato” la prima tiratura del suo libro in una manciata di giorni e ora si gode un successo ampiamente annunciato e che lo pone tra i protagonisti del genere di questa estate 2025.

Questa è la sua intervista a La Bottega del Giallo dove ci racconta del suo nuovo fascinosissimo protagonista…e di tanto altro

 Mirko, bentornato su La Bottega del Giallo e bentornato soprattutto al crime. Il tuo nuovo lavoro sta viaggiando a vele spiegate, in pochi giorni è andato in ristampa e sia i lettori che gli addetti ai lavori ne parlano come il romanzo dell’estate.  C’è un nuovo, incredibile protagonista di cui siamo già un po’ tutte innamorate e con lui tanti altri personaggi nuovi di zecca. E quindi, se volessi pindaricamente accostare Nemo a Enrico Mancini dove potrei trovare un punto di contatto tra i due? Tu ritieni che ne esista uno, e se sì quale potrebbe essere?

Grazie mille, a essere sincero sono mancate anche a me le storie e le atmosfere del thriller! Bella domanda, vediamo cosa viene fuori… Nemo Sperati, il protagonista de La Stanza delle Ombre insegna all’Accademia delle Belle Arti di Roma e all’apparenza non ha nulla a che fare con il crimine e con la Polizia. È un esperto di tecniche pittoriche e ha un occhio infallibile per il falso. Documenti, fotografie, opere d’arte e… esseri umani. Gli basta un’occhiata per radiografare una tela o un essere umano. Ha il fascino antico del dandy, dell’uomo sfuggente che surfa sopra le onde della vita. Il commissario Enrico Mancini è invece un profiler che mette insieme competenze tecniche e umane profondissime. Il loro punto di contatto in effetti è quello che potremmo definire un approccio umanistico al crimine. Quello di Mancini è mediato dalla sua profonda sensibilità alterata, quello di Nemo dal suo talento e dal suo dono. Quello di Nemo è il suo sguardo artistico sulla scena del crimine. Perché per Nemo ogni scena del crimine è un’opera d’arte. C’è un artista, un soggetto, una tela, dei pennelli e delle tinte. E quando Nemo ci si trova di fronte la legge come si leggerebbe un quadro, individuando forme nascoste, colori, elementi e prospettive. Misteri.

 Come ho scritto nella recensione al tuo libro pubblicata qualche giorno fa su La Bottega, il tuo nuovo romanzo è un thriller che parla di donne. Quale è la tua donna preferita all’interno della tua storia?

Sono un grande fan dell’ispettrice Miriam Tiberi che in questo romanzo è la potenza sregolata, la furia, la bellezza selvaggia che trova il suo abito “contenitivo” e rassicurante nell’uniforme da poliziotta. Miriam ha bisogno di misurare il mondo con strumenti oggettivi, la giustizia e la tecnologia, per misurare se stessa o quantomeno per tenersi dentro a un recinto all’interno del quale tutto è in ordine e funziona perfettamente. Non è la donna che si abbandona alle passioni umane o professionali e ovviamente quando si ritrova a lavorare spalla a spalla con Nemo Sperati e le sue competenze artistiche sulla scena del crimine, Miriam dà di matto. Per lei Nemo è solo un saltimbanco, il figlio del più grande falsario del Novecento che scherza col fuoco e il suo dono una menzogna ben raccontata. Sono due potenti personaggi calamita ma se le metti una accanto all’altra non potranno che respingersi.

 E a tale proposito, Miriam Tiberi la ritroveremo ancora, vero?

 Questa è una bella domanda! Ho un bel po’ di pagine su Nemo e Miriam oltre La Stanza delle Ombre. Chissà…

 Il mondo dell’arte, delle opere più quotate e dei falsari sembra un microcosmo impenetrabile per chi non gravita in quell’ambiente, nel tuo romanzo questa cosa si percepisce chiaramente ma proprio per questo è motivo di grande fascinazione per il lettore. Come ti sei preparato, che ricerche hai fatto, quanto è stato di stimolo anche per te tutto questo lavoro? 

 Nell’estate del 2020 durante il covid stavo girando attorno a un personaggio che poi sarebbe diventato Nemo Sperati. Avevo l’idea della “Stanza delle ombre” – sapevo che sulla scena del crimine lui sprofondava in un teatro mentale in cui era in grado di vedere, letteralmente, l’invisibile. In cui la scena del crimine reale si trasformava continuamente, regalando suggestioni, visioni, immagini che lui disegnava in chiaroscuro per aiutare la Polizia a risolvere il caso. Avevo lo sfondo della mia Roma e mi mancava il contorno. Ma come spesso succede quando il cervello è settato su un tema tutto quello che ci gira intorno inizia ad arrivarci sottoforma di idee, libri, o suggestioni web J. È così che mi sono imbattuto prima nel magnifico programma Rai di Edoardo Camurri Maestri, in cui si parlava di falsari citando Han van Meegeren che aveva venduto uno splendido Vermeer al capo delle SS, Himmler. Pochi giorni dopo Youtube mi ha proposto una trasmissione radio Le muse inquietanti di uno scrittore che ammiro molto, Carlo Lucarelli, in cui lui raccontava la storia incredibile del più grande falsario del Novecento, Eric Hebborn. E della sua misteriosa scomparsa. Per venire finalmente alla tua domanda, io credo che il mondo dei falsari sia una replica fedele del mondo cosiddetto normale, o normato. Il vero e il falso non esistono e la differenza tra un Raffaello e un falso Raffaello è l’attribuzione che critici, mercanti d’arte, direttori di musei o storici dell’arte fanno di quell’opera. Una certificazione di verità che, lo capiamo da soli, è un paradosso e serve ad attribuire una firma e un valore artistico, culturale, storico ed economico a un’opera. In questo gioco tra vero e falso restano però la bellezza e l’amore per l’arte, soprattutto da parte di chi disegna e dipinge alla maniera dei grandi maestri. Perché, e qui mi piace citare proprio Eric Hebborn che nel romanzo si è trasformato in Rufo Speranza, il padre di Nemo: “Nessuno ama l’arte come un falsario”.

 C’è una Roma compiuta e verista nel tuo libro, descritta benissimo sia nelle magnificenze del suo centro storico che nelle sue periferie nuovissime e ancora in cerca di identità. Se dovessi trovare una colonna sonora che racchiuda tutta la Roma narrata in La stanza delle ombre quale sarebbe e perché?

 Roma è la ragione per cui scrivo. La sua anima antica è la cosa più bella e terribile che io conosca e da dieci anni cerco di cantarne la natura molteplice, complessa, meravigliosamente mortale. Direi che La Stanza delle Ombre è un romanzo che alterna molto toni e registri, perciò mi muoverei dal rock più duro degli Iron Maiden e dei Lord of Lost nelle scene in cui abbiamo il nostro killer in campo alla lirica quando Nemo si immerge nel suo teatro mentale per individuare le tracce del suo antico nemico.

 

Il direttore e la redazione de LBDG ringraziano Mirko Zilahy per la sua disponibilità

 

 

 

 

 

 

 

 

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