Intervista a Sonia Sacrato
USCIRE DALLA COMFORT ZONE CON QUESTO LIBRO MI HA DATO UNA SPINTA CREATIVA INCREDIBILE
di IRENE TORRE

Sonia Sacrato è tornata in libreria da qualche giorno con il suo nuovo lavoro letterario pubblicato da Mursia.
Sonia negli anni è stata una scrittrice appassionata in grado di conquistarsi lettori e addetti ai lavori con storie leggere eppure accattivanti e dove la presenza dei suoi “amici” felini era la sua firma autoriale.
Con questo nuovo romanzo i lettori si ritrovano con una nuova narratrice di storie, una Sacrato in grado di tenere incollati alle pagine partendo da un fatto di cronaca che ha sconvolto l’Italia e costruendoci attorno una architettura noir e poliziesca.
La Bottega del Giallo l’ha intervistata per i propri lettori e si è fatta raccontare del suo nuovo libro, dei suoi protagonisti e anche …dei progetti letterari futuri
Sonia, bentornata in libreria e benvenuta su La Bottega del Giallo. Come ho confessato nella mia recensione al tuo straordinario romanzo non avevo mai letto nulla di te e questo tuo nuovo lavoro letterario mi ha completamente conquistata. Pertanto, non posso non chiederti da dove sei partita per questa nuova storia e quanto è stato complicato “reinventarti” come stile e scrittura?
Dopo la trilogia del gatto Pablo, sentivo che il mio percorso come autrice era arrivato a un bivio. Se da un lato la comfort zone di personaggi già amati dal pubblico è rassicurante, dall’altro avvertivo l’esigenza di una sfida più complessa. Volevo capire se potevo mantenere la mia cifra stilistica — quell’ironia che mi appartiene — pur alzando l’asticella del pathos e della tensione crime. Reinventarsi non è stato complicato, è stato semmai un processo di “scavo”. Ho studiato molta criminologia e mi sono immersa in podcast e cronache dell’epoca, cercando di recuperare quel senso d’inquietudine che nel 2001, a Padova, Michele Profeta aveva instillato in tutti noi. Volevo che il lettore non si limitasse a sorridere, ma che sentisse “tremare i polsi” insieme a me. Direi che non è stata una reinvenzione, ma una maturazione: ho preso la mia voglia di raccontare storie e l’ho spostata verso zone d’ombra più profonde, dove l’ironia serve a stemperare una realtà soprattutto quando diventa molto cruda.
Chi sono D’Elia e Diana, a chi ti sei ispirata per dargli vita nel tuo romanzo, e a chi dei due ti senti più emotivamente legata?
Diana mi appartiene molto. Volevo esplorare quel particolare momento della vita — la soglia dei cinquant’anni — in cui i bilanci diventano inevitabili. C’è molto di autobiografico nei suoi dubbi e persino in alcuni episodi surreali, come quello del regalo dell’agenzia matrimoniale, che ho trasposto quasi letteralmente dalla realtà alla pagina. Diana è il mio sguardo sul mondo, depurato però dal caos quotidiano dei miei ‘tre teppisti pelosi’ che animano casa mia. Sebastiano D’Elia, invece, è nato da un’architettura diversa. È un mosaico di suggestioni, un riflesso di emozioni colte in alcuni amici e di una certa malinconia che appartiene a chi fa il suo mestiere. Visivamente, mentre scrivevo, avevo in mente una figura alla Edoardo Leo: quel tipo di intensità mediterranea, un po’ ‘tenebrosa’, che trasmette affidabilità ma anche un segreto non detto. A chi sono più legata? Emotivamente a Diana, per ovvie ragioni di affinità elettiva. Ma Sebastiano ha quel tipo di fragilità nascosta dietro la divisa che mi ha spinta a proteggerlo durante tutta la stesura. È il personaggio che mi ha sorpreso di più.
Nel tuo romanzo si toccano due temi antichi e universali come il ricatto e la vendetta. Quanto è stato complicato non cadere nei soliti cliché della giustizia giusta, del bene assoluto e del male che tocca solo alcune persone?
Il rischio del cliché nel giallo è sempre dietro l’angolo, ma ho voluto evitarlo lavorando sulle zone d’ombra. Partire dal presupposto etico che la giustizia privata sia sbagliata è doveroso, ma narrativamente è poco stimolante.
Mi affascina molto di più l’archetipo del “male necessario”. Ho scelto di esplorare quello che la criminologia definisce il superamento della soglia: non mi interessava il “bene assoluto”, che in letteratura trovo spesso statico, ma la reazione del nostro cervello rettiliano. Volevo indagare quel momento esatto in cui la paura o il desiderio di sopravvivenza mettono a tacere la morale civile.
Nel romanzo, la vendetta non è un atto eroico, ma una conseguenza psicologica quasi inevitabile in certe condizioni di pressione. Se siamo tutti potenziali assassini, come suggeriscono molti studi sul comportamento umano, il mio compito come autrice non è giudicare i personaggi, ma fornire al lettore le prove della loro umanità, per quanto sporca possa essere. Tranne Poirot, forse, nessuno di noi ha le mani davvero pulite; io mi limito a raccontare cosa succede quando decidiamo di smettere di immaginare e iniziamo ad agire.
Una domanda che si fanno sempre i lettori è da dove nascondo i titoli dei romanzi. Il tuo in particolare, così insolito e affascinante come è stato scelto e da chi?
A questo titolo sono davvero affezionata, per me è una dichiarazione di intenti. È un verso di De Gregori, la canzone “Il cuoco di Salò”, che nel 2001 — proprio nei giorni degli omicidi di Michele Profeta a Padova — passava continuamente in radio. Mi è rimasta incollata addosso come una sorta di colonna sonora di quel periodo oscuro. In quel verso ho trovato la sintesi perfetta del romanzo: l’idea di trovarsi a un passo dall’orrore, magari facendo qualcosa di quotidiano, senza esserne parte attiva ma essendone testimoni. Ho parlato con Profeta al telefono proprio in quel periodo, lavoravo in un’agenzia immobiliare e quella canzone è diventata per me il simbolo di un confine sottilissimo: quello tra chi osserva e chi agisce. Scrivere di quei fatti non è stato solo un esercizio narrativo, ma un modo per elaborare quella strana sensazione di essersi trovati dalla parte “giusta” della storia quasi per un soffio del destino. Il titolo è nato così, da un’emozione che col tempo è diventata una scelta consapevole. E sono molto grata all’Editore per averlo accettato.
Ci sarà un seguito di Dalla parte sbagliata si muore? Domanda banale fatta, però, già da una tua fan accanita.
Non è affatto una domanda banale, anzi, è il complimento più bello che un’autrice possa ricevere. La verità è che quando crei personaggi così densi, sono loro a non lasciarti andare facilmente. Durante la stesura, mi sono accorta che figure come il sovrintendente Beniamino Fabris e il questore Giuliano Sandri hanno iniziato a reclamare i propri spazi, suggerendomi che le loro storie hanno radici e segreti che meritano di essere approfonditi. Uscire dalla comfort zone con questo libro mi ha dato una spinta creativa incredibile: il cantiere per il seguito è ufficialmente aperto e il meccanismo è già in moto. Diana ha ancora troppi dubbi da sciogliere e Sebastiano… beh, Sebastiano ha ancora molte zone d’ombra da esplorare. Direi proprio che ci rivedremo presto tra le vie e i misteri di Padova.