SHAKESPEARE CORRE, CORRE, CORRE. E INVENTA IL SUO FUTURO
di BARBARA MONTEVERDI
Luglio 1587. Will è a Padova per una missione segreta: deve rintracciare un inglese, come lui, e convincerlo a rientrare in patria. Lo vuole la Corona ma, soprattutto, lo vuole Giovanni Florio – studioso italo inglese che gli ha prospettato un futuro economicamente sereno, se compirà la missione con successo.
Nel suo girovagare (sempre più frenetico, sempre più di corsa) è supportato da un ex militare, Vincenzo Saviolo – che non azzecca il suo cognome neanche per sbaglio: Sakesbirre, Scontespir, Sharsesber, ma Shakespeare non gli viene proprio. Chissà se prima del termine di questo giallo storico/funambolico avrà imparato.
Intanto Will, appena svegliatosi dopo una notte di incubi in una locanda, registra avvenimenti e personaggi con l’ironica fantasia che lo porterà tra qualche tempo a comporre le sue opere immortali.
Agli occhi dell’inglese si apre una scena degna di un quadro satirico, gli sembra di essere ancora nel sogno, forse non si è svegliato davvero: pezzenti e miserabili che litigavano ad alta voce, villani quasi tutti ubriachi, rossi in viso, fiati puzzolenti di aglio e cipolla; il suo accompagnatore, più alto degli altri di tutta la testa, discute con una megera sdentata con una cataratta all’occhio e uno spaventapasseri secco secco dal naso in fiamme, butterato di rosacea, che cita brandelli mal digeriti di Bibbia, sbavando dalla bocca cinta di denti gialli e marcescenti separati da buchi neri, mentre una congrega di demoni papisti ride di gusto e urla.
Il clima, nella città universitaria, è tutt’altro che rilassato: Capuleti e Montecchi (i primi arricchitisi recentemente, gli altri in via di decadenza) si detestano e aggrediscono alla prima occasione, ogni tanto ci scappa il morto e il nostro William è sufficientemente stordito dalle molte novità per infilarsi in qualche guaio. Abbiamo dubbi? No, non ne abbiamo.
Pennacchi ci sa fare, eccome. La scena dello scambio di amabili battute tra Giulietta e Romeo (che fino a mezz’ora prima si dichiarava perso d’amore per una tale Roselina) alla presenza – celata nello stile di Cyrano de Bergerac – di Will e frate Lorenzo è un vero spasso; così come lo sono gli avvenimenti che si accavallano subito dopo e ci fanno girare la testa.
La scrittura di Andrea Pennacchi è incisiva, tesa, ironica e colta: mica facile tenere il suo passo, ma che soddisfazione essere in grado di accompagnarlo nel suo narrare! Bisogna stare all’erta ed essere pronti a tutto, come Will – ancora non immenso Bardo – che si ritrova invischiato in morti violente, succhiasangue e riti misterici, accusato ingiustamente di un delitto e svelto a cavarsi dai guai con spirito investigativo, intelligenza e immaginazione.
Le stesse doti che mostra l’autore, pronto a stupirci con colpi di scena (e mai questo termine fu più adatto: pare di assistere a una rappresentazione teatrale) e rimandi letterari di ogni genere.
Una lettura che diverte, appassiona e insegna a fare collegamenti rapidi, veloci come le gambe del buon Will che attraversa Padova al galoppo col cuore perennemente tra i denti. Alla fine anche noi ci ritroviamo col fiatone, ma ci spiace quando la corsa e la lettura finiscono perché ci siamo persi in un labirinto fantastico che ci ha fatto sognare, ridere e godere dei pensieri arruffati ma poetici del nostro amico Will. E che razza di amico.
TRAMA
William Shakespeare, lasciati momentaneamente moglie e figli nell’amata Inghilterra, è in missione per conto della Corona. La missione è segreta, segretissima, e lui, che non sa ancora di essere poeta, sbarca nelle terre della Serenissima e si stabilisce a Padova, dove c’è un inglese da trovare e riportare in patria. Padova è il centro della Repubblica di Venezia e della vita intellettuale, politica e mondana, affollata di preti, nobili, mezzane, medici, maghi o sedicenti tali, studenti, teste calde, uomini d’arme e uomini che hanno abbandonato le armi. Ed è uno di questi, un ex soldato, un ossimoro d’uomo, corpulento e agile, Vincenzo Saviolo, ad accogliere e scortare, con bastone da passeggio e modi lesti, il nostro Sir William nella sua missione segreta, segretissima. Tutto procederebbe di cappa e spada come ci si aspetta se il giovane inglese non si trovasse in mezzo a una disputa di potere e d’amore, quella tra i Montecchi e i Capuleti. Romeo e Giulietta si piacciono ma le loro famiglie tutto vorrebbero tranne che un matrimonio. Amor vincit omnia, dicono i latini, ma quello che tacciono è che non vince subito e non vince da solo. Così, quando William Shakespeare viene accusato dell’omicidio di Tebaldo, cugino di Giulietta, la sua missione segreta segretissima passa in secondo piano, perché per prima cosa bisogna scappare. Nel gruppo che fugge insieme all’inglese ci sono Saviolo, una balia, uno studente di medicina che nasconde un segreto, e altri due giovani, e ci sono pure Romeo e, a un certo punto, un frate che coi suoi intrugli di mandragora e altre piante può far risorgere i morti. Se non fosse che la resurrezione, quando non è opera di Dio, è opera del demonio.