UNA STRAGIONE TROPPO BREVE
di BARBARA MONTEVERDI
Torno ragazza. Ogni tanto mi capita e con Pavese ancora di più. Sono rimasta folgorata sulla via di Damasco a 14 anni, prima liceo, quando leggemmo in classe La luna e i falò. Da allora, ho divorato i suoi libri con deferenza e passione.
La trama di questo romanzo è semplice – come sempre nel caso di questo autore – ma profonda.
Ginia è una sartina sedicenne che vive col fratello ed è più libera delle amiche ancora legate alla loro famiglia d’origine, ma vorrebbe essere già ventenne e trovare qualcuno che la guardi come la donna che sente di essere. Quando poi scopre l’amore, questo avrà il retrogusto amaro di un inciampo annunciato, inevitabile, tipico della visione pessimista dell’autore che ha sempre vissuto amori infelici e travagliatissimi.
Ma al di là della storia e del quadro sociale molto interessante che Pavese ci presenta, ciò che si apprezza particolarmente nella sua scrittura è la commistione tra la vita prosaica dei suoi protagonisti e la presenza della natura come lenitivo a un’esistenza dura.
Amelia almeno si sapeva che faceva un’altra vita. Suo fratello era meccanico, ma lei compariva solo di tanto in tanto, le sere di quell’estate, e non dava confidenza a nessuno, ma rideva con tutti, perché aveva diciannove o vent’anni. Ginia avrebbe voluto avere la sua statura perché con le gambe di Amelia, stavano bene sì le calze fini (…) Ginia l’accompagnò fino a casa, perché si sentiva tutta sveglia e non pensava a dormire. Aveva piovuto e l’asfalto e le piante eran tutte lavate: si sentiva il fresco in faccia.
Una riga, poche parole, ma la notte di una calda estate viene subito ingentilita da poche gocce di pioggia. Questo vuol dire essere scrittori davvero.
Inoltre, l’estrema semplicità, le ristrettezze economiche e culturali del mondo che Pavese descrive, hanno un sapore dolce-amaro che ci rendono partecipi dell’Italia di una volta, quella della guerra, ma anche degli anni dell’immediato dopoguerra (il romanzo fu scritto nel 1940 ma pubblicato nel 1949) con la ricerca di piccoli momenti di svago, piaceri minimi per alleggerire la pesantezza della vita.
Ma alla base di tutto, troviamo comunque la solitudine, che negli scritti di Pavese è il pilastro su cui costruisce la sua narrativa. E’ sola Ginia, col suo amore giovane e inesperto, coi suoi sogni modesti di vita condivisa, ma anche l’amica Amelia e Rodrigues e Guido, l’amato pittore che pare vederla e non vederla.
Figure umane che scivolano per la via, passando dall’estate, la bella estate, al gelo dell’inverno nebbioso, umido e buio. Tornerà di sicuro la stagione luminosa e calda, ma Ginia – e anche noi che la osserviamo – pare non crederci granché. Neppure Pavese, che infatti ci ha lasciati troppo presto, tra le pareti di un albergo torinese, alla fine di un’estate per lui tutt’altro che bella.
TRAMA
L’adolescente Ginia vive con il fratello in una Torino grigia e crepuscolare, lavorando come sarta in un atelier. L’incontro con Amelia, una ragazza più grande che fa la modella per alcuni artisti, la porta a frequentare lo stesso ambiente sregolato e a innamorarsi di Guido, un pittore da cui, dopo diverse resistenze, si lascerà sedurre. Ma la curiosità per questo mondo nuovo ha un prezzo, così come il desiderio ingenuo di trovare in Guido la persona con cui realizzare il suo sogno d’amore. In un doloroso passaggio dall’adolescenza alla maturità Ginia finirà per scoprire che l’incanto della giovinezza porta con sé anche il disinganno e la perdita dell’innocenza. Scritto nella primavera del 1940 e pubblicato nel 1949 insieme ad altri due romanzi brevi, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole (trilogia che vincerà il Premio Strega nel 1950), La bella estate è una delle opere più intense e delicate di Pavese, capace di raccontare con limpidezza e profondità l’epoca in cui ogni esperienza lascia un segno indelebile