LA FORZA DI ESSERE ALTRO
di IRENE TORRE
Viet Thanh Nguyen, scrittore vietnamita naturalizzato statunitense e vincitore del premio Pulitzer nel 2016 per “Il simpatizzante” (che consiglio vivamente!), torna con un saggio estremamente potente. Il sottotitolo, Sei lezioni americane, richiama esplicitamente le Lezioni americane di Calvino, e infatti il libro nasce dalle conferenze che l’autore ha tenuto ad Harvard per il seminario dedicato a Charles Eliot Norton: critico letterario, dantista e figura che ha sempre intrecciato la letteratura con l’impegno civile.
Il titolo originale, Writing as an Other, “scrivere come un Altro”, introduce con precisione il tema cardine del volume: cosa significa essere Altro, nella percezione sociale e nello stigma che la maggioranza impone a chi è considerato diverso. Nguyen, rifugiato, o meglio esule, figlio di profughi del Vietnam comunista e cresciuto nella classe operaia, riflette sui molteplici “altri” che abitano la sua identità. Da un lato outsider, come appartenente a una minoranza razzializzata; dall’altro insider, come autore ormai riconosciuto e premiato.
Uno dei temi più interessanti del saggio è l’idea che l’alterità non debba essere solo una condizione imposta, ma possa diventare una scelta deliberata. Nguyen parla di una “caparbia alterità”, una forma di resistenza all’assimilazione culturale. Non una celebrazione romantica della marginalità, ma la consapevolezza che ogni integrazione totale rischia di trasformarsi in addomesticamento: la riduzione dell’autore “diverso” a prodotto esotico, facilmente consumabile, funzionale al bisogno di inclusività superficiale dei media mainstream. Nguyen smonta questa logica e rivendica il diritto a essere complesso, scomodamente diverso.
Le memorie personali, in particolare il vissuto dei genitori, si intrecciano nel saggio con un’analisi critica del presente. Tra le lezioni, ho trovato particolarmente significativa la terza, dedicata al legame tra Palestina e Asia e alle reazioni agli eventi successivi al 7 ottobre. Qui Nguyen rifiuta l’idea di una solidarietà limitata, che nasce dal desiderio di una minoranza di essere accettata dalla maggioranza dominante, e invoca invece una solidarietà espansiva, rivolta anche a chi troviamo mostruoso e fondata sulla domanda: “Che valore ha la nostra vita se non cerchiamo di difendere le vite degli altri?” .
È un libro breve ma densissimo, ricco di riferimenti e riflessioni: da Rimbaud a Toni Morrison, da Shakespeare a Baldwin, i grandi della letteratura diventano interlocutori di un dialogo che attraversa identità, politica e impegno etico. La letteratura non è trattata come un rifugio, bensì come uno spazio di lotta e costruzione identitaria. Da qui la frase geniale con cui l’autore descrive la sua vocazione per la scrittura: “Inconsapevolmente, Mà stava allevando una delle creature più terrificanti che ci si possa ritrovare in casa: uno scrittore”. Un’affermazione che sintetizza bene il punto di vista di Nguyen: lo scrittore deve essere colui che disturba, che sposta, che mette in crisi.
In sostanza “Salvare e distruggere” è un ottimo stimolo per riflettere in modo critico sui nostri tempi, un pungolo che ci spinge a vedere quello che accade nel mondo da un punto di vista non comune.
TRAMA
Ogni anno da cent’anni, la Harvard University, l’ateneo più prestigioso del mondo, dà la parola a una figura che si sia distinta nella letteratura, nella musica o nelle arti visive, per un ciclo di sei conferenze sull’influenza delle attività creative umane nella vita pubblica. Eliot, Frost, Stravinskij, Borges, Paz, Calvino, Eco, Gordimer, Morrison, e poi ancora Cage, Wenders, Pahmuk: sono alcuni tra i nomi che hanno riempito questo secolo di “Lezioni americane”. Nel tempo di disumanità che ci tocca vivere, nessuno meglio di Viet Thanh Nguyen poteva raccogliere il testimone. Nato in un paese devastato dalla guerra, da quando è stato in grado di farlo si è occupato ogni giorno della sua vita delle storie di conflitti, di migrazioni, di memoria, quelle raccontate e quelle taciute. Nessuno meglio di lui poteva dire della responsabilità dello scrittore in un’epoca di violenze e autocrazie, in cui regimi e Stati esercitano il controllo sul linguaggio attraverso la sua sopraffazione, in cui il senso del celebre «la bellezza è verità, la verità bellezza» di Keats si è perduto. Tuttavia, da par suo, l’autore de Il simpatizzante gioca con la letteratura e si diverte con la filosofia; parla di Melville, Said, Shakespeare, Agamben e Derrida, ma anche di Palestina, Vietnam, America; scuote le nostre coscienze, ci fa piangere e poi ridere. Lui, l’outsider per definizione, l’autore “minore” perché asiatico americano, che chiama con forza alla solidarietà verso le vittime di ogni disumanità, le vittime di razzismo, di colonialismo, di guerra. Lui, lo scrittore che non arretra davanti alla responsabilità di chi scrive come atto supremo di alterità, ma al contrario affronta l’onere a testa alta, consapevole che la scrittura può salvare, la scrittura può distruggere