SOPRAVVIVERE ALLA FINE DEL MONDO
di IRENE TORRE
Leggere questo libro dopo la grande ondata di calore di questa estate è un’esperienza forte e lievemente ansiogena.
Shearwater è un piccolo lembo di terra vicino all’Antartide, un’isola che giorno dopo giorno perde pezzi di costa sotto l’avanzare del mare e la violenza delle tempeste. Un luogo remoto e ostile. La famiglia Salt è rimasta lì a presidiare l’isola e, soprattutto, il suo deposito di semi, ispirato a quello realmente esistente alle isole Svalbard, dopo che i ricercatori incaricati se ne sono andati e il resto del mondo sembra essersi scordato di loro.
La vita di questa famiglia è fatta di isolamento, dura routine e precarietà, mentre il paesaggio intorno continua a cambiare e a restringersi. Poi, un giorno, dal mare arriva una donna, Rowan. È decisa a ritrovare il marito, scomparso sull’isola, e il suo arrivo rompe un equilibrio già fragile.
L’atmosfera è una parte fondamentale del libro. L’acqua sale, il vento batte contro le case, la terra si sgretola poco a poco. Tutto dà la sensazione che qualcosa stia per cedere. E infatti le crepe non si aprono soltanto nei muri del deposito di semi o lungo la costa, ma anche nei personaggi, che pagina dopo pagina iniziano a mostrare segreti, paure, rancori e lati di sé che erano rimasti sepolti.
È proprio questa tensione continua ad avermi coinvolta di più: non succede necessariamente qualcosa a ogni pagina, ma c’è sempre la sensazione che il margine di sicurezza si stia restringendo. L’isola diventa così una specie di spazio chiuso da cui è difficile fuggire, e il pericolo ambientale finisce per amplificare tutto il resto.
Altrettanto centrale è il tema dei legami familiari, in particolare della difficoltà di comunicare tra genitori e figli. C’è affetto, ma anche distanza, silenzi e incomprensioni che si sono accumulate nel tempo. E poi c’è il lutto, che attraversa il romanzo in modo molto forte: la perdita di una persona cara blocca la vita di più personaggi, anche se in modi diversi e quasi speculari.
Mi è piaciuto soprattutto il modo in cui il libro mostra come il dolore possa immobilizzare, ma anche trasformare. I personaggi sembrano spesso restare aggrappati a ciò che hanno perso, proprio mentre tutto intorno a loro continua a cambiare in modo irreversibile. E forse è questo il contrasto più riuscito del romanzo: da una parte un mondo che non smette di muoversi, erodersi e trasformarsi; dall’altra persone che cercano disperatamente di fermare il tempo.
Alla fine, però, la vita trova comunque il modo di farsi strada. Non in maniera consolatoria, ma quasi ostinata. Proprio come un seme di Banksia, una splendida pianta capace di sopravvivere e rinascere persino dopo un incendio devastante.
TRAMA
Dominic Salt e i suoi tre figli sono i custodi di Shearwater, una piccola isola non lontana dall’Antartide. Sede del più grande deposito di semi del mondo, Shearwater un tempo ospitava un gruppo di ricercatori, ma a causa dell’innalzamento del livello del mare ora i Salt sono rimasti soli. L’isolamento li ha messi a dura prova, ma un giorno una terribile tempesta porta con sé Rowan, una donna in fin di vita che viene trascinata sulla spiaggia dalle onde. Dominic e i suoi figli cominciano a prendersene cura, e in loro germoglia l’idea che lei potrebbe essere proprio ciò di cui hanno bisogno. Dal canto suo Rowan, abituata a badare a se stessa, inizia a immaginare di poter tornare a condividere il futuro con qualcuno. Eppure, non dice tutta la verità sul motivo per cui è arrivata a Shearwater. E quando scopre che le radio sono state sabotate e una tomba è stata scavata di recente, si rende conto che anche Dominic nasconde dei segreti. Mentre le tempeste che si abbattono sull’isola si fanno sempre più violente, i due sono costretti a prendere una decisione: possono fidarsi l’uno dell’altra? E possono finalmente lasciarsi alle spalle le tragedie del passato per creare qualcosa di nuovo, insieme?