NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO
di BARBARA MONTEVERDI
Tre amici, tre quindicenni, Gesualdo, Luca e Kevin vivono la loro adolescenza in un paesino siciliano. Gesualdo è il figlio di Orazio Scuderi, imprenditore e piccolo boss locale che controlla anche lo spaccio di hashish e ha vietato in modo categorico che al figlio e ai suoi amici venga venduto fumo.
Luca, però, ha bucato quella rete di sicurezza, si è indebitato e ora è pure sparito dalla circolazione. Tutti lo cercano: genitori, carabinieri, paesani e tutti si fanno domande su come passano il loro tempo i ragazzi di oggi.
Zia Nannina si fece pensierosa. I bambini di Giacomino erano cresciuti. “Una canna che è, droga?” le chiedeva il nipote. Il mondo era cambiato. Lo sentiva persino lei, che si era rassegnata a fare la monaca di casa e adesso, a ripensarci, si sentiva una stupida. In fondo, era stata coetanea di Little Tony per tutta una vita. Solo che il cantante aveva vissuto al ritmo del rock ed era morto da qualche anno; lei era ancora viva e una canna non se l’era fumata mai. Quasi sorrise di quel rimpianto.
La vita in un paesino di poche migliaia di abitanti può essere più complicata e fosca che in una grande città. Soprattutto per i giovani che si sentono gli occhi degli adulti addosso e fanno comunque le loro scelte, ma devono arrabattarsi per mantenerle segrete.
Manca l’aria, infatti, leggendo della storia tra Gesualdo e Luca – amici che si amano -, il loro fingere per non essere additati come “froci”, per non riversare la vergogna sulle loro famiglie.
Leggendo, cresce la tristezza e la rabbia contro chi si approfitta di loro, insozza un sentimento semplice e naturale e getta una nube scura su tutta la comunità.
L’ipocrisia diventa crimine, il volgere la testa dall’altra parte è una complicità imperdonabile. Ma, stante il fatto che il destino non ha morale (come scrive Jean Giraudoux ne La pazza di Chaillot) qui ci si pulisce la coscienza con una secchiata d’acqua fresca e se qualcuno è morto, se qualcuno ha peccato, se qualcuno ha omesso, bene: qualcun altro pagherà le conseguenze, che sia o no colpevole. L’importante è che risulti l’anello debole della catena.
Crudelissimo, molto molto amaro ma sicuramente verosimile, vorremmo che questo libro non raccontasse la realtà, ma siamo certi che lo faccia in ogni riga. Infatti, alla fine anche noi lettori ci sentiamo un po’ colpevoli, abbiamo tutti qualcosa da farci perdonare e Michele Burgio non ci permette di scuoterci la polvere di dosso.
Dobbiamo essergliene grati, ovviamente, ma sentiamo qualche fiamma degli inferi scottarci le dita dei piedi.
TRAMA
Il tempo sembra immobile a Serrapriola, minuscolo e sonnolento paese dell’entroterra siciliano dove da sempre tutto scorre uguale a sé stesso: padre Ramacca allena la squadra di calcetto della parrocchia, gli adolescenti del rione – i Megli – vivono la noia, l’amore e forse le prime esperienze con la droga, don Orazio Scuderi mantiene saldi gli equilibri, nell’interesse di tutti. Per il resto, l’evento più clamoroso che possa accadervi è la sparizione del crocifisso restaurato con le offerte dei fedeli, che scatena il disappunto delle anziane comari. Almeno fino a quando, in un pomeriggio qualunque, un ragazzino del gruppo dei Megli scompare. A indagare sono chiamati il maresciallo Maira e il procuratore Ammirata, i quali non sono così disposti a scoprire una verità che temono scomoda. Anche il disilluso Sergio Vilardo, ex giornalista d’inchiesta ormai votato al quieto vivere, sembra tenersi alla larga. Il suo intuito però non è ancora del tutto sopito, e lo conduce a intravedere una pista inattesa. E a ritrovare l’incoscienza di seguirla. Ma fino a che punto?