LA SOLITUDINE NECESSARIA: DURAS E L’URGENZA DI SCRIVERE
di IRENE TORRE
Questo libro mi ha fatto pensare a una frase di una canzone di De André: “Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Per Marguerite Duras la penna sembra assumere lo stesso ruolo della chitarra per De André: uno strumento necessario, imprescindibile, quasi vitale. C’è in lei la stessa urgenza di esprimersi, la stessa impossibilità di scindere la vita dal gesto creativo. Scrivere non è un atto secondario, ma un’estensione naturale di sé.
Non è facile fare una recensione di questo libro, che ha la forma di un taccuino più che di un’opera compiuta. Non c’è una trama vera e propria, piuttosto una serie di riflessioni sparse, aforismi, lampi di pensiero che gravitano attorno a un nucleo centrale: cos’è, per Duras, la scrittura. Proprio questa frammentarietà lo rende prezioso: è come assistere da vicino al movimento stesso del pensiero creativo, senza mediazioni.
Una delle parole chiave è senza dubbio la solitudine. La scrittura, ci ricorda Duras è un esercizio di isolamento, un mettersi di fronte a sé stessi senza distrazioni. La sua è una solitudine radicale, cercata, dalla quale non si può prescindere senza rischiare di tradire la scrittura stessa:
“La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si produce, oppure si sbriciola esangue alla ricerca di cosa scrivere. Si dissangua, non viene più riconosciuto dall’autore.”
Essendo uno degli ultimi testi della sua carriera, Duras sta già fronteggiando la malattia e ricorda alcuni lutti che hanno segnato la sua vita, come quella dell’amato fratello durante la guerra. Nelle sue pagine si avverte una forte malinconia: è come se, pur continuando a difendere la scrittura con passione, ne percepisse i limiti e la fragilità, insieme alla fragilità stessa dell’esistenza. Persino la morte di una mosca diventa occasione di meditazione, segno di una sensibilità che ormai avverte ovunque la precarietà del vivere.
“Una casa non esiste così, da sola. Ci vogliono tempo, persone, storie, “svolte”, cose come un matrimonio o la morte di quella mosca, la morte, la morte banale – quella dell’unità e al tempo stesso del numero, la morte planetaria, proletaria. Quella causata dalle guerre, dalla montagna di guerre della Terra”.
Un ruolo importante hanno anche i luoghi: in particolare la casa di Neauphle-le-Château, un vero rifugio consacrato alla scrittura. Non è solo uno spazio fisico, ma una condizione mentale, un guscio dove la scrittrice può abbandonarsi al flusso della parola senza compromessi. È in questa cornice che la scrittura diventa atto di resistenza e insieme di sopravvivenza.
In definitiva, questo libro è meno un testo da “leggere” nel senso tradizionale, e più un libro da abitare: come se si fosse invitati a entrare nel laboratorio interiore di Duras, a spiare i suoi silenzi, le sue inquietudini, le sue urgenze. Non offre risposte definitive, ma lascia il lettore con domande che riguardano non solo la scrittura, ma anche la vita stessa e il modo in cui scegliamo di darle forma.
TRAMA
Scrivere è urlare senza fare rumore, è solitudine, scrivere è soprattutto il dubbio. Mossa da questi pensieri, Marguerite Duras decide di ripercorrere le tracce dell’atto creativo, un atto che per lei è sempre stato ragione di vita. Dalla casa di Neauphle, il suo rifugio consacrato alla scrittura, fino a un atelier d’artista a Parigi, passando per un albergo che si affaccia su Piazza Navona e un piccolo cimitero nel paesino normanno di Vauville, l’autrice francese esplora i luoghi del proprio immaginario: là dove la scrittura cerca la solitudine, e la solitudine a poco a poco si popola di storie, di personaggi, di significati. I cinque testi qui raccolti compongono così un ritratto cangiante e frammentato, che rivela il nucleo della poetica di Duras: la passione per la parola, la meditazione sulla morte e, soprattutto, il desiderio di una purezza anelata, eppure così difficile da afferrare, perché la scrittura è emozione carnale, imprevedibilità. Intimo e militante, Scrivere è il testamento letterario di Duras.
Prefazione di Gaia Manzini.