UN NOIR CHE INDAGA LA FRAGILITA’
di IRENE TORRE
Conoscevo Daniele Mencarelli soprattutto per Tutto chiede salvezza, un romanzo che avevo apprezzato per la sensibilità con cui affrontava il tema del disagio mentale. Per questo ero curiosa di vederlo cimentarsi con un genere diverso, il noir, pur immaginando che avrebbe mantenuto la sua attenzione per la dimensione più intima e psicologica dei personaggi.
La storia prende avvio dal ritrovamento casuale di uno scheletro in un bosco. Nell’attesa che la vittima venga identificata attraverso l’analisi del DNA, quattro persone che potrebbero avere un legame di parentela con il defunto vengono convocate e fatte alloggiare nello stesso albergo. A far loro da “angelo custode” c’è un giovane carabiniere, Emanuele Circosta, che è anche la voce narrante del romanzo.
L’idea di partenza mi è sembrata molto interessante. La convivenza forzata tra quattro sconosciuti accomunati dalla ricerca di un familiare scomparso e, soprattutto, da un bagaglio di sofferenze personali, crea un’atmosfera sospesa e carica di tensione. Più che sull’indagine vera e propria, il romanzo sembra concentrarsi sulle dinamiche umane: il mistero diventa il punto di partenza per raccontare il dolore, i traumi e il modo in cui ciascuno reagisce all’attesa e all’incertezza.
Anche il giovane carabiniere che racconta la vicenda è un personaggio lontano dall’eroe tradizionale. È inesperto, spesso insicuro e impreparato a gestire una situazione tanto delicata. Fin dalle prime pagine si ritrova coinvolto, suo malgrado, in una vicenda moralmente molto ambigua, legata al comportamento di un collega ben più navigato e spregiudicato. La decisione di tacere e convivere con quel segreto diventa uno dei fili sotterranei del romanzo e contribuisce a delineare un protagonista fragile, combattuto e tutt’altro che irreprensibile.
Proprio la scelta della voce narrante, però, è l’aspetto che mi ha convinta meno. Il protagonista è fortemente condizionato dai propri pensieri e dalle proprie pulsioni, tanto che ogni personaggio femminile viene osservato anche attraverso una lente fortemente sessualizzata. Immagino che sia una scelta deliberata dell’autore, utile a delineare un uomo giovane, immaturo e ancora alla ricerca di un equilibrio, anche sul piano morale. Personalmente, però, ho avuto l’impressione che questa caratteristica venisse ribadita con troppa insistenza e, a tratti, abbia finito per distrarmi dalla vicenda principale e rendere più difficile empatizzare con lui.
Nonostante questo, ho apprezzato la capacità di Mencarelli di costruire un’atmosfera inquieta senza ricorrere a facili colpi di scena. Anche in un contesto noir, il suo interesse rimane rivolto soprattutto alle persone, alle loro fragilità e alle ferite interiori. Chi cerca un giallo ricco di enigmi e continui ribaltamenti potrebbe restare spiazzato: qui l’indagine è soprattutto un mezzo per esplorare le coscienze e interrogarsi sul peso delle scelte, delle omissioni e dei sensi di colpa.
Nel complesso è una lettura che mi ha lasciato impressioni contrastanti. Ho trovato molto efficace la premessa e ho apprezzato il tentativo di contaminare il noir con la narrativa psicologica, anche se alcune scelte, in particolare quella della voce narrante, mi hanno impedito di coinvolgermi completamente. Rimane comunque un esperimento interessante, che conferma la volontà di Mencarelli di mettersi alla prova anche al di fuori dei territori narrativi che lo hanno reso celebre.
TRAMA
Nei boschi attorno al paese di Norma, in provincia di Latina, viene rinvenuto uno scheletro con qualche brandello di pelle. Questi poveri resti sono finiti nella macchia molti anni prima, solo la fatalità e le particolari condizioni ambientali hanno potuto salvaguardarli. A occuparsi del caso sono i carabinieri di Latina, nella persona del capitano Damasi e dell’appuntato Circosta, un giovane senza tante pretese né qualità, ma con una fame insaziabile di esperienza. Bisogna dare un nome a quelle ossa, per questo vengono convocate quattro persone, quattro presunti familiari. In tutto tre famiglie che hanno denunciato, in epoca compatibile con lo stato dei resti, la scomparsa di un loro caro. Chi avrà lo stesso Dna recuperato dallo scheletro vincerà una lotteria lunga anni di speranze e ricerche vane. Potrà finalmente piangere il proprio congiunto sparito nel nulla. Daniele Mencarelli in questo romanzo fa qualcosa di nuovo e forse di inaspettato. Attorno a un enigma che agita nei personaggi parole segrete risvegliando spettri di dolori irrisolti, ci mostra un mondo nerissimo, intriso di desiderio e nostalgia del potere, di forza e violenza. A raggrumarlo, a cementarne le fondamenta, c’è un’energia che viene da lontano, che mai è scomparsa e sempre si trasforma, cristallizzata nelle strade, nell’architettura, nella storia di una città, Latina, che per alcuni continua a chiamarsi Littoria. Un’energia che entra nei corpi e nelle menti, diviene pulsione odiosa, deflagrazione di virilità frustrata, gesto feroce e autorità implacabile, divisa d’ordinanza e consuetudine alla sopraffazione, scansione di ordine e gerarchia. In queste oscurità si muovono le anime che Mencarelli come pochi sa raccontare, figure macchiate dalla colpa, assuefatte alla disperazione, intossicate da errori e sogni. In loro si annida il tesoro più prezioso, la luce di una redenzione e di un riscatto, l’attimo folgorante in cui il male diviene verità, senza vincoli e coercizioni.