MOSTRE E MOSTRI IN UN PARAPIGLIA ARTISTICO
di BARBARA MONTEVERDI
L’hanno trovato stamattina alle cinque quelli della nettezza urbana. Un disastro di foglie e di rami strappati dal vento. E lui. Pensavano fosse un barbone. Alle cinque è già abbastanza chiaro. Hanno chiamato in Centrale una mezz’ora dopo. Minuto più, minuto meno. E’ uscita la volante. I due spazzini stavano immobili a piantonare il morto. Un tunisino e un indiano. Con le ramazze piantate per terra. Come due alabardieri, mi ha detto Cragnotti.
Cragnotti lavora con il commissario Alessandri, protagonista del giallo metropolitan/pittorico che ci è fortunatamente piombato tra le mani. Il morto (uno dei tanti che al commissario non piacciono) è un pezzo grosso, curatore (ex, ormai) di mostre importanti, che ha incrociato la sua vita con quella di Alessandri per un breve istante poche ore prima, a un ricevimento post inaugurazione di uno dei molti eventi (ir)rinunciabili che incrociano le nostre vite e quelle dei poliziotti.
E nonostante il nostro protagonista sia piuttosto ingrugnato, il clima caldo-appiccicoso e il cadavere poco allettante, la mano di Giuseppe Fusari compie una magia e giunti a pagina 17 ci stiamo godendo alla grande questo racconto che promette frizzi, lazzi e suspense, accompagnati da una scrittura asciutta ma piena di sottintesi.
Mica sempre, però. Nel momento in cui Alessandri si avvicina alla prosa del catalogo della mostra al centro del crimine, parto intellettuale del fine critico defunto, ecco risplendere come un raggio di sole tra le nubi il netto, chiarissimo, lampante ghigno dell’anima concreta che svillaneggia il venditore di fumo artistico. E qui non posso esimermi (quale figlia, criticissima, di un antico esperto d’arte) dal sottoporvi un altro stralcio del romanzo, che mi ha fatta amaramente sbellicare per la sua precisione nella riproduzione di una prosa “per iniziati”.
In questo frangente storico si impone alla riflessione comune il senso del recupero della ricomposizione, della rimessa in discussione complessiva del patrimonio artistico (…). Un lavoro di scavo…un percorso attraverso queste particolari investigazioni…per via di indizi, di pagliuzze dorate, di quesiti ancora da risolvere…
Il commissario cede, nonostante la buona volontà, e noi con lui. In fondo, è solo il presuntuosissimo catalogo di una mostra e qui c’è da risolvere un omicidio, suvvia!
Sapete, ormai, che amo particolarmente gli scrittori che sanno sorprendere, che ci mostrano realtà parallele dopo averci fatto immaginare mondi regolari, grigi, banalotti. Ecco, Giuseppe Fusari ha tessuto una trama classica infarcendola – sapientemente- di personaggi strani e situazioni inaspettate e atipiche e la lettura è ancora più avvincente perché non sappiamo mai se dietro l’angolo ci aspetta una foresta tropicale o un burrone del pianeta Marte.
Lo sviluppo dell’artisticamente intricata vicenda diviene sempre più cupo e amaro, anche molto toccante dal punto di vista umano, e la storia si conclude con una sorta di sospensione psicologica, un pensiero di ciò che avrebbe potuto essere e non sarà. O forse sì.
Bella trovata spiazzante anche questo finale.
Se masticate un pochetto l’arte figurativa, apprezzerete in pieno il romanzo di Fusari, in caso contrario avrete la soddisfazione di avvicinarvi a un narratore molto originale sia per quanto riguarda la trama che per lo stile di scrittura (decisamente incisiva) e non vi annoierete di certo.
Vi auguro una buona, colta e trepidante lettura.
TRAMA
Sembra addormentato l’uomo seduto a terra contro un ippocastano del viale, circondato da un marasma di foglie e rami spezzati dal nubifragio della notte precedente. Ma non dorme, è stato ucciso altrove, con ferocia, e spostato lì dove la pioggia ha lavato via ogni indizio. Agli agenti basta poco per riconoscere in quel corpo Riccardo Mazza, noto storico dell’arte e curatore di una mostra su trenta capolavori ritrovati inaugurata in pompa magna appena poche ore prima. A occuparsi del caso è il commissario Amedeo Alessandri, che di una vittima celebre come quella farebbe volentieri a meno. Come avrebbe fatto a meno di partecipare all’inaugurazione dove ha stretto la mano proprio all’uomo che ora giace, composto e senza vita, di fronte a lui. Lui che da vent’anni non ha più aperto un libro d’arte, non ha più guardato un dipinto, un catalogo; vent’anni trascorsi dalla morte di un altro stimato storico dell’arte, suo padre. Ma in quest’indagine ci sono altri elementi a turbare il commissario: il medico legale gli ha fatto sapere che il cadavere è istoriato con la parola falso, tatuata ovunque centinaia di volte, ossessivamente, con l’unica eccezione della testa e delle mani. E poi, nell’appartamento della vittima, vuoto come la cella di un monaco, viene rinvenuto un reperto che lo riguarda, destinato a far sanguinare vecchie ferite di un passato che non passa.