IL GENERE NOIR MI CALZA A PENNELLO

di BARBARA MONTEVERDI

 

Tra gli autori che sono riusciti a ritagliarsi un pezzettino di cuore nei lettori di genere c’è senza dubbio Enrico Pandiani, sceneggiatore e grafico ispirato e di successo ma soprattutto creatore di una delle serie più originali e amate della narrativa italiana come Les italiens e del suo protagonista indiscusso Jean Pierre Mordenti. Da qualche mese è in libreria con la sua ultima fatica letteraria Rimorsi (NeroRizzoli), romanzo candidato anche al Premio Dario Crapanzano – La Bottega del Giallo Award. Noi lo abbiamo intervistato per i nostri lettori e questa è la sua chiacchierata con Barbara Monteverdi.

La prima curiosità è legata allo stile del racconto che non ha un impianto totalmente lineare e spesso si ricollega al passato. Come procedi nella stesura della storia? Prepari una base su cui sviluppare la narrazione o segui il filo della tua immaginazione?

Quando inizio a pensare a una storia, che sarà presumibilmente la colonna portante del romanzo, comincio a guardarmi attorno, leggo i giornali, ascolto i telegiornali, controllo nel mio archivio quali notizie ho messo in ghiacciaia perché mi avevano colpito o le avevo trovate interessanti da sviluppare in un romanzo. La meccanica delle trame della Banda Ventura prevede in genere due macrostorie, attorno alle quali, nel corso della loro strampalata indagine, si svilupperanno un certo numero di vicende minori. Il lavoro principale, prima di cominciare a scrivere, è quello di tracciare i legami tra le due storie, quelli che Max Ventura e i suoi compagni dovranno scoprire nel corso della loro ricerca. È il lavoro più lungo, perché facendolo già mi annoto quali risvolti sociali saranno coinvolti nel racconto e i personaggi di contorno. Una volta che la vicenda regge e vedo che tutti i possibili intoppi sono facilmente risolvibili, comincio a scrivere senza una vera e propria griglia. In parte perché trovo più divertente indagare con i miei personaggi, e poi perché in questo tipo di romanzo la possibilità che un evento susciti idee differenti da quelle pensate in partenza è piuttosto ampia. Infine, ci sono i quattro capitoli che si alternano nel testo. Si tratta di un lungo dialogo fra due o tre personaggi, che il lettore (presumibilmente) non sa chi siano, e servono a svelare poco per volta la storia in maniera coinvolgente, evitando il bisogno di quelle sessanta, noiose pagine al fondo che spiegano cos’è successo (e che in genere mi scocciano).

Hai sempre scritto noir. Com’è cominciata questa avventura letteraria? Non hai mai sentito la necessità di cambiare genere?

Ho sempre scritto noir perché è un genere che mi calza a pennello e che mi permette di poter comunicare in qualche modo la mia visione del mondo. Ho in porto un paio di cose che esulano dal noir e che forse prima o poi vedranno la luce, ma in linea di massima il vero ragionamento che mi sono imposto dopo il quarto romanzo de Les Italiens è stato questo: è possibile spostare l’asticella del noir verso un tipo di romanzo più letterario, con temi sociali e contemporanei che arricchiscano e rendano interessante la storia? Ho ragionato parecchio su questa domanda e ho cercato di affrontare il problema, prima nei due romanzi di Zara Bosdaves e poi, in maniera più approfondita, nei due romanzi singoli che ho scritto: Polvere (per Dea Planeta) e Lontano da casa (per Salani). Qui la parte sociale, le periferie, la vita della gente, i contrasti, mi interessavano più della storia nera, che comunque serviva da rotaia per portare avanti la vicenda. Per parecchi anni prima della pubblicazione, la scrittura è stato un passatempo nelle pause dal lavoro. Scrivevo perché era un’evasione, per distrarmi e divertirmi. Non mi sfiorava nemmeno l’anticamera del cervello che qualcuno avrebbe – non dico pubblicato –ma mai neppure letto ciò che scrivevo. Poi è successo e devo dire che non mi dispiace. Ma tornando al genere, a un certo punto mi sono reso conto che era stato il romanzo letterario ad aver spostato l’asticella verso il noir. Se si legge Fois, Marías, Starnone, ma anche alcune cose di Houellebecq o lo stesso Umberto Eco, ci si rende conto che hanno scritto romanzi molto noir, di un livello letterario altissimo, magari, ma pur sempre noir.

Nei tuoi libri esiste una situazione, un personaggio, un oggetto ricorrente?

Penso di sì, il gruppo, tanto per cominciare. Mi diverto di più a scrivere storie di gruppi di protagonisti, che non personaggi singoli. Forse perché all’interno di un gruppo di persone è più facile che si creino sentimenti quali l’amicizia o la solidarietà. Mi piace anche citare libri o film che mi sono piaciuti; ricordo che tramite i romanzi di Umberto Eco, grazie alle sue citazioni, ho letto libri meravigliosi. Poi c’è l’arte, la musica, anche loro sono temi ricorrenti. E una certa meccanica delle storie, in linea di massima divisa in due filoni principali. Il primo è la ricerca compiuta dai protagonisti attraverso l’incontro di altri personaggi più o meno importanti nella vicenda. Qui avviene uno scambio di storie individuali, ci sono le reticenze, la rabbia, l’attrazione reciproca e l’amicizia che può nascere in tali circostanze. Il secondo, che mi affascina, è l’incontro di due personaggi opposti che si detestano ma sono costretti a collaborare. All’inizio si insultano, litigano ogni volta che uno dei due apre bocca, ma a un certo punto, se vogliono riuscire in ciò che devono fare (salvarsi la vita o risolvere un problema), devono trovare un terreno comune nel quale seppellire, almeno temporaneamente, l’ascia di guerra. Da qui può nascere qualsiasi cosa, l’amicizia, un’attrazione reciproca, magari l’innamoramento. Come autore cerco di essere neutrale, senza privilegiare il personaggio che la pensa come me, rispetto a quello che a me pare detestabile. Li lascio parlare, faccio in modo che mettano sul piatto le loro opinioni. Sarà il lettore a decidere quale dei due preferisce.

Quando ritieni che una storia sia effettivamente ben riuscita? Cosa ti soddisfa maggiormente?

Credo sia molto difficile per un autore stabilire se la storia che ha scritto sia ben riuscita. Diciamo che quasi sempre, una volta consegnato il manoscritto vorresti ricominciare da capo e cambiare tutto. Però capita che una volta terminato il lavoro il romanzo ti appaia rotondo, senza spigoli, che la vicenda abbia il significato che volevi dargli e che i temi affrontati siano interessanti. Non sempre si ha questa impressione. A volte mi capita di rileggere parti dei miei romanzi e i sentimenti che mi provoca la lettura sono contrastanti, può essere un piacere talmente grande da esserti di stimolo, ma può anche farti storcere il naso perché ti rendi conto che poteva esserci una maniera migliore di affrontare quella storia. Se ciò che ho scritto mi fa ridere (quando quello era l’intento), è una sensazione impagabile. Un dettaglio su cui mi concentro sempre tanto, quando scrivo, è la lingua italiana, che dev’essere abbastanza complessa da risultare piena e piacevole alla lettura, ma non deve inseguire la sciocca ricerca di masturbazioni letterarie, che sarebbero inutili ai fini della storia. A volte lo faccio, ma è per far ridere il lettore.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Ti sono stati d’aiuto, di ispirazione nel tuo lavoro?

Se avete una settimana di tempo ve li elenco… Scherzi a parte, ho i miei mostri sacri, certo, specie nel noir: che so, Jean-Patrick Manchette, Giorgio Scerbanenco, Sebastien Japrisot, Frederic Dard, Elmore Leonard, Donald E. Westlake Douglas E. Winter. Solo per combinazione sono tutti morti, ma io sono innocente, ho un alibi a prova di bomba. Più che essermi di ispirazione, hanno cercato di insegnarmi un mestiere nel quale, mi rendo conto, ho ancora moltissimo da imparare. Però, alla lunga ho capito una cosa: se si vuole capire la scrittura, per impadronirsene, bisogna leggere i romanzi altri, i “romanzi romanzi” come li chiamava Simenon, quelli dei grandi. McCarty, De Lillo, Roth (tutti e due i Roth), Houellebecq, Marías, per nominarne alcuni. Gente come Sergio Atzeni, Starnone (a volte), Proust, Albert Camus, Gadda, Svevo, Hugo, Dumas (padre, figlio, nipoti e pronipoti), Salinger, Melville e via discorrendo. I classici sono importantissimi, credo, nella formazione di uno scrittore, specie per la lingua, anche se quando possibile bisognerebbe leggerli in originale. Leggere la versione originale mi dà tantissimo e mi diverte immensamente. Tutto questo non lo si deve fare per copiare, è ovvio. Ciò che assimili lo devi masticare, sminuzzare, filtrare e distillare. Qualcuno sostiene che sia un mestiere faticoso. Io trovo che sia un gran divertimento.

 

 

Il direttore e la redazione de La Bottega del Giallo ringraziano Enrico Pandiani per la sua disponibilità e gentilezza.

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