UNA PARIGI CHE SVANISCE INSIEME ALLE SUE PAROLE
di BARBARA MONTEVERDI
Ho ricevuto un dono che è risultato una sfida entusiasmante. Questo è un romanzo sontuoso in cui l’autore – rifacendosi a Rabelais che definiva parrhésiens i veri parigini, purtroppo ormai scomparsi, dotati di linguaggio forte e coraggio di esprimersi senza filtri – si perita di scrivere la storia badando soprattutto alla scelta delle parole e alla struttura della frase.
Il che non significa affatto che la trama sia inconsistente, ma il lettore è inevitabilmente portato a prestare la massima attenzione all’architettura linguistica, opulenta e immaginifica.
La voce narrante è quella di uno scrittore che ancora non ha pubblicato nulla. Aspetta d trovare la voce giusta, non quella eterea e di testa che mormora senza tensione nervosa dalle pagine fin lì prodotte. E’ alla ricerca di un suono profondo, che venga dal cuore, più convinto.
Per raggiungere il suo obiettivo, si tortura con una dieta ferrea e si appresta a costruire una bicicletta super-leggera, convinto di raggiungere la perfezione stilistica con una forma fisica da campione di scalate stile Tour de France.
Intanto ci racconta di vivere in un piccolo appartamento di un palazzo costruito per conto di un mecenate durante la Grande Depressione, sul punto più elevato di Montparnasse, con lo scopo di alloggiare religiosi e artisti. Quando ci è arrivato lui, non vi abitavano più né gli uni né gli altri, salvo due anziani fotografi e uno scrittore. E Yvonne, una sorta di enciclopedia vivente che lo ha informato che nel suo appartamento era vissuto uno storico dell’arte che, osservando ossessivamente dalla finestra il cielo di Parigi, aveva scritto un saggio sul cielo d’Italia.
Adoro questa sottile ironia, cinica e poetica al tempo stesso.
In fondo alla via dove abita, scopre una palestra e per completare la sua forma fisica – al momento piuttosto carente – decide di iscriversi. Qui incontra un anziano frequentatore che lo sommerge di informazioni.
Nonostante mi fosse stata concessa la possibilità di interloquire utilizzando il “Lei”, la sua logorrea eludeva la mia presenza: si era elevato a unico uditore e solo spettatore di questa conferenza mattutina. Da rachitico mi ero trasformato in ectoplasmatico, semplice membrana uditiva, vivente invisibile, fluttuante nell’aria giallastra. (libera traduzione dal francese).
A pagina 41 mi sono convinta che il protagonista sia una spugna: presta attenzione alle voci attorno a sé, assorbe i racconti, cataloga gli avvenimenti. Vuole scrivere, perciò osserva, ascolta e accumula.
Così, seguendolo in bicicletta per la città, scopre che Cheyenne, frequentatore assiduo della palestra, è un ottimo conoscitore di erbe e pianticelle che raccoglie lungo le vie cittadine (incurante dell’inquinamento) per farsi tisane, o insalate, o cogliere – una volta giunti a maturazione – i lupini.
Scopre anche molte altre cose legate al suo palazzo e agli abitanti più antichi – come il vecchio Grisons poeta triste, nevrotico e solitario – ma la cosa che mi ha colpito di più è la spiegazione del bizzarro titolo del libro. Les parrhésiens pare nascere da una falsissima informazione di Rabelais, che fa derivare questa trasformazione della parola parisiens (parigini) dal greco parrésia – l’arte antica di parlare senza filtri.
Ma questa etimologia fantasiosa è stata poi confermata dall’uso nei secoli ed è a Parigi che sono prosperati i maestri del linguaggio “fuori dai denti”. Che è piuttosto elaborato, per i non addetti ai lavori, e la lettura si fa impegnativa fin dalla prima pagina, ma la soddisfazione di immergersi in questo ambiente così particolare, fatto di ex galeotti, proletari acculturati, romantici in incognito legati mani e piedi al proprio quartiere, è impagabile e irripetibile.
Ho la sensazione di aver fatto un giro vorticoso sulle montagne russe della lingua e della vita.
Davvero fantastico.
TRAMA
Rabelais chiamava parresiani i veri parigini, quelli dotati della parola forte e del coraggio di smascherare ogni cosa. C’era un tempo, non molto lontano, in cui gli abitanti di Parigi non parlavano il francese attuale, così esangue e diluito, ma questa lingua dalla linfa forte celebrata da Rabelais. Questi esemplari di roccia antica avevano visto la luce nei quartieri popolari ed erano cresciuti sulle rive della Senna. Anno dopo anno, l’aumento degli affitti li aveva spinti verso le periferie limitrofe, cacciati dai bei palazzi dove si erano stabiliti i nuovi arrivati, ricchi di capitali, ma con una lingua povera. Un giorno, per caso, quando pensavo che questi parresiani fossero scomparsi per sempre e che la loro lingua fosse svanita per sempre, avevo scoperto, in un vicolo di Montparnasse, una tana di chiacchieroni e mangiafuoco dove il vecchio bisonte tornava al calar della notte, come gli zombie che emergono dalla terra nei film di John Carpenter.”