TRAMA

Aspettatevi il thriller classico, quello di tensione pura, dove bisogna arrivare alle ultime pagine per comprendere la costruzione autoriale e, perché no, magari tirare anche un sospiro di sollievo. Eppure l’intero romanzo è pervaso altresì dal sentimento, o meglio dalle pulsioni dei protagonisti che finiscono per influenzare inevitabilmente la storia. Una storia di opposti, ma che finiscono per essere più simili di quanto essi stessi si immaginano. Un terrorista atipico, Caronte, miete dolore e distruzione per la sua visione personale di bene e giustizia, ma intanto la gente muore. E soprattutto ha paura. Perché uno come lui è inafferrabile e può essere chiunque. Un prelato che si infila di nascosto in Vaticano per uccidere il Papa e far eleggere a suo posto un cardinale con cui ha un accordo, un affascinante uomo d’affari sempre in giro per il mondo, un benefattore intento a una prestigiosa raccolta fondi che però serve da copertura per un attentato. Caronte ha mille volti e non resta mai senza idee né senza risorse. Ma anche il più sfuggevole dei terroristi alla fine ha una falda aperta nella sua esistenza. Ed è in questa che si infileranno gli uomini dei Servizi Segreti con l’aiuto di Laura, una donna che a sua volta di travestimenti e di vite parallele si intende e non poco. Una sorta di Nemesi per Caronte. Una donna che aiuta gli altri a cambiare la loro esistenza perché a volte sparire semplicemente lasciandosi tutto alle spalle è il modo migliore per vincere sul Destino. Caronte e Laura. Vite parallele. Ma chi vincerà e chi ne uscirà indenne?

PERSONAGGI

Caronte fa paura perché non è un cattivo e basta. È una persona che ha un piano e a suo modo anche dei valori, sbagliati e nocivi è ovvio, ma la capacità con cui riesce a cambiare faccia, identità e carattere finisce inevitabilmente per esercitare un fascino su chi legge. Caronte intriga come tutti i cattivi proprio per la sua malvagità. Una cattiveria lucida che fa riflettere e che finisce per ammaliare anche chi lo incrocia semplicemente di sfuggita. È il protagonista che tutti i lettori di thriller si aspettano, spietato e allo stesso tempo vanitoso perché firma ogni sua impresa con delle monete antiche rubate molto tempo prima. Un atteggiamento beffardo che gli vale il soprannome del traghettatore infernale ma che allo stesso tempo lo lusinga perché lo fa sentire unico. A un personaggio simile, quindi, è bello opporre un controcanto. Laura infatti non è solo la protagonista femminile ma è quella che deve racchiudere in sé ragione e sentimento. La donna dalla doppia vita che resta fredda e lucida quando deve svolgere il proprio compito all’interno dell’organizzazione di cui fa parte, che sa come sedurre qualsiasi uomo con una parrucca e un vestito striminzito, che sa affrontare gli ultimi giorni di vita della sua migliore amica malata terminale, che sa tenere gli altri a debita distanza ma che poi si fa intenerire da un gatto randagio che miagola fuori dalla sua porta. I personaggi minori come il misterioso Professore e gli uomini dei Servizi Segreti, o le povere vittime di Caronte sono un contorno perfetto e indispensabile per la trama, ma restano una quinta teatrale, delle assi di palcoscenico, abbellimenti di narrazione.

AMBIENTAZIONE 

Allacciate le cinture perché ci sarà da viaggiare in quasi tutti i continenti. Ne Il signore delle maschere le location si moltiplicano e cambiano in maniera così repentina che bisogna ritornare indietro nella lettura e capire cosa è sfuggito. A volte i luoghi sono solo accennati. Altre volte la descrizione delle strade e degli interni è così accurata che sembra quasi di conoscerli. Non fatevi impressionare troppo però, è il più classico degli espedienti autoriali per tenere sempre alto il ritmo. E funziona alla perfezione. Le pagine scorrono e ci si appassiona alla trama. Anche in questo caso, però, quando la cadenza rallenta e i luoghi diventano intimi e personali, come la casa di Laura con il plaid per il gatto e le luci abbassate, allora anche l’ambientazione diventa poetica. Ma sono solo pause. Messe anche in maniera sapiente. Tutto il resto è un bel giro intorno al mondo fatto molto di fretta perché alla fine quello che guida ogni buon thriller è sempre il caos.

INTERVISTA

I personaggi del tuo romanzo sembrano molto consapevoli di quello che fanno, delle loro scelte, del modo in cui hanno deciso di impostare la propria vita; invece alla fine è sola una impressione perché in realtà c’è una sorta di Destino prestabilito che sembra imperare e decidere per tutti. E di questa cosa il lettore si accorge quasi subito. Tu quando hai scritto il libro pensavi più al fato o al libero arbitrio?

In realtà pensavo al cambiamento e all’identità. Sia Laura che Caronte escono dalla storia molto diversi da come sono entrati. E intendo proprio dal punto di vista del modo di vivere. Quando li incontriamo per la prima volta sono entrambi a uno snodo cruciale della loro vita. Laura, di fatto, ha perso quasi ogni legame. È una donna solitaria – non sola – che però fatica a trovare il suo posto nel mondo e a saldare le sue tre vite.

Caronte, invece, ha un’opportunità che aspetta da sempre, si potrebbe dire da quando è nato e sa che coglierla cambierà tutto. Un cambiamento che, razionale e metodico com’è, cerca di programmare, riuscendoci fino a un certo punto. Chi siamo davvero? Qual è il nostro posto nel mondo? In fondo chiamiamo destino una specie di percorso ineluttabile che avviene semplicemente perché noi siamo quello che siamo. Quindi se Caronte e Laura cambiano il loro destino e se lo cambiano le persone che Laura aiuta a scomparire, lo fanno solo perché hanno deciso di diventare diversi. O di accettare finalmente quello che sono, che in fondo è la stessa cosa.

Il personaggio di Caronte è un attentatore singolare che porta avanti una sorta di “terrorismo personale”, qualcuno di cui non si sa se avere più paura o sperare solo di non incrociare mai e per nessun motivo. Un contenitore di odio che cerca perennemente un nemico da combattere per affermarsi come individuo. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

No, nessuno in particolare. Potrei dirti che, in piccola parte, è il mio omaggio allo Sciacallo di Forsyth, versione letteraria e cinematografica. Mi interessava, però, la contraddizione di un terrorista etico, più che personale, uno convinto di distruggere per il Bene, ossimoro per antonomasia. E, anche in questo caso, il gioco delle identità. Chi è? Ha un’identità precisa un uomo che per vivere le cambia continuamente? Quale dei personaggi che mette in scena gli assomiglia? E ce n’è uno che gli assomiglia? Come vive gli affetti uno che non è nessuno?

Travestimenti, repentini cambi di location, passaporti finti, molteplici identità più che in un romanzo sembra di stare in una pellicola di Paul Greengrass. Di solito quanto influisce ciò che guardi e ciò che leggi sui tuoi lavori letterari? 

Ovviamente molto, ma non saprei dirti in che termini. Il signore delle maschere nasce dal mio desiderio di scrivere di nuovo un romanzo di genere, dichiarato, senza mezzi termini. Allo stesso tempo, però, di farlo oggi. Generalizzando, il genere, malgrado un discreto successo commerciale, mi sembra in un periodo di grande stanchezza. Leggo storie già sentite, riferite più o meno alla lettera a grandi storie del passato o il tentativo di ricalcare continuamente su temi di importazione o la mescolanza fra tensione e commedia – che trovo difficile da digerire – o l’insistenza su temi già sentiti o svolti con capacità da molte serie televisive.

Ecco, ho provato a cambiare strada pur rimanendo dentro un recinto preciso: il mio modo di scrivere e la tensione della storia, la sorpresa, il cambio di scena e di punto di vista. Un otto volante, se me lo consenti. Pieno anche di piccoli giochi che faccio col lettore, se avrà voglia di seguirmi.