Attore, giornalista, scrittore. Matteo Speroni è un vero artista che da anni si cimenta in molti settori della scrittura e dello spettacolo, scrivendo anche per il teatro e per il cinema. Con Milano rapisce (ed. Fratelli Frilli) l’autore dà vita a un giallo classico dagli echi cinematografici propri delle pellicole anni ’90 muovendosi a meraviglia tra la psicologia dei personaggi e le insidie della metropoli lombarda.

Questa la sua intervista per i lettori de La Bottega del Giallo.

Matteo parliamo subito dei personaggi di Milano rapisce, che sono poi anche i protagonisti del romanzo, come li hai scelti e da cosa hai preso l’ispirazione?

Il romanzo viaggia, anche nella scelta dei personaggi, su un doppio binario: quello della realtà e quello dell’immaginazione. Le due figure principali, il misterioso rapitore (ma su ciò non voglio rivelare troppo) e il commissario Egidio Luponi sono frutto di fantasia. Le altre più importanti, i nove rapiti, sono ispirate a persone vere che ho incontrato durante la vita, ovviamente trasformate, modificate in funzione della narrazione letteraria.

La Milano che racconti nel tuo libro è molto diversa dalla città glamour che tutti immaginano eppure allo stesso tempo risulta assolutamente credibile. Quanto ti affascina questa zona d’ombra della città meneghina?

Milano oggi è poliedrica, una vera metropoli europea. Ciò significa che, accanto alla città luminosa che si sviluppa con stupefacente rapidità, ci sono zone d’ombra, soprattutto nelle periferie, dove esistono anche situazioni di povertà e deviazioni criminali, mentre la convivenza tra gente che arriva da tutto il mondo può essere una spinta all’elaborazione del futuro e non un motivo di paura, spesso indotta da certa propaganda. Il problema, la sfida, è armonizzare queste “due città” e non lasciare indietro nessuno. In metafora, non bisogna costruire muri ma ponti.

Leggendo Milano rapisce non si può fare a meno di pensare al film di Vincenzo Natali del 1997. Cosa c’è però nel tuo romanzo di più attuale o di più realistico, e quindi di più avvincente, rispetto alla pellicola cinematografica?

Mi colpisce questa tua considerazione, nessuno aveva ancora individuato il parallelo con il film “The Cube”, che mi è piaciuto moltissimo. Bene, confesso che è stata una delle mie principali fonti di ispirazione per “Milano rapisce”. In francese, si direbbe “touché”.

Tu hai pubblicato altri lavori di genere differente da quello noir. Il tuo cuore, però, dove ti porta? Cosa ti piace raccontare di più?

Sì. Ho pubblicato altri due romanzi e un saggio sulla vita di Arnaldo Gesmundo, “Jess il bandito”, uno degli autori della celebre rapina di via Osoppo, nel 1958. Ma il primo libro, come si dice del primo amore, non si scorda mai: è “I diavoli di via Padova”, un romanzo-verità ambientato nel quartiere di via Padova a Milano. “Brigate Nonni” è l’invenzione di una rivoluzione intrapresa da di anziani rimasti senza pensione. Scritto nel 2010, resta per me il frutto di una intuizione sociale ancora validissima. Con “Milano rapisce”, invece, sono entrato nel mondo del giallo: la costruzione della trama, l’intreccio, è un’affascinante scalata letteraria, necessita di un’architettura e un’ingegneria precise. È un lavoro scientifico che mi appassiona. Infatti ho appena cominciato a scrivere un altro giallo, sempre ambientato a Milano, nel quale il commissario Egidio Luponi tornerà al lavoro.  La partita contro il crimine è ancora aperta.

Ce l’hai un posto preferito dove di solito ti metti a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?

Scrivo a casa, alla mia scrivania, la mattina, con un muro bianco davanti.

Grazie a Matteo Speroni. 

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