Gialli Classici

Il terrore viene per posta di Agatha Christie, Anno 1942

Gen 18, 2018 Paola Rocco
Trama 100
Suspense 100
Scrittura 100
100
Il nostro voto 100

Il terrore viene per posta è un romanzo della Christie che presenta aspetti interessanti e atipici. Intanto l’investigatore per dir così ufficiale, accreditato dell’autrice (la candida Miss Marple dalle guance rosee e gli occhi azzurro stoviglia) compare tardi, quasi in chiusura, giusto in tempo per individuare nel groviglio disordinato dei fatti i pochi indizi essenziali e risolvere il mistero.

E poi forse mai come in questo caso lo svolgersi degli eventi appare pervaso da un continuo, costante brusio: un ronzio sommesso e tuttavia penetrante, come d’alveare, perché in fondo d’un alveare si tratta, ovvero del piccolo, elegante villaggio di Lymstock e dei suoi rispettabili, operosi, indaffarati abitanti: la cui operosa, indaffarata, rispettabile esistenza viene all’improvviso sconvolta da un evento esterno, che, tuttavia, a un esame più attento si rivela scaturito dall’interno stesso di quel corpo sociale così apparentemente solido e senza difetti.

Il terrore viene per posta, dunque, perché proprio di un’improvvisa, letale grandinata di lettere anonime si parla: un’eruzione inaspettata e violenta giunta a mettere a soqquadro l’esistenza controllata e un po’ anonima di questo lindo villaggio a non molta distanza da Londra dove Jerry Burton, il protagonista (che è anche la voce narrante) ha deciso di trascorrere con la sorella Joanna la convalescenza prescrittagli dal medico, dopo l’incidente aereo che l’ha costretto per diverso tempo all’immobilità e ancora lo obbliga, all’inizio, a spostarsi appoggiandosi a un bastone.

L’arrivo dei due estranei dalla capitale sembra in effetti coincidere con l’esplosione della piaga delle lettere: “Cos’è questa storia che ha portato qui?” apostrofa infatti il protagonista la moglie del vicario, l’inquietante signora Maud Dane Calthrop (la stessa di Un cavallo per la strega: alla Christie ogni tanto piace riportare in scena i suoi personaggi migliori). “Non l’ho portata io, c’era già quando siamo arrivati” si difende lui.

E in effetti la storia va avanti da un po’: già da qualche tempo le lettere della Penna Velenosa hanno cominciato a circolare e a spargere la propria pozione, insinuando il dubbio, dando esca alle chiacchiere, incrinando le reputazioni e allontanando i cuori.

Il tutto nella rigorosa osservanza dell’unica regola irrinunciabile per ogni comunità di persone rispettabili: e cioè che di queste cose non si parla, come dirà con gentile fermezza la graziosa signorina Barton ai suoi ospiti londinesi.

All’inizio infatti nessuno ammette d’aver ricevuto una lettera anonima né, tanto meno, d’aver dato credito alle chiacchiere in essa contenute; che tuttavia si diffondono, colpendo qua e là in modo indiscriminato; quasi alla cieca, in effetti, visto che, come sottolinea ancora una volta la moglie del vicario, “oltretutto, si tratta di lettere così sciocche! Ci sono molte cose che potrebbero dire e invece non dicono… Sembra proprio che chi le scrive non sappia nulla, non sia aggiornato su nulla! Per esempio… ci son tanti adulteri qui in paese, e molti segreti episodi. Perché le lettere non ne parlano?”.

Già, perché? Comunque, visto che “anche un cieco può pugnalare al cuore per puro caso”, all’improvviso la faccenda cambia e si fa seria: perché le lettere causano una morte: quella, per suicidio, della signora Symmington, che prima di togliersi la vita col cianuro lascia scritto su un pezzetto di carta “non posso più continuare” e che le lettere hanno accusato proprio d’adulterio (“… le solite assurdità… asserisce, tra l’altro, che il secondo figlio, Colin, non è figlio di Symmington”).

La morte della signora Symmington trasforma radicalmente la situazione, determinando l’arrivo dei funzionari di Scotland Yard e costringendo l’elusivo, reticente villaggio di Lymstock a fare i conti con la sgradevole realtà; ma non basta: subito dopo il suicidio della donna, infatti, la domestica di casa Symmington viene trovata cadavere nel ripostiglio, trafitta alla base cranica forse da un comune spiedo da cucina: certo per impedirle di raccontare qualcosa che avrebbe potuto riuscir fatale all’anonimato della Penna Velenosa.

Che cosa aveva dunque notato la piccola Agnes e di che cosa si accingeva a discutere con Partridge, l’amica con cui avrebbe dovuto incontrarsi il giorno stesso del suo assassinio?

Di questo meraviglioso romanzo della Christie, una Christie “in stato di grazia” (Claudio Savonuzzi) indimenticabile resta ancora una volta l’ambientazione provinciale, raccolta, separata: una sorta di Arcadia un po’ meno pastorale, un Eden domestico insidiato dal serpente come in tutti i gialli dell’autrice che vedono protagonista l’ineffabile, cinguettante Miss Marple, “l’esperta in malvagità” convocata anche stavolta a dirimere d’urgenza il groviglio di pettegolezzi, maldicenze e inconfessabili frustrazioni che si agita subito sotto l’impeccabile glassa di questa torta avvelenata.

Convocata, di fatto, molto in ritardo, quasi alla fine d’un racconto che è in effetti, in primis, il racconto del protagonista: quel Jerry Burton che, arrivato a Lymstock limitato nel fisico e sofferente nel morale, troverà progressivamente la via della guarigione, contribuendo a un tempo a risolvere il caso e a salvare da chi vorrebbe farle del male la ragazza di cui, senza dirselo, s’è innamorato fin quasi da subito: la trasandata, non convenzionale, irresistibile Megan Hunter.

La giovane Hunter, figlia di primo letto della signora Symmington, è uno dei personaggi più affettuosamente delineati di questo smagliante coro di paese.

Di lei, che la Symmington ha avuto dal primo marito, un tipaccio sempre dentro e fuori le patrie galere, nessuno si cura a cominciare dalla madre stessa, e c’è chi dice addirittura non sia del tutto normale: come l’energica sorella del dottore, l’autoritaria Aimée Griffith, che avrebbe voluto studiar medicina anche lei ma all’epoca non usava, e i genitori non gliel’hanno permesso.

Ormai matura e ancor nubile, la signorina Griffith condivide la sua pugnace esistenza (“… sono una donna attiva… sono una delle persone più felici di Lymstock…”) col fratello Owen (che, simmetricamente, finirà con l’innamorarsi proprio di Joanna, la sorella di Burton) e forse non le è sfuggita l’attrazione che Jerry prova per Megan.

A ogni modo la donna non fa che sottolineare davanti al presunto innamorato i lati oscuri di quest’ultima: una sorta di coazione a ripetere e in effetti non il miglior sistema per diventare amici, ma davvero divertenti sono i siparietti tra i due, entrambi ostinatamente benché sempre educatamente arroccati sulle proprie posizioni (“Se almeno Megan fosse bella, o solo graziosa. Qualche volta penso davvero che non sia del tutto normale…”. “Per fortuna” risposi io…; “Oserei dire che quella ragazza ama un po’ troppo bighellonare. D’altra parte penso che non potrebbe fare altro, dato che, praticamente, è un po’ tonta”. “Al contrario, io la considero intelligente”; “Non mi sorprenderebbe se Megan fosse un po’ ritardata”. “Megan è nel pieno possesso delle sue facoltà, risposi io, e come ho già detto, credo sia intelligente…”).

La storia d’amore tra i due rappresenta un ulteriore motivo di fascino in questo che è uno dei gialli più tecnicamente perfetti della Christie: davvero uno “stato di grazia, uno di quei libri che da soli rappresentano da capo a piedi un autore, al suo meglio” (Claudio Savonuzzi).

Traduzione: Loredana Giacchetti

Editore: Mondadori
Anno: 1952