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CONOSCERE IL NOTO

di CAROLA ALLEMANDI

“Il problema non è l’ignoranza, il problema è il compiacimento di essere ignoranti, siamo l’unico Paese al mondo in cui la parola ignorante ha un significato positivo.” In effetti sono cresciuta nel momento storico in cui forse si affermava maggiormente, soprattutto nel linguaggio giovanile, il termine ignorante con cui indicare goliardicamente cose, persone e situazioni. Mi perdonerà il giornalista Aldo Cazzullo se prendo spunto da questa sua frase per dirottare l’argomento verso temi lontani da quello in cui è stata pronunciata durante una puntata de La torre di Babele condotta da Corrado Augias, noto scrittore e giornalista a sua volta, per soffermarmi sulla centralità appunto del tema dell’ignoranza nel discorso fotografico.

Direi infatti che il fotografo possa essere definito l’ignorante per eccellenza. In occasione del nostro primo incontro virtuale in questo percorso degli Editoriali della domenica, abbiamo detto che il fotografo è colui che pone una domanda al mondo. Potremmo estendere questo concetto dicendo, allora, che il fotografo sia colui che si pone in una condizione di consapevole ignoranza, di lucido non sapere, nei confronti di chi o cosa ha davvero di fronte, sentendo l’urgenza di comprenderlo, almeno avvicinarcisi attraverso la vista, in un rapporto diretto anche se muto, attraverso la fotografia. L’ignoranza diventa, in questo senso, un elemento assolutamente necessario, persino benefico. A ben guardare il non sapere – questo cosciente porsi di fronte alle cose consapevoli di non conoscerle – crea uno spazio, crea il motivo del cammino per andare a toccare e raggiungere ciò che conserva – e verosimilmente conserverà sempre in parte – il proprio mistero. E crea dunque il desiderio: quello che mi spinge a volermi avvicinare e scoprire. Esiste questo spazio tra l’io e il mondo che si colma col desiderio e il movimento che mi conduce a te, per guardarti.

Da questa premessa risulta quantomeno singolare prendere atto di quanti fotografi, annoverati ad oggi come maestri di quest’arte, abbiano indirizzato la propria ricerca visiva proprio su ciò che gli era più prossimo: il proprio popolo, la propria città, la propria stessa storia personale. Nobuyoshi Araki e Eikoh Hosoe hanno creato i propri immaginari (molto diversi tra loro nella resa formale) incardinandoli sulla cultura nipponica; si può dire lo stesso di Marialba Russo e Mimmo Jodice con Napoli, di Letizia Battaglia con Palermo, di Marco Pesaresi con Rimini, di Mario Giacomelli con Senigallia. Questo necessario non spostarsi per conoscere davvero, per continuare a guardare la stessa cosa e farla propria un pezzo alla volta. Quasi sembra che la radice di molte opere fotografiche risieda nel desiderio di conoscere ciò che si ha davanti tutti i giorni, il proprio mondo. Come a dire, in altri termini, che ciò che si presenta a noi con la maggior carica di mistero possa essere talvolta proprio l’evidenza, il luogo che si abita da sempre. L’ignoranza positiva del fotografo ci dice che spesso è il soggetto più frequentato a risultare un estraneo che non si finirà mai di conoscere, che è bello sentire la voglia di fare infinite domande al nostro mondo.

Vediamola così, senza compiacersene troppo.

 

 

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