CERCASI LETTORI, O QUALCOSA DEL GENERE
di MIRKO TONDI
È il weekend del Salone del Libro di Torino, 37a edizione, quattro giorni di incontri ed esposizioni che si concluderanno il 19 maggio. Si parla di 1225 case editrici presenti e ospiti internazionali, del calibro di Emmanuel Carrère, Valerie Perrin, Joel Dicker, Mircea Cărtărescu. Ma mi fermo qui. Non voleva essere uno spot per il Salone, che non ne avrebbe nemmeno bisogno. Semmai una riflessione in senso più ampio sull’editoria e sulla lettura. Sembra che in Italia ci sia un numero superiore alle 8000 case editrici (stime sempre più difficili da effettuare, perché in continuo aggiornamento e variabili a seconda delle fonti), ma di queste si dovrebbe fare una grossa scrematura se si andasse a valutare quelle realmente attive (cioè quelle che hanno pubblicato almeno un titolo nell’anno di riferimento della statistica), scendendo forse fino a poco più di 5000.
Detto ciò, si calcola che ogni anno escano tra gli 80 e i 90 mila nuovi libri (con una media giornaliera che oscilla tra i 200 e i 300). Certo il dato fa sempre un po’ effetto se lo si correla a un Paese, il nostro, in cui i lettori forti (cioè coloro che riescono a leggere almeno un libro al mese) si attestano intorno al 15%. In mezzo all’incongruenza di queste statistiche ci sono poi i luoghi comuni, che vedrebbero in primis i ragazzi, avvinti dal cellulare e dai mezzi tecnologici in generale, così poco appassionati alla lettura. D’accordo, nelle classi è piuttosto bassa la media di giovani che legge per sua iniziativa e non per obblighi scolastici, ma è vero anche che ci sarà tempo per formarsi in questo senso (io stesso non ero affatto un lettore abituale durante l’adolescenza) e che a volte si incontrano ragazzi ben più preparati degli adulti, da questo punto di vista. In un progetto di mentoring che sto svolgendo in un istituto tecnico commerciale, ho provato a chiedere ai ragazzi se leggessero e cosa, riscontrando una discreta abitudine alla lettura negli studenti di origine cinese; tra gli italiani la percentuale era decisamente più bassa, ma vi assicuro che quando un ragazzo di quindici anni si è presentato all’incontro con un libro di Varlam Šalamov è stato come se valesse per l’intera classe di venti compagni (Šalamov, capito? Lancio una sfida tra gli adulti, chiedendo in quanti davvero lo conoscano).
Eppure siamo tutti vittime dei luoghi comuni o, peggio ancora, dei pregiudizi. L’altro giorno, mentre guidavo, mi è caduto l’occhio su un ragazzo parcheggiato col motorino lungo la strada: stava immobile, seduto sulla sella, a fissare un punto imprecisato a metà tra il manubrio e l’asfalto. Semplicemente, sembrava molto assorto nei suoi pensieri. Mi è parso insolito che non riempisse quello che consideravo a tutti gli effetti un tempo morto, vuoto, con l’utilizzo del cellulare. La verità è che in genere siamo tutti rapiti dagli smartphone e lo usiamo come strumento capace di riempire la maggior parte dei momenti “vuoti” della nostra vita; basta guardarsi attorno su un mezzo pubblico come il bus o il treno per notare che quasi la totalità delle persone presenti stia con la testa inclinata verso il basso in maniera innaturale (tant’è che ormai questa postura la chiamano sindrome del “collo da smartphone” o “tech neck”, per dirla all’inglese, un disturbo che può anche procurare dolore e rigidità al collo per via dell’uso prolungato dei dispositivi elettronici). Ma, tornando al ragazzo: e se il suo fosse stato invece un tempo “pieno”, un tempo dedicato a una riflessione, magari profonda? Chi lo sa.
La retorica imporrebbe di dire che si dovrebbe pensare di più e passare meno tempo al cellulare. Osservare. Contemplare. Meditare. Ma bisogna essere realisti. Non siamo più al tempo in cui Joseph Conrad diceva: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” Se vivesse oggi, può darsi che anche Conrad se ne starebbe seduto bello comodo sulla sua poltrona a scrollare su Instagram, mentre al di là del vetro della sua casa del Kent, in Inghilterra, scorre la vita. Magari anche lui, come noi, sarebbe almeno un po’ vittima di quello che abbiamo imparato a conoscere come “brain rot” (letteralmente, “marciume cerebrale”, che rende conto del deterioramento intellettivo a causa dell’eccessivo consumo di contenuti stupidi o inutili che circolano sul web e nei social). Anche in questo caso, chi può saperlo.
Se tornare tutti a leggere o far cominciare chi non ha mai letto dunque può apparire un miraggio, basterebbe occupare quel tempo al cellulare in maniera diversa. Esistono anche gli audiolibri, del resto, e si possono ascoltare comodamente con gli auricolari mentre il collo pian piano torna in posizione eretta. Buona lettura, allora. O forse, in quel caso, si dovrebbe dire buon ascolto.