Intervista a Simona Duci
SONO ANIMATA DA UNA PROFONDA SPERANZA
di IRENE TORRE

Simona Duci, giornalista e documentarista, esordisce nella narrativa con un romanzo che unisce la tensione propria del thriller al rigore del documentario, affrontando il tema della crisi ambientale in una prospettiva distopica ma profondamente ancorata al nostro presente. Ambientato in un 2045 segnato dal collasso degli ecosistemi, il romanzo Radici – Il cammino di Vavilov si sviluppa a partire da presupposti scientifici reali e recupera la figura di Nikolaj Ivanovič Vavilov, scienziato russo e pioniere degli studi sulla biodiversità. Ho il piacere di intervistare oggi l’autrice per la Bottega del Giallo.
Simona nel romanzo si percepisce chiaramente l’influenza del suo lavoro da giornalista scientifica e delle sue esperienze dirette. In che modo la spedizione “Progetto Eden” in Kirghizistan, a cui ha partecipato nel 2022, ha influenzato la scrittura di questo libro?
La spedizione in Kirghizistan ha rappresentato per me un’esperienza decisiva, non soltanto sul piano professionale, ma anche umano e creativo. Prima di allora non avevo piena consapevolezza della straordinaria complessità che si cela dietro ai progetti di conservazione botanica: un universo fatto di ricerca rigorosa, collaborazione tra università e istituzioni scientifiche, ma soprattutto di donne e uomini mossi da autentica passione, da senso etico e da una profonda fiducia nella scienza intesa come strumento di cura e responsabilità verso il futuro. Entrare in contatto con questa dimensione ha modificato radicalmente il mio sguardo. Quando si comprende davvero il valore del patrimonio naturale che ci circonda, cambia il modo stesso di osservare il mondo, di pensarlo e perfino di immaginarlo. La natura smette di essere semplice scenario e torna a essere interlocutrice viva, presenza con cui ristabilire un dialogo. Il Kirghizistan, in questo senso, è stato una rivelazione. È un Paese sospeso tra antico e contemporaneo, in cui il rapporto con la terra conserva ancora un carattere quasi sacrale. Là la natura non è percepita come risorsa da sfruttare, bensì come alleata con cui convivere. Alberi, montagne, pascoli e comunità umane sembrano appartenere a un medesimo respiro. Noi, nelle società occidentali, abbiamo in larga parte smarrito questa intimità con il mondo naturale: ne abbiamo ridotto la presenza nelle nostre vite e, con essa, la capacità di ascoltarlo. La missione aveva l’obiettivo di studiare e recuperare il Malus sieversii, l’antenato del melo domestico, specie originaria delle antiche foreste dell’Asia centrale. Attraverso l’analisi genetica di questi esemplari, i ricercatori della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige e dell’Università degli Studi di Brescia hanno individuato varietà dotate di eccezionale resilienza, preziose per la tutela della biodiversità e per il futuro dell’agricoltura in un’epoca segnata dal cambiamento climatico. Sono stati venti giorni intensissimi e seguendo le tracce di quegli alberi, abbiamo trovato molto più di ciò che cercavamo: abbiamo incontrato storie, culture, visioni del mondo. Da quell’esperienza intensa e trasformativa è nata la matrice del romanzo. Per due anni la storia ha continuato a sedimentarsi dentro di me, accompagnandomi mentre seguivo gli sviluppi della spedizione e delle ricerche. Poi, nel Natale del 2024, ho sentito che era giunto il momento di scriverla. Il libro è nato così: dal desiderio di trasformare un’esperienza reale in narrazione, ma anche di sensibilizzare il pubblico sull’importanza della conservazione, della ricerca scientifica e del ruolo fondamentale svolto dagli orti botanici nel nostro tempo.
Come ha scoperto la figura di Nikolaj Ivanovič Vavilov e cosa l’ha colpita maggiormente della sua storia al punto da farne un punto centrale del romanzo?
Ho scoperto la figura di Nikolaj Ivanovič Vavilov grazie ad Antonio De Matola, il botanico che ha guidato la spedizione in Kirghizistan da cui il romanzo ha tratto origine. In questi ultimi anni è stato per me un autentico maestro nell’avvicinamento al mondo della botanica, oltre che curatore di orti botanici di Ome (BS) e profondo conoscitore della storia delle piante coltivate. È stato proprio lui a introdurmi agli studi di Vavilov sul Malus sieversii prima della partenza della missione scientifica. Da quel momento si è aperto davanti a me un universo affascinante. Mi colpì immediatamente il fatto che dietro ricerche apparentemente specialistiche potesse celarsi una figura tanto straordinaria, quasi romanzesca. Vavilov possedeva l’audacia dell’esploratore e il rigore dello scienziato: una sintesi rara, che potremmo immaginare come un incontro ideale tra Indiana Jones ed Einstein. Fu genetista, botanico e agronomo di eccezionale rilievo. Individuò i centri di origine delle piante coltivate, compiendo spedizioni in numerosi Paesi del mondo, e fondò la prima grande banca del germoplasma, convinto che la diversità genetica delle specie agricole fosse la chiave per combattere la fame e garantire il futuro dell’umanità. Aveva una visione amplissima, modernissima, profondamente etica: intuì con decenni di anticipo il valore strategico della biodiversità. Ma ciò che rende la sua vicenda ancora più potente è il contrasto tragico tra grandezza scientifica e destino personale. Vittima del regime stalinista, perseguitato per le sue idee e per la sua indipendenza intellettuale, fu incarcerato e morì di fame nel 1943. Un uomo che aveva dedicato la propria vita a nutrire il mondo venne lasciato morire di inedia: una delle più amare ironie della storia. Proprio questa tensione tra luce e tragedia mi ha profondamente colpita.
Possiamo leggere questo romanzo anche come una riflessione sul presente, più che sul futuro? Quale messaggio voleva lasciare al lettore sulla relazione tra uomo e natura?
Assolutamente sì. Sebbene il romanzo si proietti in una dimensione futura, esso nasce innanzitutto come interrogazione sul presente. Il futuro che vi si intravede non è altro che l’estensione logica di dinamiche già oggi visibili: crisi ambientali, disuguaglianze, conflitti, impoverimento degli ecosistemi, perdita del senso del limite. La letteratura, del resto, possiede questa forza: parlare del domani per costringerci a guardare con maggiore lucidità l’oggi.A una lettura superficiale si potrebbe pensare che il libro esprima una visione pessimistica del mondo. In realtà è vero il contrario. Io sono animata da una profonda speranza. Ho fiducia nei giovani, nella loro sensibilità e nella loro capacità di immaginare modelli diversi. Ho fiducia anche nelle tante persone che, spesso lontano dai riflettori, cercano ogni giorno di migliorare il proprio contesto, di sensibilizzare gli altri, di proteggere luoghi preziosi come gli orti botanici, autentici scrigni di biodiversità e banche viventi del seme, senza i quali avremmo già smarrito una parte incalcolabile del patrimonio naturale del pianeta.
Il finale mi ha fatto intravedere la possibilità di nuove avventure per i protagonisti. Ha già in mente di proseguire questo universo narrativo con nuovi capitoli o sviluppi della storia?
Fin dall’inizio ho concepito questo progetto narrativo come qualcosa di più ampio di un singolo romanzo: l’idea originaria era quella di dare vita a una vera e propria saga, capace di svilupparsi nel tempo attraverso nuovi capitoli, nuovi luoghi e nuove traiettorie umane. La genesi di tutto resta il Kirghizistan, esperienza fondativa non solo per il libro, ma anche per il mio immaginario. Da quel viaggio è scaturita una visione narrativa che desidero continuare a esplorare, partendo ancora una volta dal rapporto tra uomo, natura e memoria scientifica. I prossimi sviluppi manterranno infatti al centro il tema degli alberi rari e delle specie botaniche che potrebbero rivelarsi decisive per il futuro del pianeta, in un tempo in cui biodiversità e resilienza agricola sono questioni sempre più urgenti. Accanto ai protagonisti già conosciuti, entreranno nuove figure, nuovi intrecci e nuove geografie. Mi interessa costruire una narrazione capace di intrecciare avventura, ricerca, etica ambientale e dimensione storica, ampliando progressivamente questo universo. Un altro elemento a cui tengo molto è il recupero di personalità del passato che meritano di essere restituite alla coscienza contemporanea. Scienziati, esploratori, pensatori e donne e uomini il cui contributo è stato spesso dimenticato o marginalizzato.