Ultima tappa del blogtour organizzato da Fazi Editore per il nuovo romanzo di Ian Manook (Yeruldegger, Mato Grosso) “Heimaey”. Dopo le tappe dei nostri colleghi di Feel the book, Penna d’oro, Thriller Nord, Chili di libri e La Bottega dei libri tocca a noi con l’intervista all’autore.

Buongiorno Ian, domanda e curiosità. Perché sceglie sempre dei titoli internazionali (Yeruldegger, Mato Grosso, Heimaey). Ha paura della traduzione che può cambiare l’impatto con il lettore?

Mi piace mantenere i miei titoli, é vero, ma non è la vera ragione. Infatti tutti i miei romanzi s’ispirano a dei viaggi che ho fatto e i corrispondono a delle persone che ho incontrato, o dei luoghi che ho visitato. Ho lottato veramente, per il mio primo romanzo, per conservare il titolo Yeruldegger. Ero convinto che si sarebbe distinto nella massa di nuovi titoli che escono ogni mese. Devo ammettere che mi ho usato un forte spirito di convinzione per far decidere al mio editore di seguirmi nella mia idea. E’ per questo che sono stato felice quando Fazi ha deciso di mantenere i titoli come nell’edizione francese.

Nel nostro ultimo incontro mi avete detto che avete cominciato a scrivere Yeruldegger grazie ad una sfida lanciata da sua figlia. In Heimaey parlate del rapporto tra Jacques e sua figlia Rebecca. In Mato Grosso il protagonista era uno scrittore. Nei vostri ultimi romanzi quanto c’è di lei?

E’ un gioco, perché molto dei miei lettori si preoccupano del rapporto tra me e mia figlia Zoé. Bisogna riconoscere che leggendo nei romanzi il rapporto tra Yeruldegger e sua figlia, o Soulniz e sua figlia, si potrebbe pensare che anche il nostro rapporto sia così teso, ma non è vero, anzi il contrario. Penso che ci sia sempre qualcosa dell’autore (o dei suoi fantasmi) nel romanzo, disseminati in tutti i personaggi, ma non sempre come ce lo immaginiamo. Spesso, è l’opposto di quello che si è e che l’autore impersonifica nei suoi personaggi. Penso che sia quello che accade tra i miei personaggi e le loro figlie a differenza del mio rapporto con mia figlia Zoé, che è ricco, eccellente, magnifico e pieno d’amore…

ian manook calendarioAl centro di Yeruldegger ci sono le leggende e le credenze. In Heimaey anche. Quanto è importante la tradizione per conoscere meglio un paese?

Le tradizioni e le leggende sono il cemento che tiene insieme una comunità. I popoli senza credenze sono dei popoli persi. L’universo è irrazionale, la vita è irrazionale. Volere a tutti i costi razionalizzare il mondo, cancellare i misteri, è voler credere che noi possiamo capire tutto. Il miglior equilibrio possibile per poter godere al massimo della nostra vita così fugace, è cercare di capire tutto accettandone l’irrazionalità. Il 64% degli islandesi crede nel popolo invisibile degli elfi che vivono nascosti nelle rocce. Un amico educato e acculturato, mi ha stupito chiedendomi se ci credevo. Ho ammesso che sì, forse, in un Dio unico, al massimo. E lo hai visto? Mi chiede. Gli rispondo che logicamente no. E allora lui mi chiede qual’è la differenza nel credere in un Dio invisibile che vive in cielo e degli esseri invisibili che vivo nelle rocce.

Passato e presente. Ci racconta spesso di tradizione e d’attualità. In questo romanzo parlate d’Islanda e di crisi finanziaria. Perché è necessario per lei questo parallelismo?

Per due ragioni. Primo perché oggi è il risultato di domani. Il passato e il presente sono logicamente legati. Uno è il prodotto dell’altro, e l’altro spiega il primo. L’altra ragione è che questo andirivieni tra passato e presente ci dà la misura delle nostre vite. Lunghe e corte alle volte. Viviamo sempre più nel ricordo del passato che del presente. Carpe Diem è un principio molto difficile applicare piuttosto che quello del ricordo, della buona vecchia nostalgia.

La vendetta è il fil rouge di questo romanzo ma anche di Mato Grosso. Cos’è la vendetta per Ian Manook?

In colui che la pratica, la vendetta è un mezzo per regolare i conti, ristabilire un equilibrio, un’equità nella sofferenza. Per colui che la subisce, è l’occasione di capire cosa ha potuto fare di male. E’ esattamente ciò che succede in Mato Grosso. La vendetta di Santana, è di obbligare Haret a capire il male che ha fatto. Con il presupposto che il male sia spiegato dal vendicatore, la vittima non dovrebbe nemmeno contestare la punizione. Ma la vendetta è anche semplicemente una tecnica di scrittura, un meccanismo al servizio dell’autore.

Sandrine Collette nel suo ultimo romanzo Animal, ci porta in Nepal, in mezzo alla natura selvaggia. E’ una nuova corrente per gli scrittori che ci portano in paesi lontani e selvaggi?

Penso che ci siano sempre stati, ma è vero che con Olivier Truc ed il suo ultimo lappone, Caryl Ferev e il suo Zulu, abbiamo aperto un filone che in molti scrittori hanno seguito ed è bello. La forza del noir è di aver rintrodotto il romanzesco nella letteratura. La forza della storia. Dell’intreccio. Rintrodurre lo spaesamento, il viaggio, l’avventura, vuol dire rinforzare il romanzesco. Far scoprire ai lettori paesi lontani, e allo stesso modo fargli capire che i problemi degli abitanti di luoghi lontani assomigliano molto ai nostri. E poi c’è anche la tentazioni di scontrarso con altre tradizioni di scrittura. In Francia, con la casa editrice Hugo Thriller, con lo pseudonimo di Roy Braverman, ho scritto una trilogia americana che si svolge sugli Appalachi, in Alaska e in Louisiana. Una trilogia nella quale provo ad adottare una scrittura unica ad ogni regione rappresentando un genere diverso. L’hard boiled duro e puro nel primo romanzo Hunter. Il nature-writing in Crow, il secondo. E la scrittura sudista, alla James Lee Burke in Freeman, nel terzo romanzo. E’ a questo che serve l’esotismo. A giocare con il proprio piacere di scrivere.

Grazie a Ian Manook e buona lettura del suo ultimo romanzo Heimaey.

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