TRAMA

C’è un posto a Pista Prima, una città del nordest che ha visto tempi di grande benessere e che in qualche modo si culla ancora in essi nonostante il degrado evidente, un posto che ufficialmente non esiste, ma che tutti conoscono benissimo. Questo posto si chiama Le Zattere e come una terra di mezzo si è dato regole e leggi proprie, con un Consiglio che ne decreta azioni e interessi, benessere e sopravvivenza. Le Zattere sono un complesso di edifici abbandonati dove si è insediata una comunità di immigrati irregolari. Ognuno di loro si porta dietro una storia dove la vita e la morte hanno segnato in egual misura il loro tempo terreno, ma ognuno di loro proprio per questo ha imparato a conoscere e accettare gli altri, dando vita a una babele di lingue, razze, abitudini e culti. 

Ed è alle porte de Le Zattere che viene abbandonato mezzo morto Sergio Stokar, sbirro borderline dal grande fiuto e dall’aggressività incontrollabile. Tossicodipendente, razzista, maschilista e intollerante che però caduto in disgrazia è stato espulso dal suo lavoro e ha subito la rappresaglia di persone potenti a cui aveva pestato malamente i piedi.

Chi ha abbandonato Stokar a Le Zattere sapeva benissimo dove lo stava lasciando e sapeva anche che nessuno sarebbe andato a cercarlo lì. Quando Sergio riprende i sensi non sa affatto dove si trova, ma solo che lo stanno curando al meglio e che la sua memoria è messa male tanto quanto il suo corpo. Con il passare del tempo l’ex sbirro finisce inesorabilmente con l’adattarsi al mondo e alle leggi de Le Zattere, in una sorta di Moira da tragedia greca che lo punisce facendolo vivere con persone che aveva sempre osteggiato e disprezzato e da cui ora dipende interamente. E che lo comandano anche. Ma siccome per uno sbirro come Sergio la sbirragine fa parte del DNA il Consiglio de Le Zattere finisce per conferirgli dignità di sceriffo e lui come i suoi antichi colleghi del west, in realtà, si limita a mantenere l’ordine e a occuparsi di trascurabili reati. Fino a che proprio all’interno de Le Zattere non iniziano a sparire giovani donne che vengono poi ritrovate in posti orribili massacrate ferocemente e smembrate. Il Consiglio allora affida a Sergio l’indagine interna: deve trovare chi nascosto nell’ombra uccide queste povere ragazze. Inizia allora una caccia spietata che porta Sergio a scoprire che l’orrore parte e si consuma ben oltre Le Zattere e che chi uccide si nasconde dove pensa di non essere mai trovato.

PERSONAGGI

Sergio Stokar e l’alfa e l’omega di Nero come la notte. È quello che il lettore, fin dalle prime pagine, odia profondamente con la stessa intensità con cui lo ama. È lo sbirro che tanti poliziotti modesti vorrebbero essere, anche se non lo confesserebbero mai neppure a sé stessi. È il compagno di letto che almeno una volta nella vita ogni donna meriterebbe di avere. È il soccorritore che molte persone vessate e con le spalle al muro desiderano di vedere apparire nelle loro vite. Sergio è quel maledetto razzista da cui ognuno vuole e deve prendere le distanze, ma che poi si lascia intenerire dallo sguardo di una fragile e giovane donna la cui psiche è incasinata quanto la sua e che regala pasti a un ragazzetto affamato ma che ha sempre il sorriso sulla bocca. Sergio è tutto il contrario di tutto e quando il lettore pensa che è proprio un personaggio dall’anima nera come la notte si deve ricredere qualche riga più avanti perché le sfumature del suo animo sono mille e forse più di mille e forse qualcuna di esse assomiglia dannatamente a qualcuna di chi legge. Gli altri personaggi del libro sono riccioli di rafano e di rucola. Hanno sapore solo perché c’è la portata principale. 

AMBIENTAZIONE

Le Zattere sono post apocalisse, post terremoto, post abbandono, post industrializzazione, post agglomerato umano. Le Zattere sono uno stato d’animo dove si consuma una trama che avrebbe potuto essere ambientata nel glamour della campagna inglese e avrebbe sortito lo stesso risultato lasciando tutti i personaggi e la stessa agghiacciante e intensissima trama. Avoledo è troppo sofisticato e geniale per aggrapparsi a una location o per averne bisogno davvero per imbastire un noir crudele e sociale allo stesso tempo. Le Zattere sono un pretesto per scavare nella psicologia degli uomini. Un non luogo dove un ex magistrato della dittatoriale Romania può riscattarsi e riscattare, dove un medico asiatico cura prima lo spirito altrimenti il corpo non avrà ragione di continuare a sopravvivere, dove siriani preparati e geniali si ricordano delle bombe che si sono lasciati indietro, ma continuano a sentirne la eco in maniera assordante e per questo si nascondono dalla moltitudine mettendosi però a totale servizio degli altri. Tutta questa umanità aveva bisogno di un luogo fisico per essere raccontata e Avoledo gli costruisce intorno una cittadella fortificata, pur senza mura. Ma la cittadella è un non luogo perché fuori da Le Zattere la loro anima brillerebbe e si oscurerebbe esattamente nello stesso modo. Più interessante de Le Zattere è Pista Prima. Una città reale dove sotto la prima patina di ricca città del nordest i vermi del Male stanno divorando ogni cosa. È Prima Pista che fa più paura. Qui non c’è riscatto perché non c’è comunità. E se non c’è comunità l’umanità ha come destino la morte. 

CONSIDERAZIONI 

Se fossi più furba o più accorta non lo direi, ma voglio raccontare ai lettori ogni sfumatura di questo incredibile romanzo, e quindi dirò anche che in alcune pagine ho riso. Ma riso sul serio. Con le lacrime. L’episodio in cui Sergio rincontra per caso la sua vecchia insegnante di greco colpita dalla sindrome di Tourette è a dir poco esilarante, anche se nelle intenzioni dell’autore non sarebbe dovuto esserlo. Ma questo si chiama genio e la genialità a volte è inconsapevole. Negli ultimi due anni del Liceo Classico la mia insegante di letteratura italiana ha fatto in modo che leggessimo (fuori programma ministeriale) autori come Buzzati, Pasolini, Pavese. E questo perché diceva che solo leggendo chi scriveva in un certo modo si poteva poi imparare a scrivere decentemente.  Ebbene leggere Avoledo è un meraviglio esercizio di apprendimento. Da un autore così si può solo imparare. Nero come la notte ha anche questo pregio oltre che essere uno strepitoso romanzo di genere. Per cui bisogna leggerlo e basta. Tutte le altre parole sarebbero superflue.

INTERVISTA

Tullio nel tuo romanzo c’è un mondo a parte, abitato da una società a parte che si è data regole ben precise, ma che ha fatto in modo di essere anche autosufficiente pur circondata dalla città vera, quella con vere forze dell’Ordine e vere istituzioni. Qualcosa che in varie parti del mondo esiste sul serio. Come è possibile che ci sia tutto questo? E come è possibile che tutto questo esista in società cosiddette civilizzate?

Il mondo in cui sono nato, nel 1957, vedeva la compresenza di molte civiltà diverse. In Italia la civiltà contadina, antica di migliaia d’anni, stava per essere sradicata nel giro di un decennio, e con lei la tradizione cristiana. In certe zone dell’Africa e anche in altri continenti la maggioranza della popolazione viveva di fatto come nell’età della pietra, o nel medioevo. Diverse civiltà convivevano, di fatto ignorandosi l’un l’altra, sulla faccia del pianeta. C’era una specie di biodiversità culturale, che di per sé rappresenta sempre una ricchezza, come l’infinita varietà di patate che tuttora alcuni contadini del Perù si ostinano a coltivare – in barba alla devastante politica delle multinazionali del settore alimentare – rappresentano una ricchezza per tutto il pianeta, proprio in termini di biodiversità e di possibile sussistenza in caso di calamità, naturali o meno. La globalizzazione e la diffusione dei trasporti di massa negli ultimi anni hanno finito per appiattire tutto, o comunque per ridurre i margini di differenza. Le bottiglie vuote di Coca Cola che un tempo gli indigeni di certe isole del Pacifico adoravano come feticci ora sono diffuse su tutto il pianeta, e un mare di informazioni condivise produce a livello ideologico e mentale lo stesso effetto della famosa isola di plastica a galla nell’Oceano Pacifico. Internet e la plastica stanno inquinando e uccidendo il nostro mondo, fisico come spirituale. Eppure ancora oggi ci sono sacche di resistenza. Non a caso il mio romanzo è dedicato “a chi resiste”. Anche nel nostro Paese, che ci piaccia o no, ci sono modelli di organizzazione alternativa, fra gli immigrati, che possono fare a meno dei nostri canali distributivi, dei nostri servizi bancari, della nostra rete d’informazione. Alcuni immigrati vivono oggi in Italia ma sono autonomi – e spesso invisibili – rispetto alla nostra società. Non è sempre un bene, ma è una realtà. Una struttura analoga alle Zattere esiste, nelle Marche, e l’ho studiata, per quanto a distanza. Sono modelli organizzativi che vanno studiati. Anche in uno stato monolitico e mostruoso come il Terzo Reich nazista esistevano, del resto, sacche di resistenza o bolle in cui trovare rifugio, come nel caso di Anna Frank o del Ghetto di Varsavia. Nel mio romanzo ho voluto immaginare due società che convivono e necessariamente interagiscono pur ignorandosi a vicenda e guardandosi con diffidenza, se non addirittura con un senso di rifiuto. L’attuale emergenza del Covid-19, d’altro canto, ci ha mostrato quanto fragile sia la nostra condizione umana e la struttura stessa della nostra società; prospettarsi modelli di vita alternativi diventerà una necessità, nei giorni a venire. Stiamo assistendo a uno stravolgimento delle nostre vite che dovrà portarci a riflettere sulle nostre reali necessità e sul modo migliore per gestire quella che si prospetta come una possibile crisi senza fine. Le Zattere sono un modello del tutto possibile. A pagina 136 del mio romanzo descrivo una spedizione di cacciatori delle Zattere che esce con arco e frecce nella boscaglia prima dell’alba, sotto le scie dei jet che decollano dalla base americana di Aviano. Perché, dice il capo dei cacciatori, “la carne costa, e in giro ce n’è un sacco gratis, che vaga senza senso nei campi e nei boschi di questi italiani troppo grassi e pigri per farsene qualcosa”. Età della pietra e futuro convivono, sotto il cielo del Friuli. La considero una specie di profezia, che spero non si avveri…

Sergio è un tossicodipendente, violento, razzista, maschilista e anche un po’ infantile. Eppure il lettore non riesce a disprezzarlo o a odiarlo sul serio. Forse perché scopre abbastanza presto il gioco autoriale della consumata sovrapposizione tra vittima e carnefice. Sergio però è anche un protagonista che da solo regge l’intera narrazione, un personaggio forte e intenso, costruito con grande bravura, la cui voce e i cui ragionamenti sono quasi udibili da chi legge. A chi ti sei ispirato? Hai mai conosciuto sul serio uno come Sergio?

Sergio non esiste. A volte mi dispiace, perché vorrei avere il suo numero e chiamarlo in caso di necessità… Però sì, ho incontrato persone come lui. Ho conosciuto poliziotti della Buoncostume che il contatto con crimini orrendi aveva indurito fino a renderli asociali, brutali. Difendono una società malata da malattie ancora peggiori. Sanno che non c’è redenzione, che non c’è più il bene, che siamo in certo modo tutti complici, se non altro con la nostra indifferenza. Eppure questi uomini e queste donne continuano a fare il loro dovere, pagando in prima persona un prezzo terribile. Non a caso gli eroi di Sergio sono tutti eroi di cause perse: i legionari francesi che si battono e muoiono nelle trincee di Dien Bien Phu, o gli ufficiali polacchi che caricano a cavallo i tank nazisti. Sergio è un eroe anche, e direi soprattutto, perché sa che nella nostra società non c’è rimasto più un Bene da difendere. A un certo punto dice che è inutile cercare di tenere fuori i “cattivi” quando i mostri sono con noi, all’interno delle nostre mura, camuffati da “buoni”. Quello di Sergio è un eroismo ancora più grande proprio perché sa benissimo che il Male non si può sconfiggere. Perché il Male è ormai parte viva della nostra società. Non si può più estirpare, ma solo tenere a bada. 

Quello che salva Sergio, alla fine, è la cultura classica che bravi insegnanti gli hanno fatto conoscere a scuola. Il fatto che la più brava di queste insegnanti sia diventata una vecchia con la sindrome di Tourette è una metafora del passaggio dalla cultura dei classici alla comunicazione distopica dei social. Alla fine è il pensiero dei grandi filosofi del passato a consentire a Sergio di superare il Male, prendendo la distanza dalle cose quotidiane e vedendole da una prospettiva più alta. È questo che mi ha consentito di dare al libro un finale positivo e che rende Sergio Stokar un personaggio caro al lettore, alla fine del romanzo.

Facciamo che Nero come la notte diventi prima una sceneggiatura e poi un film. Quale è per te l’anima dell’intero romanzo? Cosa vorresti che venisse riportato fedelmente? A cosa non potresti mai rinunciare come spettatore del tuo libro? 

Nel genoma di questo romanzo c’è, e mi stupisce che nessuno se ne sia accorto, un libro apparentemente diversissimo come La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth. Come quel fantastico, prezioso romanzo, Nero come la notte è il percorso di un uomo dalla tenebra alla luce – e alla salvezza – attraverso una serie di incontri che sono altrettanti miracoli.

C’è anche l’Anabasi di Senofonte, e, perché no? l’Odissea. E quella straordinaria poesia di Kavafis, Itaca. Se dovesse diventare un film, vorrei che sceneggiatore e regista riuscissero a tener conto di queste citazioni, ma soprattutto a rendere la sensazione dell’inverno del mondo, e del calore che può offrire un rifugio come le Zattere. Nel romanzo, Sergio finisce per capire che non sono una prigione, e ogni sua uscita nel mondo “normale”, il mondo di fuori, diventa una spedizione militare che gli fa desiderare il ritorno a casa. L’ambiente ostile delle Zattere si rivela la sicurezza (per quanto illusoria…), e il mondo di prima una jungla terribile, piena di pericoli.

La cosa alla quale non potrei rinunciare è la pulizia morale: le scene di sesso estremo, come quelle di violenza, dovrebbero assolutamente essere girate come la coreografia di un balletto – quello che è riuscito a fare Stanley Kubrick in Arancia meccanica: zero compiacimenti, zero titillamenti degli istinti più bassi del lettore e dello spettatore. Il film dovrebbe essere un’esperienza penitenziale, come quella di Sergio nel libro, che faccia uscire lo spettatore dalla palude della passività e dell’atarassia, e lo porti a prendere posizione nei confronti di questo mondo assurdo e meraviglioso in cui ci è capitato di vivere. Vorrei che il nostro mondo, dopo la catastrofe che ci ha colpito, sapesse rinascere a una vita più degna, più pulita. È questo, in fondo, il “messaggio”, per usare una parola che ormai non si usa più, del mio romanzo. 

E naturalmente ho in mente – e a un certo punto nel libro lo dico – un solo attore, per il ruolo: il grande Tom Hardy. Quello che è riuscito a fare in Dunkirk, con la faccia coperta per gran parte del film da una maschera da pilota, è straordinario. È lui, e solo lui, il possibile Sergio Stokar di un film. Per ora è solo un sogno, ma, chissà? viviamo in un mondo pieno di possibilità.

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