Hard Boiled

Buonasera (signorina) di Davide Pappalardo, Anno 2016

Apr 09, 2018 Paola Rocco
Trama 80
Suspense 70
Scrittura 72
74
Il nostro voto 74

UN OMAGGIO ALL’HARD BOILED AMERICANO

Secondo romanzo di Davide Pappalardo (che ha esordito con Milano Pastis nel 2015), Buonasera (signorina)si svolge in una cupa Milano dei primi anni Settanta e rappresenta in parte un omaggio al genere hard boiled, come precisa lo stesso autore (“…il genere letterario che ho scimmiottato divertendomi a riprenderne caratteristiche e cliché tramite detective ‘duri’, femmes fatales e ambienti luridi ammorbati dal puzzo di sigari scadenti e pessimi alcolici”).

È a Milano che la sera dell’antivigilia di Natale del 1970 viene ucciso con ventisette coltellate Gino Molinari, braccio destro ed ex socio di Joe Le Maire, gangster ormai anziano molto noto fino a qualche anno prima nell’ambiente dei marsigliesi e attualmente riciclatosi come importatore di whisky – ma si tratta naturalmente solo d’una copertura, volta a celare dietro le quinte ben altra effettiva operatività.

A esser sospettato dell’assassinio, avendo avuto col defunto un alterco fin troppo vivace appena un paio di giorni prima, è il protagonista Libero Russo, che è anche voce narrante: ex poliziotto espulso dalle forze dell’ordine per un evento non meglio precisato – ma intuitivamente abbastanza nefando – verificatosi nel giugno dell’anno precedente, e adesso sedicente investigatore privato sempre sull’orlo d’una crisi di nervi, Libero ha lasciato nei suoi ex colleghi un vivo ricordo di sé e insieme un certo desiderio di vendetta che adesso li spinge a fare di lui il principale, se non l’unico indiziato.

All’origine dell’alterco con Molinari, sospettato di dirigere in coppia con Le Maire e dietro il fragile paravento dell’import-export di alcolici ben altri traffici tra droga e prostituzione, c’è proprio un’indagine – anzi, a dire il vero l’unica indagine di fatto in corso – di Libero, incaricato da un’anziana coppia di coniugi che, con ogni evidenza, non ha potuto permettersi nulla di meglio, di ritrovargli l’unica figlia, Santina. La ragazza, soprannominata Panna Dolce e coinvolta appunto in un giro di prostituzione, è infatti scomparsa da qualche mese.

Buonasera (signorina) prende il nome dalle canzoni di Fred Buscaglione che il protagonista ama ascoltare – in modo in effetti abbastanza ossessivo – nella solitudine alcolica del suo appartamento ingombro di cianfrusaglie da quattro soldi e sottoposto alla malevola vigilanza dei diffidenti dirimpettai, con l’effimero conforto dell’amico Fritz, il gattone di casa (chiamato proprio così in omaggio all’opera lirica) e, naturalmente, dei ricordi: in primis quello della moglie Clelia, che se n’è andata dopo quel maledetto giorno di giugno dell’anno prima in cui s’è consumato il suo destino cinico e baro.

Costretto a ripiegare sulla dubbia e problematicamente saltuaria attività d’investigatore privato, pure esercitata da abusivo visto che lui non ha mai chiesto il tesserino e anche se lo facesse avrebbe poche probabilità di ottenerne uno – ma di abusivo Libero ha persino il nome, affibbiatogli repentinamente dai suoi alla fine della guerra in omaggio appunto alla liberazione: all’anagrafe infatti si chiama Salvatore, come il nonno siciliano:

“Ero nato nel ’42 e il mio vero nome era Salvatore ma qualche anno più tardi, subito dopo la Liberazione, i miei vecchi avevano ben pensato di cominciare a chiamarmi Libero. Con buona pace di carta bollata e delle tradizioni, secondo le quali avrei dovuto chiamarmi solo, sempre e soltanto come mio nonno, Salvatore detto Turi, e scandalizzando la famiglia con questa scelta. E regalandomi un appellativo che presto avrebbe suonato un po’ come una presa per il culo. Libero di che? Di farmi fregare dal prossimo, di crearmi vincoli gravosi, di farmi ammanettare dai miei ex colleghi…”

Il protagonista si troverà ad affrontare, in una città livida e perturbante, un complesso sviluppo di personaggi, storie e situazioni.

A dargli, in qualche modo, fiducia saranno soltanto il peculiare ex collega Marione e la giovane prostituta Martina, occhi blu capelli neri, canonico rifugio dell’estenuato cavaliere errante d’ogni favola (noir) che si rispetti.

E, ancora, le brevi soste a casa dei genitori di Santina, la ragazza scomparsa, attimi di bonaccia sospesa nello stordente fluttuare della vita:

“Lui nutriva la sua amarezza di sguardi persi nel vuoto e silenzi, lei col suo ciarlare ammazzava i cattivi pensieri e, quando questi erano indomabili, li soffocava a colpi di rosario o di uncinetto. Io stavo lì, semplicemente a guardare i marosi di quella casa e ad ascoltare lo sciabordio delle onde di quel mare odoroso di profumi casalinghi: trippa, cotenna, patate in umido”.

In questa sua queste di picaro sfortunato e disarmonico Libero si troverà ad affrontare, tra gli altri, la vedova di Molinari, impressionante figura di donna, rinchiusa dal marito nel manicomio di Mombello per motivi, ovviamente, tutt’altro che terapeutici, e il figlio di lei, inquietante e patetico; e poi anziani gangster franconapoletani, giovani questurini veneti, ex colleghi rancorosi…

Sullo sfondo una Milano oscura e incattivita ancora abbastanza lontana (ma forse poi neanche troppo) dal freddo scintillio del decennio da bere.

Editore: Eclissi
Anno: 2016