Altre forme di giallo

Assassinio sull’Orient-Express, dal romanzo alla pellicola Film in Giallo

Gen 25, 2018 Paola Rocco
Trama 100
Suspense 90
Stile 89
93
Il nostro voto 93

Assassinio sull’Orient Express esce in Inghilterra nel 1933. Nell’ambientazione rappresenta senz’altro un omaggio a una delle passioni della Christie, che amava viaggiare e viaggiare in treno e che, a proposito di certi treni in particolare, ebbe a dichiarare che alcuni vagoni erano, per lei, come vecchi amici. L’azione si svolge, dunque, su uno degli esemplari più affascinanti e blasonati del genere, quell’Orient Express che, inaugurato il primo agosto 1883, nel 1889 circolò senza soste da Parigi a  Costantinopoli. Sessantasette ore per 3186 chilometri: il “re dei treni e il treno dei re” (Alfonso di Spagna, Gustavo I di Svezia, Carlo d’Austria, Leopoldo II del Belgio se ne servivano per i loro spostamenti su e giù per l’Europa) che “vari anni prima che nascesse il XX secolo cominciava a rappresentare un simbolo di prestigio per chi poteva permettervisi sopra un viaggio di piacere, sinonimo di avventura, lusso e voluttà” (Oreste Del Buono).

Ma attenzione, questo della Christie è in realtà la sua versione aggiornata al 1919: non il mitico Orient-Express di fine Ottocento, insomma, bensì il Simplon Orient-Express, un grande treno internazionale, certo, e tuttavia non più e non proprio quello d’una volta, un treno in effetti “aperto più agli avventurieri che ai re d’un tempo” (Del Buono). La Christie nel titolo glissa graziosamente, o per dirla tutta la Christie fin dal titolo bara sapientemente per conservare alla storia quello sfondo di fascino esotico, lusso raffinato e furibonde passioni che per i lettori della sua e forse d’ogni epoca appariva ancora indissolubilmente legato al grande mito su rotaie della fine del secolo.

Il piccolo detective belga – protagonista dell’intrigo è infatti Hercule Poirot – si troverà dunque a svolgere le sue indagini (poiché naturalmente durante il viaggio ci sarà un delitto e sarà un delitto estremamente complesso) tra corridoi, cabine-letto e vagoni ristorante: un’ambientazione da camera chiusa resa ancor più claustrofobica dall’improvviso abbattersi d’una valanga che catapulterà i convogli di testa fuori dai binari.

L’inevitabile necessità di sgombrare il terreno prima di poter proseguire – metafora di questa e di molte altre storie dell’autrice, con i protagonisti forzatamente e finalmente obbligati da un evento più o meno esterno a fare i conti con ciò che, tracimando dal passato, gl’ingombra il presente e gl’impedisce il futuro – costringerà i viaggiatori a questa sosta non voluta in un paesaggio ossessionante e incombente; il silenzio millenario che avvolge le cime innevate, gli altissimi picchi e l’esile costone di roccia sul quale l’Orient-Express ha preteso fin lì di snodare il suo corpo sinuoso ne sarà l’austera, impietosa cornice.

L’uomo trovato cadavere nella sua cabina è un milionario americano dal passato dubbio: così come dubbio, doppio, indefinito si rivelerà ben presto all’investigatore ogni personaggio del dramma – e riuscita, nel film di Branagh, appare la scelta registica di sovrapporre a ciascuno degli ospiti riuniti nel vagone ristorante subito dopo la scoperta dell’omicidio l’immagine degli stessi riflessa nei vetri e negli specchi che adornano la sala, simbolico rimando alla natura appunto doppia, non rivelata, nascosta delle loro identità e delle loro molteplici storie.

Efficace anche la resa della dimensione separata, claustrofobica, con le ripetute inquadrature dall’alto del treno rovesciato e inerte nella neve come un grosso animale colpito a morte, su cui s’affannano invano i piccoli esseri brulicanti della squadra di soccorso.

Nei panni del detective belga Kenneth Branagh rinuncia però programmaticamente – almeno così ci sembra – a uno degli aspetti fondanti del personaggio.

E, cioè, a quella sottile vena di comicità, quell’inclinazione alla buffoneria invariabilmente presenti invece nei libri della Christie che hanno per protagonista appunto Hercule Poirot: il “buffo omino” dal nome altisonante e dalla corporatura esile, con la testa a uovo e i baffi arricciati all’insù del cui aspetto orgogliosamente inusuale è solito prendersi estrema cura in ogni circostanza (come, del resto, di ogni particolare dei propri immacolati, impeccabili outfit), proteggendoli persino, di notte, con un’apposita retina: vezzo ripreso nel film da Branagh che, uscendo a precipizio dalla propria cabina, sfoggia sul viso un mostruoso paio di piegabaffi – ma mostruosamente inadeguati al personaggio appaiono i suoi stessi baffoni: grigiastri, pesanti, asburgici, avrebbero fatto inorridire il vero Hercule.

Un’attenzione alla propria persona simile a quella di quel gatto cui Poirot viene sovente paragonato, condividendo con questo non solo l’intrinseca eleganza e implacabile rapidità di movimenti ma anche l’indole in fondo giocosa, la tendenza a un’elusiva e complessa clownerie e soprattutto quell’estrema volontà di tutela della propria dignità che finisce, a volte, col volgersi nel suo contrario, appunto in una comicità improvvisa e spesso involontaria.

Aspetti, tutti, che nella scelta registica di Branagh (più simile, in effetti, a una sorta di Sherlock Holmes: si veda anche la sequenza iniziale del film, con quel bastone di Poirot incastrato nel muro che determina la cattura del criminale in fuga, sorta d’onniscienza preventiva più simile, davvero, per tempistica e situazioni, al britannico esponente delle detective stories creato da Sir Arthur Conan Doyle) vanno quasi totalmente perduti in favore d’una seriosità austera, d’un acume a tratti fin quasi sottilmente sinistro.

E del resto la venatura comica del personaggio sul grande schermo è stata resa con efficacia forse solo da Peter Ustinov, probabilmente il miglior Poirot di sempre non fosse stato per la sua stazza pesante, sovietica, per quell’incarnato roseo e quel pelame biondo oro d’area nordica del tutto opposti alla corporatura minuta, scattante del piccolo belga: fisicamente molto ben incarnato, invece, da Albert Finney, il Poirot dell’Assassinio sull’Orient Express del 1974, e poi dal David Suchet di tanti film per la tv.