La schiuma dei giorni

La schiuma dei giorni

UNA GRANDIOSA BABELE

È un’impresa titanica non solo recensire, ma addirittura definire quest’opera surreale scritta da un ventiseienne funambolico: sembra di osservare un quadro di Salvador Dalì: ci lascia interdetti, non capiamo bene di che si tratta, ma ci piace un sacco!

Boris Vian scrive questo testo nel 1946 e lo pubblica l’anno successivo dopo averlo sottoposto al giudizio di Sartre e Simone de Beauvoir, suoi amici e sodali. L’opera, però, passa quasi inosservata tra le maglie del tempo e dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1959, bisognerà attendere la riedizione del 1963 perché “La schiuma dei giorni” diventi lo straordinario successo che è ancora oggi.

Ma proviamo a raccontare qualcosa per mettere un minimo d’ordine in questo caleidoscopio.

Colin è un ventiduenne ricco e nullafacente con un maggiordomo/cuoco eccellente. La nipote di costui – Alise – sta iniziando una storia con lo spiantato Chick, amico fraterno di Colin. I ragazzi si incontrano alla pista di pattinaggio sul ghiaccio e qui incrociano il primo morto (anche se non si tratta di un omicidio).

Non sentì la risposta, perché un individuo di lunghezza smisurata, che da cinque minuti si stava producendo in una dimostrazione di alta velocità, proprio in quel momento gli era passato fra le gambe, tutto piegato in avanti fino al limite estremo, e in questo modo aveva prodotto una corrente d’aria che aveva sollevato Colin qualche metro dal suolo. Colin si aggrappò al bordo della galleria del primo piano, eseguì una salita in appoggio e ricadde a fianco di Chick e Alise perché l’aveva eseguita in senso inverso. “Bisognerebbe proibirgli di andare così veloci” disse Colin. Poi si fece il segno della croce, perché il pattinatore si era appena schiantato contro il muro del ristorante, all’estremità opposta della pista, ed era rimasto là, appiccicato come una medusa di cartapesta squartata da un bambino crudele. I paggi-pulitori fecero per l’ennesima volta il proprio lavoro, e uno di loro piantò una croce di ghiaccio là dove era avvenuto l’incidente.

Poco dopo, Colin incontra Chloé, se ne innamora e la sposa, ma durante il viaggio di nozze Chloé si ammala. Le cose cambiano, tutto precipita, incrociamo altre morti violente, ma sono insignificanti per chi le provoca, lo sguardo perso altrove alla ricerca di una speranza di felicità che è sparita.

Là dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano dall’oscurità, si urtavano nel chiarore e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo.

La fine è una specie di Re Lear di uno Shakespeare molto disturbato e, francamente, trovo strano che nei tempi lontani in cui è stato pubblicato, questo libro non sia stato messo al rogo assieme al buon Vian. Meglio così, meglio che pubblico e critica lo abbiano ignorato, all’epoca: troppo moderno, troppo iconoclasta, troppo oltre per essere compreso.

Oggi, il problema potrebbe essere nella scarsezza delle note a margine (di cui l’edizione francese in mio possesso abbonda) che spieghino i riferimenti musicali (moltissimi, legati al Jazz) e culturali dell’epoca (Jean Sol Partre è Jean Paul Sartre, ovviamente. Ed è la citazione più semplice da individuare, tra le tante). Consiglio, perciò, prima di imbarcarsi in questa avventura psichedelica, di leggere qualche articolo esplicativo dell’autore, così da comprendere meglio questo romanzo che è giallo (giallissimo, direi nero pece) verso la fine e di altri mille colori nei tre quarti precedenti.

Buona lettura e…buona fortuna.

Editore: Marcos y Marcos
Anno: 2005