Il sentiero degli uomini perduti

Il sentiero degli uomini perduti

LA LONTANA CUGINA DI MISS MARPLE: AMELIA BUTTERWORTH DIRETTAMENTE DALLA FINE DELL’800

Nata in America alla fine dell’Ottocento dalla penna di Anna Katherine Green, nota come the mother of mistery – sì, lei invece della Christie, proprio così… – ma esiguamente tradotta e parzialmente sconosciuta in Italia, miss Amelia Butterworth, la detective in gonnella protagonista de Il sentiero degli uomini perduti(titolo originale No man’s land, uscito negli Stati Uniti nel 1898 e oggi pubblicato da noi per i tipi della casa editrice Nero Press, che ha in serbo anche altre avventure dell’eroina in questione), Amelia Butterworth è tuttavia assimilabile a una sorta di cugina alla lontana di Miss Marple, l’investigatrice dilettante di molti gialli della Christie, ugualmente afferenti al filone del giallo classico, o a incastro, come quelli della Green.

Gialli il cui impianto narrativo si costituisce sulla base di una sorta di patto con il lettore, che è o dovrebbe essere a conoscenza degli stessi indizi in possesso del detective e che quindi viene chiamato a risolvere alla pari con quest’ultimo – o prima, o dopo – l’intricato mistero di volta in volta propostogli. Piano, però. Tra le due ci sono, infatti, alcune differenze.

Amelia Butterworth è una gran dama: raffinata, cittadina– e di che città: la scintillante New York di fine Ottocento, nientemeno -, senza alcun tipo di problemi economici, con una bella casa a Gramercy Park popolata da uno stuolo di domestici e l’aspetto fiorente e ancor giovanile (da svariati indizi da lei stessa disseminati con studiata noncuranza sembra probabile si avvicini alla cinquantina, ma guai a chiederle l’età) che è lecito aspettarsi in una donna nelle sue condizioni.

Ha pure avuto il buon senso di non sposarsi, e dunque i capricci d’un consorte bisbetico – per citare quell’altra terribile zitella della Austen – o il disordine di tre o quattro marmocchi non hanno mai increspato neppur di poco la smagliante superficie della sua esistenza.

Un’esistenza, tra l’altro, improntata a dei principi di ferrea autonomia e sprezzante noncuranza di quelle tradizionali prerogative squisitamente femminili che all’epoca dei fatti ancora modellavano, o si sforzavano di modellare, personalità ed esistenze delle signore e signorine di buona famiglia.

E Miss Marple è una signora inglese di provincia, anziana e rispettabile, dalle risorse limitate e dall’esistenza giocoforza più appartata e dimessa: vive in un piccolo cottage a St. Mary Mead, con l’unica compagnia d’una serie di giovanissime domestiche un po’ spaurite provenienti, in genere, dal vicino orfanotrofio, e se non fosse per la generosità del nipote Raymond, scrittore di successo, non potrebbe permettersi nemmeno un viaggetto ogni tanto…

Entrambe, però, condividono – oltre al nubilato, evidentemente indispensabile a raggiungere la necessaria concentrazione – la stessa profonda vocazione all’osservazione e alla deduzione: quell’impietosa e lucida conoscenza della natura umanaesplicitamente citata dal vecchio Gryce, l’investigatore amico della Butterworth che l’ha già aiutato a risolvere altri casi, in un complesso rapporto un po’ da collaboratrice un po’ da avversaria; nonché, naturalmente e in più occasioni, dalla stessa Marple.

Proprio a questa sorta di Analisi Comparata della Personalità finalizzata alla catalogazione per tipi (o, se si vuole, alla loro sistemazione in un ideale casellario delle tendenze, criminali e non, del cuore umano) come accennato si appellerà, all’inizio del Sentiero, l’anziano detective Ebeneazer Gryce per sollecitare l’intervento della Butterworth in quel sinistro mistero che gli tocca cercar di dipanare.

Un mistero i cui caratteri risultano, appunto, ancor più sordidi e inquietanti data la pastorale, idilliaca cornice in cui si collocano:

Una di quelle placide oasi che si annidano tra le montagne, i cui abitanti conducono una vita semplice e nella cui cornice il delitto in ogni sua forma stona così tanto da costituire una completa anomalia. Eppure è proprio una serie di delitti – o quantomeno di orrendi misteri non meno raccapriccianti – ad aver portato, nel corso degli ultimi cinque anni, alla sparizione di quattro persone, di ogni tipo ed età, avvistate per l’ultima volta nel suddetto paesino o nelle immediate vicinanze.

Apparentemente decisa a non lasciarsi sedurre di nuovo dal richiamo del crimine – il colloquio tra lei e Gryce si concluderà infatti con un nulla di fatto -, a una Miss Butterworth fin troppo ammantata di tranquilla compostezza finché l’amico si trova nel suo salotto, una volta congedatosi quest’ultimo tornerà però in mente all’improvviso che proprio nel villaggio in questione risiede “la prole” della sua sfortunata amica d’infanzia Althea Burroughs: “Una delle mie più care amiche di sempre. A scuola eravamo compagne di classe e quando Althea morì, mi promisi di non procrastinare oltre la visita che dovevo alla sua prole. Ahimè, quanti anni erano passati da quel momento!”.

Detto fatto, l’intraprendente signorina si precipita, sostanzialmente, a casa della “prole”: un inquietante giovanotto, William Knollys, e due misteriosissime ragazze, Loreen e Lucetta, che la morte di entrambi i genitori sembra aver lasciato in condizioni a dir poco spaventose.

I tre abitano infatti in un’immensa magione goticheggiante e quasi del tutto in rovina, guardata con sospetto dagli altri paesani, presumibilmente infestata dai fantasmi e affacciata, con altre sparse ville di diverso tenore, proprio sul sentiero delle misteriose sparizioni, soprannominato dai terrorizzati abitanti del villaggio appunto il sentiero degli uomini perduti.

Da questa casa dal fascino oscuro Amelia muoverà i primi passi di un’indagine ostinata e caparbia che la porterà, infine, a sciogliere l’inquietante mistero.

E fa parte un po’ del colore dell’epoca – insieme a certe saporose lungaggini stilistiche che rendono il libro ancor più godibile – il fatto che la nostra miss possa materializzarsi con un preavviso quasi inesistente in casa dei tre, aspettandosi e ricevendo un’accoglienza abbastanza cortese, per quanto stupita e un’ospitalità a tempo indeterminato, malgrado l’evidente stato di povertà dei padroni di casa e le condizioni al limite dell’inagibilità della casa stessa: chi di noi oserebbe, oggi, presumere di fare altrettanto?

Traduzione: Marialuisa Ruggiero

Editore: Nero Press Edizioni
Anno: 2017