Il profumo rubato

Il profumo rubato

UN PROFUMO PIENO DI FRAGRANZE PASSATE

Colonia, marzo 1737. L’operosa comunità mercantile, in buona parte d’origine italiana (e non sono in pochi, malgrado il successo economico e le solide case affacciate sulla piazza – o forse, chissà, proprio per questo…- a guardarli con sospetto, tra i nativi, che mal sopportano gli estranei pur se di seconda o persino terza generazione…) è sconvolta dalla morte improvvisa della giovane Johanna Catharina Feminis.

Ultima erede del fiorente commercio paterno di Aqua mirabilis (una sorta di antenata della moderna Eau de Cologne) che adesso, dopo la sua scomparsa, passerà probabilmente ad altre mani, la ragazza potrebbe esser stata vittima d’una losca macchinazione da parte di qualche rivale senza scrupoli, e anzi è proprio questo il sospetto che aleggia nell’aria il giorno del suo funerale e che condurrà a un violento scontro tra Anton Cettini, giornalista della locale Gazette de Cologne, e uno dei maggiorenti del luogo.

Poco dopo lo stesso Cettini verrà ucciso, e mentre a destare ulteriore preoccupazione in città sono una serie di misteriosi furti ai danni, tra gli altri, del mercante lombardo Dalmonte e della preziosa Aqua, Anna, giovane donna che Dalmonte, amico del padre di lei, ha ospitato in casa fin da quand’era appena diciassettenne – per buon cuore, certo, ma anche perché sa far di conto meglio di qualunque giovane di bottega – decide che è arrivato il momento d’indagare…

Questa, in sintesi, la trama de Il profumo rubato, primo romanzo dell’autrice tedesca Petra Reategui tradotto in italiano, in cui la trama gialla, con quella morte sospetta e quei furti (“Stoffe preziose, manufatti in oro e argento, vetri, specchi: tutto questo avrebbe avuto un senso. Ma gli oli essenziali? E per giunta frutti provenienti dal Sud, alcol etilico, acqua di lavanda e Eau de Portugal…”), si snoda su uno sfondo storico minuziosamente delineato, in cui il mondo degli immigrati italiani nelle grandi città mercantili sul Reno e sulla Mosella (ma anche in Francia, in Lussemburgo, in Belgio e in Olanda) si staglia nitidamente e rappresenta forse, col suo valore documentaristico, il pregio principale del libro.

Per la maggior parte ambulanti e bottegai specializzati nella vendita dei melangoli e delle cosiddette “franceserie” (“…belle stoffe, bottoni, fibbie, nastri, guanti di viscere di gatto intrecciate, frustini adorni di madreperla, oro, argento e pietre, saponi e flaconcini d’acqua di lavanda”), gli italiani – sbrigativamente identificati in base alla lingua d’appartenenza, per quanto attraversata e divisa dalla varietà dei dialetti, ma non ancora italiani in senso stretto perché l’Italia, alla fine del Settecento, non è ancora uno Stato – già ben prima della Guerra dei trent’anni si guadagnavano da vivere anche come muratori, fonditori di stagno e spazzacamini.

Tra questi ultimi, gli apprendisti avevano in media fra i 13 e i 14 anni, ma spesso erano anche molto più giovani. Più erano piccoli e magri, meglio era. Venduti, soprattutto sulle Alpi, dalle famiglie che faticavano a sopravvivere a spazzacamini di professione per una stagione o per un indennizzo, erano questi bambini delle valli ad arrampicarsi su per i camini. Anche in Germania fu per molto tempo prassi consueta pulire i camini in questo modo. (dalla postfazione)

E proprio “A tutti gli spazzacamini, in particolar modo a Faustino che perse la vita sul lavoro” l’autrice dedica il libro.

Ha un passato difficile e doloroso da spazzacamino pure il giovane Giacomo, uno dei protagonisti del romanzo, ma tra gli italiani in Germania c’erano appunto anche mercanti di successo, scalpellini stimati e architetti di fama. La stragrande maggioranza proveniva dalle valli alpine più povere, in particolare dalla zona intorno al Lago di Como e al Lago Maggiore, ma anche da Milano o Venezia.

Molti, come il ragazzo Giacomo, venivano dalla piccola Valle Vigezzo, dove oggi sorge un museo dedicato a loro, il Museo dello Spazzacamino di Santa Maria Maggiore, e ogni anno, a settembre, si tiene il loro raduno internazionale, cui partecipano spazzacamini provenienti da tutt’Europa.

E di vigezzini ne Il profumo rubato ce ne sono molti: oltre al mercante Dalmonte, in una galleria a metà tra storia e fantasia l’autrice ripercorre, tra gli altri, i caratteri del ricco spedizioniere e commissionario Farina e del distillatore Giovanni Paolo Feminis di Crana, produttore di “una misteriosa acqua terapeutica che si vendeva bene” e che ha un profumo buonissimo (tradizionalmente, l’Aqua mirabilis o Eau de Cologne contiene infatti olio di bergamotto, arancia, neroli, rosmarino, limone, limetta e Eau de Portugal).

A quest’acqua si attribuivano virtù terapeutiche che ne accrescevano a dismisura il valore (e il conseguente desiderio d’impadronirsene in esclusiva…) e che rappresentano il perno intorno a cui ruota l’azione: “Si diceva fosse indicata per la malaria e la peste, per il batticuore, l’emicrania e il mal di denti, ma giovava anche contro lo scorbuto, l’accumulo di grassi nel fegato o i malesseri intestinali…”.

Nel libro la Reategui mescola con sapienza personaggi storici, quali appunto i rappresentanti della comunità italiana a Colonia di cui sopra, ed eventi di fantasia, tracciando un percorso che affianca all’ossatura gialla uno sfondo ricco e cronachisticamente interessante sul quale spiccano i personaggi della giovane Anna, dalle insospettabili (in una donna, almeno…) capacità matematiche e dal piglio deciso, e del misterioso Giacomo, il nuovo arrivato dal passato oscuro che finirà per conquistarle il cuore.

Traduzione: Anna Carbone

Editore: Emons
Anno: 2018