L'ombra della perduta felicità di Roberto Centazzo

L'ombra della perduta felicità di Roberto Centazzo

L'ombra della perduta felicità di Roberto Centazzo

RECENSIONE

TRAMA

Che cosa fa un poliziotto in pensione? Nella maggioranza dei casi si annoia. E appunto i membri onorari e di fatto della “mitica” squadra speciale Minestrina in brodo si stanno annoiando a morte. Proprio loro, Santoro, Pammattone e Mignona che con le mani in mano non ci sanno stare. Un po’ perché è nella loro indole, un po’ perché non si rassegnano a non considerarsi ancora giovani e dinamici. Il trio delle meraviglie non è lo stesso se non ha per le mani una indagine, qualcuno da interrogare, qualche faccenda spinosa in cui mettere il naso. E così quando Santoro riceve la telefonata di un amico che fa parte del Sindacato autonomo di Polizia che gli chiede una consulenza, comprende subito che le sue giornate di sbadigli nelle pigre e fredde giornate autunnali della sua Liguria stanno per finire. Sembrerebbe una bella botta di adrenalina e anche di fortuna, ma quello che all’apparenza sembra perlopiù un caso di provvedimenti disciplinari a danno di un collega, nasconde, in realtà, un ginepraio di corruzione, insabbiamenti, poteri neanche tanto occulti e abusi belli e buoni. In poche parole, una bella gatta da pelare. Tutto ha inizio con le accuse che Giacomo Dotta, un poliziotto che gestisce con sua madre un agriturismo nelle langhe, muove verso dirigenti e pezzi grossi della Procura. E la denuncia che muove Giacomo ai poteri forti del suo ambiente è davvero pesantissima. Qualcosa che se venisse comprovata o accertata farebbe saltare più di una testa e scoperchierebbe un sistema di corruzione che arriva fino al procuratore della Repubblica. Per questo i tre amici chiamati essenzialmente come consulenti dal collega del sindacato intuiscono subito che il provvedimento disciplinare che colpisce Dotta con molta probabilità è soltanto un escamotage per isolare, ridurre al silenzio, rendere inoffensivo e soprattutto poco credibile lo stesso accusatore. Ma come fare per provare tutto questo? E davvero la squadra speciale Minestrina in brodo sarà lasciata in pace a indagare e cercare di aiutare il loro collega a portare a galla la verità? Ma soprattutto Giacomo Dotta è davvero una vittima o è solo un paranoico menzognero?

PERSONAGGI

Chi segue le avventure della squadra speciale Minestrina in brodo fin dalla sua prima apparizione nel primo romanzo della serie, sa che Roberto Centazzo ha fatto davvero un capolavoro perché i suoi tre protagonisti sono assolutamente adorabili. Santoro, Pammattone, Mignona possiedo tutti i difetti più simpatici che tre poliziotti in pensione possono avere e insieme tutti i migliori pregi della loro condizione. Forti dell’esperienza sul campo acquisita in decenni, i tre amici risultano sempre credibili, nel ruolo, con competenze indiscutibili. E anche in questo nuovo romanzo della serie che li vede protagonisti, pur partendo dalla Liguria per le Langhe come se fossero tre giovincelli alle prese con una vacanza estiva, non diventano mai una macchietta. Il lettore sorride sempre con loro e mai di loro. Grande, grandissimo merito dell’autore che fin dal primo romanzo ha saputo trattare con genialità e sapienza la condizione della terza età. La squadra speciale Minestrina in brodo sa di non potersi considerare alla stregua dei poliziotti in servizio e neppure dei poliziotti giovani, ma sa anche che l’esperienza, l’intuito e soprattutto il cameratismo non soffrono il tempo che passa; e loro come squadra di fare i pensionati e basta non ne hanno proprio voglia. Ma ne L’ombra della perduta felicità Centazzo dà vita anche a un personaggio ugualmente forte, un personaggio che non può non far riflettere i lettori e che diventa in qualche modo l’emblema di un sistema, di una ingiustizia perpetrata, di un malessere che non è solo fisico o mentale ma istituzionale. Giacomo è un poliziotto certo, però, quello che subisce e che deve affrontare va ben al di là del suo specifico ambiente. Per questo sopraggiunge nel lettore l’identificazione con il personaggio. Giacomo è chiunque subisce una ingiustizia, sono tutti quelli messi da parte e considerati pazzi o mentitori da poteri granitici e inscalfibili. Giacomo potrebbe essere chiunque di noi e questa è la parte del romanzo di Centazzo che fa più paura.

AMBIENTAZIONE

Ne L’ombra della perduta felicità ci sono la Liguria e anche le belle Langhe del Piemonte, c’è la dolcezza delle colline e dei pendii e dei paesaggi di quella parte del nord Italia che forse ancora non è stata scoperta come si dovrebbe. Ma questa è solo una ambientazione fisica e geografica e forse per la prima volta nei romanzi di questo autore non è neppure così importante. Certamente fa da sfondo alla narrazione, ne agevola la storia e magari fa venire in mente a chi legge che prima o poi un viaggetto da quelle parti non sarebbe male. Ma no, non è questa la vera ambientazione del romanzo. Il vero luogo da tenere presente in questo libro è un luogo psicologico, mentale, emotivo. È fatto dal dolore e dall’inquietudine della mamma di Giacomo, dall’isolamento del poliziotto, dall’accanimento di chi comanda, dallo smarrimento dei colleghi del protagonista, dall’enorme senso di ingiustizia che come una cappa avvolge luoghi, anime e menti. È questa la vera ambientazione che crea Centazzo in questo suo ultimo lavoro ed è la cosa più intensa che regala ai lettori.

CONCLUSIONI

Leggere Centazzo per me è sempre un piacere e credo che lui lo sappia perché c’è uno storico di mie recensioni che parlano chiaro. I suoi romanzi non sono mai un esercizio di scrittura e basta, nonostante lui scriva meravigliosamente. No, sono spaccati di vita, cronaca attualissima, diapositive di un mondo che ci circonda e che nonostante questo badiamo poco. Poi leggiamo i suoi romanzi e ci rendiamo conto che siamo troppo distratti, indaffarati, sopraffatti dalle nostre esistenze per poter guardare per bene cosa ci accade intorno. Ma questa nostra distrazione probabilmente permette che le stesse cose accadano. Che i cattivi, i malvagi, i corrotti trovino i loro giusti escamotage mentre noi siamo impegnati in altro. Per questo romanzi come L’ombra della perduta felicità vanno assolutamente letti, perché anche se a tratti possono raccontare cose agghiaccianti perlomeno ci aprono gli occhi. Eppoi Centazzo di pagina in pagina ci mette anche un po’ di quella ironia che lo contraddistingue da sempre e si sa che il dolceamaro come sapore è quasi sempre vincente.

INTERVISTA

Roberto, per la prima volta la Squadra speciale Minestrina in brodo deve affrontare una questione tanto spinosa quanto di attualissima cronaca, la corruzione anche tra le Forze dell’Ordine e perfino in Procura. Perché hai deciso di affrontare questo argomento e quanto è stato difficile svilupparlo?

Perché è un argomento strettamente correlato al tema principale del romanzo ossia la sindrome del Burnout, una patologia che colpisce quelle professioni con implicazioni relazionali molto complicate come le professioni sanitarie o degli appartenenti alle Forze dell’ordine. Ma non se ne parla, i dati vengono taciuti perché se si riconoscesse lo stress lavoro correlato dopo dovrebbero scattare i risarcimenti. E allora si preferisce insabbiare, minimizzare, quando invece i dati sono drammatici e direi allarmanti: si parla di 50 suicidi l’anno, ossia uno a settimana. Per tornare alla domanda prova a pensare in quale condizione si può trovare un poliziotto che si rivolge all’autorità giudiziaria per ottenere giustizia quando il procuratore della Repubblica è invece un corrotto, che fa politica attraverso la toga, che pensa soltanto all’ascesa di un parente candidato alle elezioni. Cosa può fare il poliziotto? Nulla. E allora cade in depressione e viene additato come un pazzo, uno da isolare, un cane sciolto. Non a caso ho atteso di essere in pensione per parlare di certi argomenti.

Santoro, Pammattone e Mignona sono ormai conosciutissimi dai tuoi lettori e anche in questo tuo ultimo lavoro ne conservano caratteristiche e fascino. Ma a parte loro quale è il personaggio che hai amato di più in questo tuo ultimo romanzo e perché?

In tutti i romanzi quelli che amo di più sono i coprotagonisti, che nascono per quel romanzo. Ricordo Marika, la trans del primo romanzo, Efrem, l’infiltrato di Mazzo e Rubamazzo e in questo caso Mariuccia, la povera mamma di Giacomo, il poliziotto caduto in depressione. Chi mi segue lo sa, io racconto sempre temi di grande attualità e spesso non devo inventare nulla. Purtroppo. Ho parlato nei vari romanzi di traffico di migranti sfruttati dalla criminalità organizzata, furti internazionali di auto di lusso, truffe a danno degli anziani, connessioni tra mafia, politica, banche e Chiesa o ora del burnout. E ogni volta l’ho fatto utilizzando un personaggio “secondario” che nasce e cresce mentre scrivo, che si sviluppa a poco a poco, che non avevo “preventivato” né forse immaginato. È il lato affascinante della scrittura: è come modellare la terracotta e vedere forgiarsi un vaso da un blocco di creta.

Dalla Liguria alle Langhe non è un viaggio lunghissimo eppure lo scenario che fa da ambientazione a L’ombra della perduta felicità è una vera novità per i tuoi lettori ed è come se lo stesso, in qualche modo, cambiasse o rendesse inediti anche i tre amici della squadra. È tutto voluto o è semplicemente capitato a mano a mano che scrivevi?

Ho voluto finalmente dare corpo al sogno di cui i tre della squadra speciale Minestrina in brodo parlano sin dal primo romanzo: ossia noleggiare il mitico furgone Volkswagen, il T2, per fare la famosa vacanza che sognano da quando si sono conosciuti a diciotto anni. Un tempo avrebbero desiderato arrivare sino in Germania o, perché no? in Svezia. Adesso si accontentano di un soggiorno nelle Langhe, più alla loro portata. Non dimentichiamoci che è una commedia e che in tutti i romanzi della serie io stempero e rendo masticabile la nervatura della realtà con qualche goccia d’ironia. Ma la ricetta completa non ve la dico.

Editore: TEA
Anno: 2021