A maggio abbiamo avuto il piacere e l’onore di presentare alla Mondadori Megastore gli ultimi due capolavori di R.J. Ellory, “Il circo delle ombre” e “Il diavolo e il fiume” (21 editore). Potremmo parlare dell’evento e logicamente incensarci dell’ottimo risultato, della risposta delle persone, ecc. Ma invece non lo faremo. In questo articolo voglio fare un parallelo, una considerazione tra l’opera di 2 artisti inglesi che hanno deciso di parlare dell’America, uno scontro tra scrittura e musica.

IL DIAVOLO E IL FIUME di R.J. Ellory
Soundtrack: The hope six demolition project – P.J. Harvey

Sono passati pochi mesi dall’inizio di quest’anno che per alcuni aspetti si preannuncia un anno da dimenticare. Sono passati pochi mesi e nascono, a breve distanza, l’ultimo album di P.J. e l’ultimo libro di R.J. E sembra l’assonanza anagrafica l’unico punto in comune. Ma tra i due artisti, i punti in comune nelle loro opere non sono solo banali sonorità.

Innanzitutto sono tutti e due artisti nati negli anni ’60 in Inghilterra (lei Yeovil, lui Birmingham) e hanno deciso, nelle loro ultime opere, di parlare e fare critiche sociali e politiche verso un paese, l’America, che negli anni ’70 decise di mostrare il bicipite muscoloso al resto del mondo. Non è una scelta facile e semplice parlare in senso critico di un paese grande e potente che sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia politica. Ma loro vanno avanti, P.J Harvey ci parla della guerra in Afghanistan, in Kosovo e dei piani governativi americani per “difendere” i quartieri più poveri. R.J. Ellory ci parla invece dei reduci del Vietnam (altro grande momento buio dell’America) e ce ne parla attraverso un noir intenso, ambientato in un paesino della provincia “sudista” americana. Il paese del romanzo non esiste, ma la provincia è quella vera, quella che sentiamo ancora palpitare lontano dalle grandi metropoli.

“Il Diavolo e il fiume” (21 editore) sono i compagni ventennali di Nancy Denton, un’adolescente americana che scompare nel 1954 e viene ritrovata dopo vent’anni proprio sul letto di quel fiume, uccisa proprio per mano di quel Diavolo. Il ritrovamento avviene grazie allo sceriffo locale John Gaines, poco incline ai meccanismi di quel paese e reduce di guerra. In un noir che si divincola tra le mura di una piccola comunità, vengono a galla demoni e segreti rimasti nascosti per vent’anni, passando dalla guerra al Ku Klux Klan.

“Un bamino sorrideva e lui vedeva un piccolo di otto anni a faccia in giù in una pozza di acqua fetida e fangosa, il retro del cranio sparito. Uno splendido mazzo di fiori, e lui vedeva non solo il nocciolo esplosivo e le code persistenti delle bombe al magnesio, ma anche il sibilo e lo schianto dei traccianti, e nelle orecchie c’era il botto sordo e il tuono del fuoco di mortaio. Come lo spettacolo di fuochi d’artificio del diavolo”. Così scrive Ellory della guerra vista da un soldato in uno dei tanti flash-back che attanagliano Gaines. E mi domando come si possa tenere lontana quest’immagine quando senti “The wheel” di P.J. Harvey che fotografa il momento dopo, quando i bambini spariscono dai luoghi di guerra e quello che ne rimane è una giostra arruginita. Ellory come Harvey inseriscono nelle loro liriche i bambini, vittime vere ed inconsapevoli delle guerre. I bambini sono per Ellory il punto di non ritorno di una società alla deriva. Quando una società può ferire o ammazzare un bambino od un adolescente, mostra il volto più oscuro e malvagio.

Ma R.J. Ellory disfa la matassa nel suo ultimo libro fino in fondo ponendo al lettore un’evoluzione logica. Finita la guerra bisogna ritornare alla vita normale e reintegrarsi in una società che non apprezza il tuo apporto bellico a degli ideali politici. Ma i reduci devono tornare a vivere, con i loro fantasmi, i loro incubi e soprattutto vivere con fotografie di drammi, per noi, inimmaginabili. E’ così che le ombre nel romanzo di Ellory diventano le protagoniste. Ombre nel paese, ombre sulla vita di un adolescente, ombre sulla guerra, ombre ovunque; ma le ombre non sono malefiche ma sono parte dell’anima. A renderle diaboliche è la mente che le genera.

P.J. Harvey ha scritto: “Quando scrivo una canzone visualizzo l’intera scena. Posso vedere i colori, dire l’ora del giorno, percepire lo stato d’animo, vedere il cambio di luce, le ombre in movimento, tutto è racchiuso in quella foto”, e questo romanzo di R.J. Ellory è il video che potrebbe partire dalla foto di Polly Jean, il proseguo di colori, la trasformazione degli stati d’animo, uno scambio intermittente tra luce e ombre che ci raccontano eventi, anche se finiti, ma che segnano ancora il nostro animo.

Per poter parlare ho letto questo romanzo tutto d’un fiato, facendomi accompagnare dalle musiche di P.J. Harvey … ed è stato un viaggio unico, con tanto di colonna sonora.