UN RITORNO ATTESO, LA NUOVA AVVENTURA DELL’ANTINAZISTA BERNIE GUNTHER

Lo abbiamo molto amato con il precedente romanzo “Violette di marzo” (recensione) edito sempre da Fazi Editore. Adesso Philip Kerr torna con il secondo capitolo della trilogia dell’investigatore antinazista Bernie Gunther. Del precedente romanzo Luca Crovi, giallista e amico de La Bottega, ha detto:

Un noir che ci racconta come Berlino si preparò alle Olimpiadi del 1936, dal punto di vista mediatico, politico e civile. Ne esce un ritratto lucido e disincantato di quel periodo.

TRAMA

La seconda avventura di Bernie Gunther è ambientata nel 1938 sempre a Berlino. Il via all’indagine lo dà la sparizione di alcune ragazze adolescenti, bionde e con gli occhi azzurri, tutte delle bellezze ariane. Il tempo passa e il numero di scomparse aumenta. Bernie Gunther viene assoldato da Heyndrick in persona che lo riporta alla Kriminal Polizei e lo mette a capo di una squadra preposta per il caso. Mentre qualcuno cerca di far ricadere la colpa su degli ebrei, Bernie si cala nella prostituzione, pornografia e nella stampa estremista. Una Germania hitleriana che sotto l’apparenza di ordine e decoro nasconde sentieri di depravazione. Ma chi vuole fomentare l’odio antisemita? In un crescendo di azione Bernie Gunther si ritroverà al centro del conflitto interno nazista. E la notte dei cristalli è alle porte.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

“Proprio come un dannato cuculo».
«Chi?».
Bruno Stahlecker alzò gli occhi dal giornale.
«Hitler, chi altri?».
Sentii una stretta allo stomaco, in previsione di un’altra delle profonde similitudini relative ai nazisti da parte del mio socio. «Ah, sì, certo», risposi deciso, sperando di dissuaderlo da una spiegazione più dettagliata facendogli credere di aver capito perfettamente. Ma non ci riuscii.
«Si è appena liberato di quell’uccellino austriaco dal nido europeo che ora è il cecoslovacco a farsi pericoloso». Dette un colpo al giornale con il dorso della mano. «Hai visto questa roba, Bernie? Truppe tedesche in movimento al confine con i Sudeti».
«Sì, immaginavo che ti riferissi a quello». Presi la posta del mattino e mi sedetti per esaminarla. C’erano vari assegni, che contribuirono a smorzare la mia irritazione nei confronti di Bruno. Era difficile crederci, ma evidentemente aveva già bevuto. Quando beveva, Bruno, che di solito si esprimeva quasi unicamente a monosillabi (cosa che mi sta bene, essendo anch’io un taciturno), diventava più loquace di un cameriere italiano.
«La cosa strana è che i genitori non se ne accorgono. Il cuculo continua a scacciare gli altri pulcini, e i genitori adottivi continuano a nutrirlo».
«Forse sperano che chiuda il becco e se ne vada», dissi allusivamente, ma Bruno era di corteccia troppo dura per rendersene conto. Detti un’occhiata al contenuto di una lettera e mi misi a rileggerla più lentamente.
«Non vogliono proprio accorgersene. Che c’è nella posta?».
«Mmh? Oh, assegni».
«Benedetto quel giorno che porta un assegno. Niente altro?».
«Una lettera. Di quelle anonime. Qualcuno vuole vedermi al Reichstag a mezzanotte».
«Dice anche perché?».
«Sostiene di avere delle informazioni su un mio vecchio caso. Una persona scomparsa che tale è rimasta».
«Me ne ricordo come mi ricordo che i cani hanno la coda: molto strano. Ci vai?».
Mi strinsi nelle spalle. «Ultimamente dormo poco, e allora perché no?».
«A parte il fatto che sono macerie annerite ed è pericoloso metterci piede, potrebbe benissimo essere una “una trappola. Qualcuno potrebbe cercare di ucciderti».
«Probabile lo abbia mandato tu, allora».
Scoppiò a ridere, a disagio. «Forse dovrei venire con te. Non mi farei vedere, ma sarei a portata di orecchio».
«O di pistola?». Scossi la testa. «Se vuoi ammazzare qualcuno non gli chiedi un appuntamento in un posto dove ovviamente starà in guardia». Con uno strattone aprii il cassetto della scrivania.
A prima vista non c’era molta differenza tra la Mauser e la Walther, ma presi la Mauser. Per il tipo di impugnatura e per tutta la struttura era molto più solida della Walther, un po’ più piccola, e aveva una perfetta capacità di arresto.
Come un sostanzioso assegno, quella pistola mi dava sempre una sensazione di serena fiducia quando l’infilavo nella tasca del cappotto. L’agitai verso Bruno.
«E chi mi ha spedito il biglietto di invito saprà che ho una pistola con me».
«E se ce ne fosse più di uno?».
«Merda, Bruno, non c’è alcun bisogno di evocare gli spettri. Mi rendo conto dei rischi che corro, ma d’altra parte è il nostro mestiere. I giornalisti ricevono le agenzie, i soldati i dispacci e gli investigatori le lettere anonime. Se volevo la ceralacca sulla posta che ricevo avrei dovuto fare l’avvocato».

Bruno annuì, dette qualche tiratina alla benda sull’occhio e poi trasferì il suo nervosismo sulla pipa – il simbolo del fallimento della nostra società. Io odio tutta l’attrezzatura del fumatore di pipa: la borsa del tabacco, l’arnese per pulirla, il coltellino e lo speciale accendino. I fumatori di pipa sono artisti nell’armeggiare e nell’agitarsi, una vera disgrazia per la nostra civiltà, come un missionario che sbarchi a Tahiti con un baule di reggipetti. Non era colpa di Bruno, però, perché nonostante il bere e le sue abitudini irritanti, era sempre quel bravo investigatore che avevo liberato da uno sperduto posto della Kripo nella Spreewald. No, era mia, la colpa: avevo scoperto di non essere tipo da avere un socio, proprio come non ero tipo da fare il presidente della Deutsche Bank.
Guardandolo, però, cominciai a sentirmi in colpa.
«Ricordi cosa dicevamo durante la guerra? Se c’è sopra il tuo nome e indirizzo, puoi star certo che ti sarà consegnata».
«Me ne ricordo», disse accendendosi la pipa e tornando al «Völkischer Beobachter». Rimasi a osservarlo mentre si reimmergeva nella lettura[…]”

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philip kerr