TRAMA

Nell’inverno del 1929 a Milano il commissario Carlo De Vincenzi della Questura di piazza San Fedele deve occuparsi di ben due omicidi. È stata uccisa, infatti, una donna. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato davanti alla Colonna del Diavolo, vicino alla basilica di Sant’Ambrogio. Un caso che il buon commissario sa essere tanto articolato quanto rognoso perché coinvolge persone e personaggi che in quel tempo storico era meglio non andare a importunare. Ma a essere trovato ugualmente senza vita è anche un barcaiolo che sta trasportando un ultimo carico di carta verso il Tombon de San Marc. E la faccenda appare quantomeno singolare perché quello era l’ultimo viaggio del buonuomo dato che proprio il Naviglio su cui fluttuava la sua barca sta per essere interrato per decreto applicativo che voleva la chiusura dei canali navigabili di Milano. In un primo momento la morte del barcaiolo sembra a tutti un mero incidente, ma De Vincenzi intuisce subito che anche questo secondo decesso di naturale non ha un bel nulla. E a dare conforto alle sue intuizioni c’è anche lo scetticismo e i tanti dubbi dei malnat della ligéra, ragazzi della mala meneghina che conoscono la loro città meglio di chiunque altro. E mentre all’ippodromo di Monza piloti coraggiosi e ispirati cercano di fare la Storia dell’automobilismo italiano e Arturo Toscanini, alla prima della Scala, si rifiuta di suonare gli inni al re e al duce nonostante la prepotenza e l’insistenza di alcuni sgherri fascisti, il commissario De Vincenzi indaga a tutto campo e senza sosta in un Milano che sta dicendo addio al suo passato ma che non appare ancora del tutto convinta del proprio presente. Ma chi c’è dietro le morti della donna e del barcaiolo?  

PERSONAGGI

In un giallo come questo, anche se l’autore ha costruito una bella trama ricca di colpi di scena, la cosa più importante rimane aver dato la possibilità ai lettori più giovani di accostarsi a personaggi e uomini che hanno fatto realmente la storia di questo paese. L’ultima canzone del Naviglio non è un giallo storico nel senso più tecnico del termine, ma è un giallo la cui narrazione non può prescindere affatto dalla storia contemporanea. E quindi i personaggi che incontra chi legge possiedono tutto il fascino e la grandiosità dei grandi miti del nostro passato. C’è Felice Nazzaro, meraviglioso e dotatissimo pilota di automobili, all’epoca forse più famoso dello stesso Nuvolari, e accanto a lui un giovanissimo e già arguto Enzo Ferrari. E ancora c’è il maestro e direttore d’orchestra più famoso del Novecento, quell’Arturo Toscanini apprezzato e conosciuto anche oltreoceano. E ancora nel giallo di Crovi c’è Bassanesi, quello del volo su piazza Duomo in cui vennero lanciati volantini pieni di slogan contro il fascismo. E c’è lui: il Duce. Raccontato attraverso la sua passione meno nota, quella che lo portava a chiudersi nel suo studio per suonare il violino in solitaria. Tutti personaggi reali e incredibilmente affascinanti. Così come i giovani della mala meneghina. I malnat della ligéra quelli che quasi sempre rubano ai ricchi per dare ai poveri e che mai avrebbero tradito il loro codice di onore. Insomma, ci sono i personaggi della vita pulsante di quel tempo. Ognuno descritto alla perfezione come un amarcord da donare alle nuove generazioni attraverso pagine di grande narrazione. 

AMBIENTAZIONE

La Milano raccontata da Crovi è una città che sembra essersi dimenticata già di quell’Ottocento romantico e decadente così ben descritto da Verga nelle sue novelle milanesi. È una città meno austera, meno intellettuale, meno sobria e distaccata di quanto lo fosse ai primi del Novecento. E in realtà non potrebbe essere altrimenti. La Prima Guerra Mondiale è stato un vero spartiacque tra un piccolo mondo antico e tutto quello che sarebbe arrivato dopo. In quel futuro prossimissimo c’è l’innovazione e il progresso che passano anche da motori nuovi per automobili che possono raggiungere velocità fino ad allora impensabili. E dove corrono questi nuovi bolidi? In un circuito pensato, progettato e realizzato proprio per essi: il nuovissimo autodromo di Monza. Leggere tra le pagine del giallo di Crovi la sua realizzazione, il suo progetto, la sua inaugurazione è come guardare un documentario dell’epoca. E non si può che restarne affascinati. La Milano di questo giallo, però, è anche quella dei vecchi vicoli che si aprivano sui Navigli e che ora invece a nessuno sembra importare più. Il progresso e la modernità vogliono macchine a motore che possano sfrecciare su nuovi viali asfaltati. E allora addio ai vecchi canali dei barcaioli dove le merci venivano trasportate con sudore e poesia. Addio ai Navigli. Nel romanzo di Crovi rimangano i luoghi simbolo della città meneghina quelli che lo stesso autore non poteva non mettere perché dietro a ognuno di essi c’è una storia da raccontare: piazza Giulio Cesare, il quartiere Bottonuto che non c’è più, la colonna del Diavolo, la Scala. La Milano dei milanesi, che a novanta anni di distanza sembra ancora più affascinante e amata che mai.

CONSIDERAZIONI

L’ultimo canto del Naviglio è storia e cultura contemporanea, è un giallo raffinato e coinvolgente che affascina fin dal primo capoverso della prima pagina. L’intuizione geniale che ha avuto l’autore è dividere l’intera narrazione in capitoli. Ognuno dei quali sembra una storia a sé stante se non fosse che il deus ex machina di Carlo De Vincenzi non fosse un così straordinario collante per ogni cammeo dove si svolgono le azioni più importanti. L’invito che faccio, allora, è quello di approfondire, una volta terminata la lettura, tutto quello che di importante racconta l’autore in questo giallo. Approfondire la storia di Felice Nazzaro, di Giovanni Bassanesi e del suo storico volo di libertà, della mala della ligéra e dei suoi ragazzi di strada, dei Fasci di Combattimento fondati a Milano. Insomma, il giallo di Crovi possiede così tanta cultura all’interno che la bellezza della narrazione diventa quasi l’amarena candita su un dolce a strati dove ogni sfoglia deve essere assaporata con la giusta cognizione.

INTERVISTA

luca crovi

Luca la cosa che colpisce immediatamente nel tuo romanzo è che la malvagità, la prepotenza, la forza bruta messa in atto dagli sgherri di Mussolini a Milano nel 1929 finisce per far rivalutare, in qualche modo, i ragazzi della mala meneghina perché sembrano gli unici in grado di poterli fronteggiare adeguatamente. Cosa piace a te come autore di questi ragazzi, di questi personaggi che sono alla fine la vera anima del libro? 

I malnatt della ligera di quel periodo erano un po’ il cuore da Robin Hood della città, non è un caso che molti di loro siano poi entrati nella resistenza. A Milano erano in tanti a rispondere all’imposizione di un sistema che la città non gradiva. C’era chi continuava a dichiararsi anarchico e comunista a proprio rischio e pericolo, chi come il maestro Toscanini impediva di eseguire gli Inni al Duce e al Re alla Scala, chi continuava a dare la stretta di mano e rifiutava il saluto fascista. La tangentopoli nera gestita in città da Giampaoli e dai suoi soci, i pizzi sui negozi, quelli sull’immondizia, quelli sui bordelli e le case da gioco erano il cuore della corruzione in città. I piccoli criminali all’epoca spesso pagavano con la miseria le ruberie dei ricchi. Ma non rimasero zitti e reagirono in città al maglio del fascismo, lo presero alla berlina con canzoni e sortite esemplari alleandosi agli studenti e agli uomini di cultura. Il codice d’onore della mala dell’epoca li portava a rispettare i più deboli e ad aiutare i quartieri in cui vivevano. Tutti li conoscevano nei quartieri in cui vivevano e li rispettavano. 

Il tuo romanzo si apre parlando di piloti dei primi del Novecento. Di quel mondo di corse, di automobili, di moto che racchiudeva personaggi meravigliosi e ormai sconosciuti dai più giovani come Nazzaro, Cagno, Tarzi. Di scuderie come Bianchi e Bugatti e di un giovanissimo e arguto Enzo Ferrari. Insomma, un viaggio meraviglioso nella storia dello sport italiano. Perché questa scelta autoriale se alla fine il tuo è un giallo a tutti gli effetti? 

Già nel precedente romanzo “L’ombra del Campione” avevo raccontato la diffusione e la mutazione del gioco del calcio a Milano attraverso una figura emblematica come quella di Peppino Meazza. La sua storia di ragazzo povero che arriva a cambiare il mondo del calcio era esemplare per raccontare quel periodo. Questa volta raccontare il mondo delle spiciule e delle auto era la possibilità di evidenziare il cambio dei mezzi di locomozione in città e sottolineare che fu proprio l’avvento dei bolidi a far cambiare la circolazione in città e portò alla conseguente chiusura del naviglio interno. All’epoca si faceva il tifo per i piloti e i ciclisti ma esistevano anche sport seguitissimi come la boxe e le maratone, il nuoto era diffuso così come la scherma e a Milano erano presenti tantissime società sportive. Raccontare poi il mondo dei furti di biciclette a confronto con quello delle grandi gare di ciclismo mi permetteva di narrare da una parte i microfurti in città e dall’altra il coinvolgimento del capoluogo lombardo nei grandi eventi sportivi. Nella prossima inchiesta di De Vincenzi inserirò sicuramente un altro grande protagonista dello sport e della velocità.

Le incursioni persistenti nel dialetto milanese, sparse ovunque nel tuo libro, sono sicuramente originali e messe tutte al punto giusto, ma non hai avuto timore che potessero finire con il distrarre e confondere parecchio i lettori non di “madre lingua”?

Quando mi hanno invitato a presentare “L’ombra del Campione” a Foggia, Napoli e Salerno ho capito che i lettori avevano capito dove volevo arrivare. Uno mi ha abbracciato dicendomi: menomale che dopo il siciliano e il napoletano qualcun altro ha avuto il coraggio di usare la lingua della sua città nelle sue storie. Il milanese è stata la lingua che ha legato tutti gli immigrati alla mia città. Una lingua comune parlata dalla povera gente e dai negozianti che aveva un modo di guardare la realtà diretto e spiritoso. Buffo e colorato, immediato e ironico. Quello spirito che sentivo nelle frasi della mia bisnonna e di mia nonna e nel parlato dei negozianti che ho incontrato da bambino. Usarlo mi permette di dare un suono speciale alle mie storie che spesso citano proverbi, modi di dire e canzoni. È un omaggio voluto anche ad autori come De Marchi, Porta, Cochi e Renato, Fo, Jannacci. In Rizzoli hanno apprezzato molto questa mia scelta originale. E quando il mio editor ha dovuto ammettere che non poteva correggere i refusi del milanese mi sono affidato oltre che alla mia memoria al mio amico Andrea Ferrari, ai vecchietti della sua bocciofila e al Carlo Porta. Nel prossimo romanzo di De Vincenzi che sto preparando ci sarà una lunga parte dedicata a un protagonista della canzone meneghina, per cui, non preoccupatevi il dialetto non mancherà. 

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