Noir

La fine della storia di Luis Sepùlveda, Anno 2016

Ott 23, 2020 Alessio Piras
Trama 100
Suspense 79
Scrittura 100
93
Il nostro voto 93
A cura di Laura Torre e Alessio Piras

IN RICORDO DI UN GRANDE SCRITTORE CHE HA ATTRAVERSATO I GENERI CON LA SUA PENNA

Quando uno scrittore come Luis Sepúlveda scrive un romanzo che potrebbe essere un noir (o una spy story o un thriller), il risultato è un libro che rompe gli argini ristretti della letteratura di genere. E si fa universale. Come accade con La fine della storia.

Pubblicato in Italia da Guanda nel 2016 (e in Spagna da Tusquets nel 2017, con il titolo El fin de la historia), questo breve romanzo svela, forse, uno dei volti dello scrittore cileno meno noti al grande pubblico: quello dell’impegno politico al fianco di Salvador Allende, il Presidente socialista morto suicida nel Palacio de la Moneda di Santiago durante il golpe di Pinochet, da cui ebbe inizio una delle più feroci dittature del XX secolo.

Ne La fine della storia non ci sono gabbianelle e gatti. Non ci sono balene da inseguire nei mari. Non ci sono favole da raccontare. No, non c’è nulla di incantato, di piacevole, di  magico in questo libro. Tutto è tremendamente reale, tutto è tremendamente terreno. Tutto è tremendamente umano.

La narrazione ci porta dritti, sin dalla prima pagina, nell’universo cileno attuale per raccontarne il triste passato recente. Siamo di fronte a un libro crudo, dove l’immaginazione è intesa solo come breve spazio dato alle storie dei pochissimi personaggi inventati, in primis Belmonte, il protagonista, un cecchino della guerriglia anti Pinochet (che il lettore affezionato ha già conosciuto nel 1994, in Un nome da torero). Ma il contesto, lo sfondo e le vicende storiche e anche moltissimi dei personaggi di cui si parla non sono inventati. Sono anche loro dei protagonisti, quei protagonisti del Cile di pochi decenni fa: i sostenitori della dittatura pinochetista e i suoi oppositori. 

Versione spagnola del 2017

La fine della storia è, infatti, uno di quei romanzi in cui finzione e verità storica convivono. Alcune storie inventate vengono innestate nel grande fiume della Storia e con essa si confondono. Qui Sepúlveda si mette nei panni di Belmonte, che nel 2010, dopo un lungo esilio, ritorna in patria per una misteriosa missione, al soldo dei Servizi Segreti Russi: deve sorvegliare due ex agenti cileni del KGB. Rimasti fedeli negli anni alla loro nuova patria, la Russia, i due uomini ora, però, vogliono liberare Miguel Krassnoff, il torturatore di Villa Grimaldi, luogo simbolo della repressione di Pinochet, da cui era passata anche la compagna di Belmonte, Veronica. 

In un rapido e frenetico susseguirsi di capitoli, il lettore si muove nel tempo e nello spazio, tra nord e sud del mondo. In questo romanzo, infatti, Sepúlveda sembra voler ricondurre i fili della Storia del Novecento all’11 settembre 1973, quando confluirono su Santiago per esplodere. Con grande sorpresa per i più, si scopre così che il golpe di Pinochet non si sarebbe potuto produrre senza l’apporto dei cosacchi, che a loro volta erano stati conniventi col Nazismo durante la II Guerra Mondiale, per un sentimento di rivalsa nei confronti della Russia comunista, che ne aveva cancellato cultura e tradizioni. Infatti, Miguel Krassnoff era il figlio del Maggiore Generale della Wermacht hitleriana Semion Krasnov, cosacco del Don, condannato a morte nel 1947 nell’ambito dei vari processi che misero alla forca i vertici dell’esercito del Reich. 

Si crea, così, nel romanzo e nella Storia, un intricato groviglio di nomi spagnoli, tedeschi e russi, a testimoniare che ogni singolo evento storico sul Pianeta non è isolato, ma si sviluppa in un contesto preciso e ha dei legami con altri eventi passati e futuri. A dimostrazione che la Storia è molto di più di un susseguirsi di nomi e di date e che siamo, in qualche maniera, tutti legati su questo mondo. Nel contesto che stiamo vivendo, forse, questa è la più grande lezione, vero e proprio testamento morale dello scrittore cileno venuto a mancare la scorsa primavera.

La fine della storia non vuole farci sognare, vuole al contrario farci rimanere coi piedi ben saldati a terra, raccontandoci con minuzia (a volte molto dura) le atrocità di una dittatura, dell’ultima dittatura cilena. Vuole raccontarcene i personaggi minori del tempo, quelli che nei libri di Storia trovano poco spazio. Ma che furono anche (e soprattutto) loro, insieme ai volti più conosciuti, a quelli della politica, i responsabili di uno dei periodi più bui della Storia cilena, del Sudamerica. E del mondo intero. 

Vuole raccontarci, questo romanzo, l’attualità del Cile, passando per il suo passato recente. Per far sì che non si dimentichi troppo facilmente. Del resto, la Costituzione ancora in vigore in questo Paese è quella del 1988, voluta dall’ormai decadente dittatore Pinochet, e solo il prossimo 25 ottobre si celebrerà un referendum in cui i cileni avranno la possibilità di abrogarla e chiederne una nuova.

La fine della storia è un libro solo di quasi 200 pagine. Ma è così intenso, duro e crudo da non essere un libro di semplice lettura. E’ un libro scritto con capitoli brevi, quasi rapidi, forse perché l’autore era ben consapevole di quanto potesse essere difficile leggere quello di cui ci parla. E’ un libro che a volte toglie il respiro, per la crudeltà che denuncia. 

La lettura de La fine della storia dà una grande consapevolezza: non si può restare indifferenti ai crimini contro l’umanità che sono accaduti e che ancora accadono nel mondo. Sepúlveda sembra volerci dire che non possiamo e non dobbiamo dimenticare le atrocità dell’uomo. Sembra volerci dire che il passato non è mai passato del tutto, è parte costante del nostro presente. E sembra volerci dire che c’è bisogno di ricordare, di non smettere di raccontare le atrocità della Storia. Perché sarebbe troppo ipocritamente comodo far finta che non siano esistite. E che, purtroppo, esisteranno ancora.

Editore: Guanda
Anno: 2016