Altre forme di giallo

Joe Lansdale – In fondo è una palude di Seba Pezzani, Anno 2018

Dic 14, 2020 Barbara Monteverdi
Trama 90
Suspense 90
Scrittura 90
90
Il nostro voto 90

IL TEXAS ORIENTALE, QUESTO SCONOSCIUTO

Joe Lansdale è un buon amico di Seba Pezzani che ci racconta – attraverso la voce dello scrittore – aneddoti della sua vita di uomo comune, figlio della terra del Texas cresciuto a fumetti e con una fervida immaginazione che lo ha portato a scrivere oltre quaranta tra romanzi e racconti (Mucho Mojo, In fondo è una palude, La notte del drive in, tra gli altri).

Cominciamo ad avvicinarci in compagnia di Lansdale e Pezzani alla residenza dello scrittore.

Luccicano. O, forse, no. Sono gli occhi di un bobcat, una lince rossa, pietrificati, ma solo per un istante, nei fanali dell’automobile quando Joe R. Lansdale si appresta a imboccare il vialetto di accesso della sua casa. La vegetazione è lussureggiante, fittissima, ma avvistare un felino di questo tipo è raro persino nel selvaggio Texas Orientale. Le apparenze da queste parti contano poco ed è spesso l’autosuggestione a fare la parte del leone...anzi della lince, in un territorio dove realtà e finzione, bianco e nero, tenebra e luce si rincorrono senza tregua. (…) Pare che qui si possano incontrare procioni, lupi e coyote, orsi, cinghiali.

Si capisce subito che il Texas di Lansdale non ha niente a che vedere con l’idea che ne abbiamo tratto da tanti film; qui non ci sono deserti e cactus, lui vive nella parte orientale dello Stato, quello più vicino alla Louisiana, il clima è tropicale e il verde abbonda. Niente praterie riarse nei suoi romanzi, ma vegetazione umida e pioggia tiepida.

La casa di Lansdale è un vero rifugio: spaziosa, arredata senza pretese, comoda e isolata accoglie i suoi ospiti con calore, ma chiede distanza; Lansdale è un “solitario di compagnia”, apprezza il contatto umano purché non sia troppo prolungato e stretto. Come ogni scrittore, ha bisogno dei suoi spazi fisici e mentali per poter produrre opere originali e dal linguaggio raffinato. Infatti dice:

Lo stile è essenziale. Un bel libro deve avere una storia in grado di afferrarti e non mollarti più (…). Ma quella storia non può essere granché se non è sostenuta da una prosa all’altezza. Adoro i romanzieri che hanno un loro stile, una loro voce affinata nel tempo. Detesto la sciatteria nella scrittura.

Ma nei suoi libri c’è anche molto ritmo, per il fatto che la famiglia Lansdale è sempre stata molto legata alla musica: suo fratello John aveva tentato la strada del Rock-Country in gioventù, riuscendo ad incidere qualche brano di cui va ancora molto fiero e sua figlia Kasey è cantante e musicista. Solo Joe non si è mai avvicinato ad uno strumento (cosa che ora rimpiange), ma il senso musicale gli deve essere germogliato dentro e lo ha riversato nei suoi romanzi.

Musicalità e ritmo sono un elemento imprescindibile della mia scrittura. Devo sentire le voci nella mia testa e la prosa deve avere una sua musicalità. La lingua deve trasformarsi in melodia. Ovviamente, non c’è una regola fissa ma, quando la mia scrittura assume un certo ritmo nella mia testa, so di essere sulla strada giusta. Quello che scrivo deve trasmettere nelle mie orecchie una certa cadenza. Quella cadenza sta nel modo in cui le persone parlano, nelle espressioni che utilizzano.

Verso la fine della lunga conversazione tra Seba Pezzani e Lansdale mi sorge una domanda che, temo, non avrà risposta. Può davvero Joe Lansdale essere l’uomo normale che ne esce dal libro, vivendo in un mondo in cui accadono cose di questo genere?

Qualche tempo fa, un tizio venne a visitare la mia zona con l’intento di realizzare un documentario su di me, nella convinzione che il vero Texas Orientale fosse alquanto diverso dal mio mondo letterario. Prima di passare a intervistarmi si fece un giro in barca sul Sabine, per capire come fosse realmente il mondo in cui ambientavo le mie storie. Fu costretto ad ammettere di essere stato malfidente. Ci facemmo un giro in barca sul Sabine e la prima cosa che accadde fu che qualcuno ci prese a schioppettate. Il tizio che ci aveva sparato poi si scusò così “Perdonatemi, pensavo fosse mio fratello.

A voi, amici, l’ardua sentenza.

Editore: Perrone
Anno: 2018