Lo abbiamo e conosciuto con il suo primo romanzo arrivato in Italia sempre edito da Fazi: “Il manoscritto” (recensione). Ora per l’uscita del nuovo romanzo “Il sogno” partecipiamo alla priam tappa del blogtour organizzato per l’occasione.

I romanzi di Thilliez che Fazi ha deciso di pubblicare sono romanzi one-shot, autoconclusivi, non sono romanzi seriali anche se lo scrittore ha una sua produzioni di romanzi seriali polizieschi. Dopo “Il manoscritto”, inizia l’avventura di Thilliez con questo romanzo “Il sogno” di cui di seguito potete leggere la trama:

Se non fosse per le sue cicatrici e le strane foto che tappezzano le pareti del suo ufficio, si direbbe che Abigaël sia una donna come le altre. Se non fosse per i momenti in cui sprofonda nel mondo dei sogni, si giurerebbe che dica il vero. Ma Abigaël, la psicologa che tutti si contendono per risolvere i casi criminali più intricati, soffre di una grave narcolessia che le rende tutto più difficile. Spesso per lei il confine tra sogno e realtà si confonde, ed è costretta a ricorrere a bruciature e tatuaggi per assicurarsi di essere sveglia e che quello che vede stia realmente accadendo. L’indagine a cui sta lavorando insieme al fidanzato poliziotto Frédéric riguarda un rapitore seriale di bambini, Freddy. I piccoli scomparsi finora sono tre, a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro. Ogni rapimento viene annunciato con uno spaventapasseri che indossa gli abiti del bambino rapito precedentemente. Intanto, Abigaël è l’unica sopravvissuta a un terribile incidente d’auto di cui non ricorda nulla e dove hanno perso la vita suo padre e sua figlia. Presto capirà che molte cose di quell’episodio non tornano. E si renderà conto che Freddy sa più di quanto dovrebbe. E non è il solo. Ma per Abigaël il nemico più pericoloso rimane uno: se stessa.

Ma per entrare meglio nel romanzo e darvi voglia di scoprire questo autore francese, qui di seguito potete trovare un estratto del suo nuovo romanzo:

Quando Abigaël Durnan tirò fuori una Marlboro dal pacchetto e se la infilò tra le labbra le tremava la mano. Lo scatto dello zippo monopolizzò la sua attenzione. Non fumava, ma aveva imparato a vedere, ascoltare, sentire come nessun altro e anche questa volta ogni dettaglio dell’ambiente intorno aveva una sua importanza.
Il lavatoio della fabbrica di carbone abbandonata stava bruciando. Le fiamme scarlatte correvano come decine di diavoli lungo i muri luridi. Divoravano le travi usurate, facevano volteggiare le braci, sputavano volute di fumo nero.
Non c’era più modo di scendere per le scale e non c’erano altre via di uscita. Abigaël si ritrovava imprigionata lì, a più di quindici metri di altezza nel mezzo del niente, e nessuno l’avrebbe mai sentita gridare. Presto sarebbe bruciata viva.
Si soffermò sulla forma e il colore di quelle lingue affamate, che davano vita a danze voluttuose e affascinanti. Le sembravano così reali, così vive e così difficili da imitare. La sua mente non avrebbe potuto crearle con altrettanta precisione. Era semplicemente impossibile.
Abigaël si tirò su la manica della felpa e scoprì l’avambraccio destro segnato dai fori di un ago e soprattutto da cinque cerchi scuri. Crateri profondi, simili a pustole. Le bruciature di sigaretta l’avevano guidata, una dopo l’altra, fino all’ultimo appuntamento, l’avevano aiutata a tracciare la propria strada, indizio dopo indizio, come i sassolini bianchi di
Pollicino. Ma, al contrario della fiaba di Perrault, la storia ora rischiava di finire male.
Le risposte si nascondevano chissà dove tra quei muri. Serviva un’ultima cicatrice per farla finita una volta per tutte. I morsi del fuoco nella sua carne erano affidabili, così come gli strani tatuaggi nascosti gli uni sotto gli altri nell’interno della coscia destra a cui si aggrappava ogni volta che aveva dei dubbi.

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Una trave crollò provocando le risate dei diavoli. Il legno cigolava, l’edificio gemeva da una parte all’altra e non avrebbe tardato ad accartocciarsi su se stesso come una mano carbonizzata. Bisognava farla finita. Abigaël aspirò forte dal filtro e fece rosseggiare il tabacco all’estremità. L’avvicinò al polso e trovò un piccolo spazio, tra i segni dell’ago e le bruciature precedenti.
Se non c’era dolore, allora niente di tutto ciò era mai esistito. Quella mattina Abigaël non si era alzata sanguinante, con il petto lacerato. Né si trovava in un lavatoio in fiamme, ma era stesa sul letto, avvolta nelle lenzuola, immersa in un sogno incredibilmente elaborato. Il lato positivo della cosa: non avrebbe preso fuoco come una bambola di pezza.
Nel caso invece in cui il dolore si fosse manifestato, Abigaël si sarebbe trovata di fronte a qualcosa di impossibile. Un paradosso legato al suo incidente d’auto e ai terribili segreti che nascondeva suo padre. Allora, il lavatoio era in fiamme o era il sogno di un lavatoio in fiamme? Mentre il fuoco si agitava tutt’intorno, Abigaël inspirò, chiuse gli occhi e, come aveva già fatto a più riprese in quei cinque giorni, schiacciò la punta incandescente della sigaretta sul braccio.

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10 giorni prima.
Diario dei sogni di Abigaël Durnan.
Sogno n. 297, 15 giugno 2015
Mio padre mi diceva sempre che ci sono due modi di guardare un pallet. Il primo, come un pallet. Il secondo come il risultato del genio dei narcotrafficanti: quello che il cervello percepisce come un oggetto ben identificato per il trasporto in realtà sono dieci chili di cocaina a cui chimici brillanti hanno dato l’odore, l’aspetto e la consistenza di un pallet. Per questo il traffico di droga è così difficile da contenere. Immessa negli oggetti che ci circondano, oggetti talmente quotidiani che finiamo per non vederla più.
Eppure mi sarebbe piaciuto dire a mio padre che il cervello umano nel mondo dei sogni è assai più astuto di quello nel traffico di droga. Infatti ci spinge a credere che il sogno sia realtà, anche quando siamo inseguiti da un dinosauro.
Durante il sonno, il cervello si mette in trappola da solo di continuo, cerca di sventare tutti gli stratagemmi del sogno più razionali. Einstein, Newton o Cartesio prima o poi hanno creduto di potersi lanciare da una falesia e volare. E l’hanno fatto.
Per la maggior parte delle persone, il sogno finisce al risveglio. Ma per me, distinguere il sogno dalla realtà è diventato ogni giorno più difficile. Perché in questi ultimi tempi, anche da sveglia, devo assicurarmi di continuo che non sto dormendo. Devo essere sicura che ciò che vedono i miei occhi o sentono le mie orecchie sia la realtà.
Da quando “tutto questo” è peggiorato, porto sempre un ago con me. E quando mi chiedo, “ma sto sognando?”, mi pianto la punta dell’ago nella pelle. Nei sogni non sanguino mai, me ne sono accorta tempo fa. Quindi è un po’ come una falla nel sistema del mio subconscio: se mi pungo e sanguino sono nella realtà e non sto dormendo. Chiaramente
in sogno non penso mai a pungermi e dunque non so che sto sognando, per questo è tutto così perverso. Nella realtà, le mie braccia sono piene di fori.
So che sembrano le parole di una pazza, ma non lo sono, credetemi. Perché un folle non sarebbe consapevole di tutto questo.
Sono le 5,08 del mattino del 15 giugno, mi sono appena punta e sul mio pollice è apparsa una goccia di sangue che scivola e cade sulla scrivania. Mentre scrivo queste righe sono quindi sveglia, perfettamente consapevole e cosciente delle mie azioni.
Sono nella realtà. È importante per il seguito.
Realtà, realtà, realtà, real…

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