Altre forme di giallo

Il golem di Gustav Meyrink, Anno 2018

Mag 08, 2019 Paola Rocco
Trama 60
Suspense 70
Scrittura 80
70
Il nostro voto 70

Figlio illegittimo d’un barone, il ministro del Württemberg Karl von Varnblülerm, e di Maria Meyer, un’attrice, Gustav Meyrink, pseudonimo di Gustav Meyer, nasce a Vienna nel 1868.  Allevato ad Amburgo dalla nonna materna, frequenta il liceo a Monaco per trasferirsi in seguito a Praga, dov’è stato assunto come impiegato in una ditta d’esportazione.

Affranto da una serie di delusioni d’amore (forse particolarmente avvilenti per lui che ricordando gli anni della giovinezza ebbe a dichiarare: “Sino al 1891 non m’interessarono che tre cose: le donne, gli scacchi e il canottaggio”) e da un generico disgusto per la vita, finisce col tentare il suicidio, ma ne viene distolto un attimo prima da un opuscoletto misterioso infilato sotto la porta.

Il fascicolo (“Contenuto: spiritismo, occultismo, stregoneria”) lo avvince a tal punto che Meyrink “ripone la rivoltella in un cassetto”, dimentico dei propri propositi suicidi (dall’opuscolo autobiografico Il mio risveglio alla veggenza).

E’ l’inizio di quella durevole passione per l’occulto che lo porterà – dopo la breve parentesi come titolare d’una piccola banca in piazza San Venceslao, fallita in appena tre anni, e un gran numero di letture su occultismo ed esoterismo per cercar di saziare “l’ansia ardente di sapere” – a intraprendere la carriera di scrittore e appassionato cultore di studi esoterici.

Il debutto, con una serie di racconti, avviene sulla rivista monacense Simplicissimus, ma la fama arriva qualche anno dopo, nel 1915, con quel Golem (apparso dapprima a puntate tra il 1913 e il ’14 e poi raccolto appunto in volume) il cui successo va ben oltre le aspettative e che rivisita l’antica leggenda ebraica dell’uomo d’argilla ambientandola tra le viuzze tortuose e gli spettrali edifici d’una Praga dal fascino oscuro.

Figura mitica di derivazione cabalistica, essere informe che prende vita con la recitazione d’una parola e al quale la stessa parola, privata della prima lettera, spegne l’esistenza (Emeth – verità, Meth – morte), il mito del Golem – dall’ebraico golem, embrione – trae origine dal tardo Talmūd e si sviluppa in Germania durante il Medioevo, per riemergere poi presso la comunità degli ebrei di Praga sul finire del Cinquecento nella leggenda del rabbino Löw, costruttore d’una macchina d’argilla in sembianze d’uomo che ciclicamente ricompare per difendere il popolo ebraico dai suoi persecutori (assunta dal romanticismo tedesco e più tardi ripresa appunto da Meyrink e dal boemo Kisch, la figura del Golem ispirò anche diverse opere importanti della cinematografia espressionista).

Il romanzo di Meyrink viene oggi rieditato dalla Skira per la sua Gotica, la nuova collana dedicata ai classici del genere gotico, in una ricercata veste grafica, col titolo in oro vecchio che spicca sulla copertina d’un nero profondo e, in coda al volume, una galleria di stampe e incisioni sulle tradizioni e la spiritualità del mondo ebraico che, come si dice, da sola vale una visita.

Ci sono i rotoli della Thora in un’illustrazione del 1880, gli Ebrei nella Sinagoga di Rembrandt e poi diverse splendide illustrazioni realizzate da Hugo Steiner-Prag nel 1915 appunto per Der Golem, tra cui il bellissimo, surreale frontespizio in cui, sullo sfondo del claustrofobico ghetto di Praga – protagonista indiscusso della storia – spicca, in disinvolto equilibrio su una cornice di nuvole e fumo, un cappello da uomo…

La storia di Meyrink si origina infatti dallo scambio d’un cappello. Una mattina, all’interno del duomo di Praga, un uomo calza per sbaglio il cappello d’un altro e si ritrova spossessato della sua personalità e catapultato in un universo onirico di ricordi e percezioni che – pur non essendogli proprio – sembra connetterlo intimamente al cosmo oscuro che si cela tra le strade e i vicoli dell’antico ghetto (e, in controluce, al proprio stesso inconscio…).

Qui, rinchiuso in una stanza priva di porte e periodicamente riportato in vita ad alimentare nuovamente la propria stessa leggenda, si nasconde il Golem, entità misteriosa, dalle fattezze informi e come incompiute che, in omaggio appunto al mito della sua creazione, sembrano abbozzate nell’argilla: si vedano, ancora, i disegni di Steiner-Prag, con quel volto quasi privo di naso e gli occhi immensi, allungati e quasi stirati all’indietro come da mani incerte che non abbiano saputo staccarsi in tempo dalla materia inerte…

Sulle tracce di un’altra vita il protagonista si ritrova così a districarsi faticosamente – a un certo punto viene anche kafkianamente accusato d’un crimine che non ha commesso – tra i fili di un’esistenza animata da personaggi che hanno la stessa allucinata consistenza dei sogni a occhi aperti: col vecchio rigattiere Aaron Wassertrum, sinistro depositario di segreti – “Il suo volto immoto, orribile, con i tondi occhi di pesce e il labbro superiore spaccato in due come quello delle lepri… un ragno in forma d’uomo, un ragno che, per quanto finga indifferenza, percepisca ogni minimo contatto con la sua tela…” – e, di segno opposto, il benigno funzionario Hiller e Miriam, sua figlia; e ancora il giovane Charousek, lo studente di medicina dalla febbrile parlantina, il gruppo d’amici e il ghetto stesso, animato d’una propria vita oscuramente serpeggiante…

Abito qui da una generazione, e in tutto questo tempo si è fatta sempre più forte in me l’impressione che ci siano certe ore della notte e sul primo far dell’alba che queste case devono trascorrere in agitati, muti, segreti conciliaboli… Ho spesso sognato di stare a spiare queste case e di apprendere, con stupore e paura, che esse sono le autentiche, occulte signore della via, capaci di privarsi delle loro vite e dei loro sentimenti ma poi di riacquistarli ancora, di celarli durante il giorno alla gente che le abita per riprenderseli a notte con interessi da usurai…

Traduzione: Carlo Mainoldi

Editore: Skira
Anno: 2018