Questa la storia raccontata in Giro di vite, novella di Henry James da cui nel ’61 il regista Jack Clayton trarrà il lungometraggio Suspense (The innocents), alla cui sceneggiatura collaborò tra gli altri Truman Capote (Premio Edgar Allan Poe per la miglior sceneggiatura nel ’62) e che ha ispirato (tra i numerosi altri adattamenti) anche il prequel di Michael Winner Improvvisamente un uomo nella notte e la libera trasposizione The Others di Alejandro Amenábar.

Una storia appunto volutamente, magistralmente sospesa e irrisolta, benché la capacità dell’istitutrice di descrivere nei dettagli le fattezze di due persone mai conosciute e morte da tempo – si veda, ancora, la minuziosa relazione su Quint e l’altrettanto particolareggiato identikit della Jessel – sembri puntare nella direzione della vera e propria ghost story (come, del resto, Giro di vite è comunemente noto).

Il film di Clayton, pur ripercorrendone fedelmente le tracce, introduce qua e là alcune varianti più o meno significative.

La maggiore e più importante è forse da ravvisarsi nella miniatura di Quint che l’istitutrice – che nel film si chiama miss Giddens ed è interpretata da una Deborah Kerr pur sempre splendida benché non più nel fiore degli anni – ripesca in soffitta giocando a nascondino coi bambini e solo dopo aver ritrovato la quale riceve la prima apparizione nitida e da vicino dell’uomo, essendo quindi in grado di confrontarla col ritratto e scoprirne l’identità.

Una variante apertamente volta ad accrescere l’ambiguità del contesto accreditando l’ipotesi che la giovane miss figlia d’un povero parroco di campagna, per la prima volta alle prese con un ambiente vasto e solenne a lei del tutto estraneo e segretamente invaghitasi appunto d’un uomo, lo zio dei bambini (un Michael Redgrave anch’egli più attempato rispetto al libro), che ha ricevuto l’obbligo assoluto di non disturbare pur desiderando di farlo sempre più spesso – e nel libro i riferimenti a una lettera sempre in procinto d’esser spedita a Londra e a un anelato coinvolgimento dell’uomo nelle strategie difensive messe in campo dall’istitutrice s’intensificano in misura direttamente proporzionale all’intensificarsi delle apparizioni… – possa tutto sommato esser vittima di allucinazioni da stress.

Ipotesi del resto stizzosamente insinuata, nel film, dall’esasperata signora Grose (benissimo interpretata da una paffuta e angustiata Megs Jenkins) durante il tempestoso confronto finale, che vede l’anziana donna accennare persino alla possibilità che sia stata la recente familiarità con la nuova istitutrice a pervertire il linguaggio di Flora e in generale a volgerne in peggio l’indole e il comportamento:Non l’avevo mai sentita prima esprimersi così, mai prima che arrivasse lei, miss… Era una bambina dolce, allegra, limpida!”. Ribellione appena accennata, questa della Grose, ma che comunque introduce una significativa variante rispetto al romanzo, in cui la donna per quanto a tratti dubbiosa si mantiene lealmente al fianco della sua giovane collega fino alla fine (con un ardente “Ci credo!” come battuta di congedo).

Nella direzione d’una deflagrante psicosi dell’istitutrice sembrano andare anche (oltre al risoluto rifiuto dei piccoli di ammettere le visioni, rifiuto che nel film come nel libro si protrarrà fino all’ultimo) le successive apparizioni d’una miss Jessel sempre in campo lungo, impressionante figura di donna in lutto dai lineamenti offuscati dalla distanza che la Giddens comunque non potrebbe riconoscere, non avendola mai vista prima. Al contrario nel libro la ragazza s’imbatte da vicino nella morta in almeno un paio d’occasioni, ritraendone l’impressione d’una grande bellezza e d’una grande malvagità e trovando conferma per entrambe sempre nella Grose.

Da notare tuttavia che nel film la Jessel, disperata per la morte dell’amante, si uccide poco dopo gettandosi nel profondo e stretto stagno scavato in giardino. Entrambi muoiono quindi in casa di morte violenta, circostanza che avvalora l’ipotesi d’un loro inquieto vagabondare nei luoghi che li videro in vita e fa oscillare il pendolo ancora una volta nel senso d’una storia di fantasmi, in una continua alternanza tra certezze e disillusioni pienamente nello spirito del romanzo.

Nel libro invece, stando alle parole della governante, miss Jessel, allontanatasi dalla casa per una breve vacanza “di certo giustificata dalla sua lunga permanenza qui” e indicibilmente prostrata dagli avvenimenti, non farà più ritorno e solo in seguito si saprà che è morta: ma la vecchia Grose ignora del tutto le circostanze di questa morte e non ha alcun desiderio di saperne di più.

Il film inoltre entra direttamente nel vivo della storia, sopprimendo il prologo e consentendo la rinuncia a quella privacy rigorosamente rispettata nel romanzo dal lettore del manoscritto (dotando così l’istitutrice d’un nome, appunto miss Giddens, nel libro mai pronunciato).

In omaggio poi a una temperie più decisamente gotica rispetto al romanzo, “la grande, luminosa facciata, con le finestre aperte e le tende nuove… il prato e gli splendenti fiori dai colori accesi… e i larghi cerchi delle cornacchie in volo nel cielo dorato” e in generale tutta la piacevole sorpresa suscitata nell’istitutrice dall’aspetto allegro e netto di questa casa vecchia, ma confortevole si mutano rapidamente, nel film, in una cupa dimora sempre un po’ offuscata, accerchiata da una teoria di statue sbocconcellate dal tempo, e in ambienti lontani dalla luminosa gaiezza più volte sottolineata nel libro dalla giovane istitutrice (con “le quattro alte candele” che illuminano la tavola la prima sera e tutto lo sfarzoso e quasi fiabesco décor degli interni).

Sparsi un po’ ovunque, grandi mazzi di rose bianche – tutte inspiegabilmente già quasi sfiorite e pronte a disfarsi tra le dita – alludono, inoltre, all’innocenza perduta, uno dei temi di fondo della storia. Virati in sinistri colori anche il giardino, con le enigmatiche statuette dagli arti spezzati celate tra la verzura, la torre merlata coi colombi ambiguamente vezzeggiati dal piccolo Miles e lo stagno circondato dal folto di canne dove la Giddens scorgerà per la prima volta il fantasma della Jessel.

Ed efficacemente ansiogene le costanti inquadrature notturne a occhio di bue (fedele riproduzione del circoscritto alone emanato dalle candele), col cerchio di luce puntato sul centro della scena e la perenne ombra scura che assedia i contorni, celando ogni pericolo immaginabile e riuscendo perfettamente nell’intento di privare lo spettatore della possibilità di trarre anche il più piccolo respiro di sollievo.

Drammatica e intensa (e stranamente non candidata all’Oscar) l’interpretazione d’una Kerr fin troppo spesso imbacuccata in virginei camicioni e gonnelloni col cerchio, forse determinati dall’esigenza di regalarle un aspetto il più possibile adolescenziale: nel ’61 infatti l’attrice ha ormai quarant’anni, troppi rispetto all’istitutrice del romanzo, una ventenne al suo primo impiego (come, ancora, la ragazza Jane Eyre).

E davvero inquietanti le performance dei due piccoli protagonisti – in particolare della giovanissima Pamela Franklin, sguardo vitreo e sorriso fisso, la cui chioma scura sembra perennemente scompigliata da un vento invisibile… – e il fascino arcano delle musiche di Georges Auric, con la melodia sprigionata dal vecchio carillon abbandonato in soffitta e mugolata a fior di labbra dai bambini.

And the winner is…: naturalmente vince il libro, uno dei capolavori di James, ma il film, grazie anche alla splendida sceneggiatura firmata, tra gli altri, da Truman Capote, è anch’esso un autentico capolavoro d’ambiguità.