Apparso per la prima volta a puntate dal gennaio all’aprile del 1898 sulla rivista Collier’s Weekly, Giro di vite di Henry James fu pubblicato nell’ottobre dello stesso anno nel libro Two Magics (assieme a Covering end).

Il titolo, volutamente ambiguo, sembra alludere esplicitamente alla dichiarazione fatta da uno dei personaggi del prologo e relativa all’apparizione d’un fantasma a un bambino (“Se la presenza d’un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne direste di due bambini?”), ma rimanda anche alla lenta penetrazione del sentimento dell’orrore nell’animo umano – simile, appunto, all’infilarsi d’una vite nel legno – e al graduale intensificarsi della suspense del racconto per mezzo di scatti successivi come quelli di una vite stretta a poco a poco.

Scritto in prima persona e classificato sia come storia di fantasmi che nel genere gotico, il libro, presentato nel prologo come un manoscritto casualmente pervenuto nelle mani del vecchio Douglas quando questi era solo un ragazzo (l’anziano gentiluomo ne darà poi lettura davanti al fuoco a un gruppo di signori col fiato sospeso, nella miglior tradizione delle storie di fantasmi), racconta la storia d’una istitutrice alle prime armi spedita in una remota magione dell’Essex dallo zio dei piccoli Miles e Flora, due fratellini di neanche dieci anni orfani di entrambi i genitori che da qualche tempo vivono appunto in campagna, lontani dall’appartamento in Harley Street dove lui conduce la sua vita di ricco uomo d’affari e brillante scapolo londinese: “Era un gentiluomo, uno scapolo nel fiore degli anni, un personaggio, insomma, che non era mai comparso, se non in sogno o in qualche vecchio romanzo, a una ragazza emozionata e ansiosa proveniente da un vicariato dell’Hampshire… Era bello, ardito e attraente, spregiudicato, gaio e gentile…”.

Convinto della necessità di dotare i nipotini d’una guida più ferma e sicura di quella che può esser loro fornita dall’anziana signora Grose, la governante di casa “per fortuna molto affezionata”, e da un pugno di servitori tra fantesche, cuoche e giardinieri, lo sbrigativo ma tutto sommato scrupoloso gentiluomo – che ha già assunto in precedenza un’altra signorina, miss Jessel, scomparsa qualche tempo prima – persuade l’abbagliata istitutrice, soggiogata dal suo fascino e ansiosa di compiacerlo, ad accettare senza troppe storie un incarico dalle condizioni quanto mai insolite introdotte di necessità con toni da favola nera e respinte come proibitive da altre candidate: “…Non lo avrebbe mai dovuto disturbare… mai, per nessuna ragione: né farlo chiamare, né lamentarsi, né scrivere; doveva risolvere tutti i problemi da sola… assumersi ogni responsabilità e lasciarlo in pace”.

Trasportata  dalla spaziosa carrozza padronale alla volta della dimora di famiglia e subito conquistata dall’aspetto gaio e luminoso del luogo, immerso nella verdeggiante solitudine della campagna, dalla cordiale signora Grose, dalle attenzioni particolari di cui è oggetto (“… mi fece una rispettosa riverenza, come se io fossi la padrona o un’ospite di gran riguardo… la vasta camera solenne, una delle migliori della casa, il letto vasto e solenne, le sontuose cortine ricamate, i lunghi specchi in cui, per la prima volta nella mia vita, potevo vedermi da capo a piedi… oltre il fascino straordinario della mia piccola allieva… troppe cose belle, tutte in una volta”) e soprattutto dalla piccola Flora, “una bambina tanto incantevole da farmi ritenere una gran fortuna l’avere a che fare con lei” (bimba che l’istitutrice vede all’inizio da sola perché il fratello è ancora in collegio e tornerà solo per le vacanze estive) la giovane, all’inizio preda d’una comprensibile ansia d’anticipazione, si persuade d’essersi preoccupata senza motivo e trascorre la prima giornata del suo nuovo lavoro “in preda a una vera esaltazione”.

Estasi di breve durata che fin dal giorno dopo si muterà in viva inquietudine: inoltrata “col sigillo ancora intatto” dal collegio di Miles, o meglio dallo zio del ragazzo cui l’ha inviata il direttore della scuola, impazientemente liquidato come “un seccatore insopportabile” (“Leggetela, per favore. Trattate con lui, ma non me ne parlate. Nemmeno una parola. Parto!”) giunge infatti una lettera che contiene la sconcertante rivelazione del contegno profondamente negativo del bambino – tanto da poter riuscir di danno ai compagni – e il rifiuto più categorico a riaccoglierlo dopo le vacanze.

Incapace di rendersene ragione, anche perché il piccolo è un prodigio di grazia, buone maniere e fanciullesco candore al pari della sorella, l’istitutrice decide per un malinteso o fors’anche per una vendetta della maggioranza – “Egli era semplicemente troppo delicato e schietto per il piccolo mondo orrido e sudicio del collegio, e per questo aveva pagato” – e le cose, dopo questo primo percettibile scricchiolio, preceduto forse soltanto da quell’espressione di vivo sollievo apparsa sul viso della Grose all’arrivo della nuova istitutrice (espressione su cui quest’ultima dovrà in seguito fermarsi a riflettere) si avviano di nuovo nel solco d’una apparentemente reciproca esaltazione d’affetti.

Quando, improvvisa come il balzo d’una belva, giunge con un’altra inesorabile stretta la rivelazione dell’orrore.

Nel corso d’una passeggiata solitaria per il parco inondato di sole, la giovane, assorta in fantasticherie su “quanto sarebbe stato incantevole, degno d’un romanzo affascinante, incontrare improvvisamente qualcuno. Qualcuno che mi apparisse laggiù, alla svolta del sentiero…” (come il signor Rochester appare a Jane Eyre…) scorge infatti, alzando gli occhi, uno sconosciuto intento a guardar fissamente, sfrontatamente quasi, lei stessa e il giardino sottostante dall’alto della massiccia torre merlata, scherzo architettonico aggiunto in omaggio al gusto romantico alla classica facciata dell’edificio (la stessa torre dove la piccola Flora l’aveva condotta nel corso dell’allegra visita guidata del primo giorno…).

In preda a dubbi e inquietudini degni della protagonista de I misteri di Udolfo, il romanzo di Ann Radcliff considerato uno dei capostipiti del genere gotico citato esplicitamente dalla stessa istitutrice (assieme all’Amelia di Fielding) e naturalmente per suo tramite da James (consapevole di quanto la storia di Giro di vite dovesse apparire superficialmente simile alle molte storie di fantasmi dell’epoca), la donna, inizialmente tentata di liquidare l’apparizione come l’intrusione molto greve d’uno sconosciuto desideroso di contemplar dall’alto casa e giardino senza chiedere il permesso – e dunque sfrontato e maleducato, sì, ma ancora indubitabilmente in carne e ossa – sarà tuttavia oggetto d’una seconda visita qualche giorno dopo.

Stavolta, ahimè, senza dubbio da parte di un orrore, come lei lo chiama, ovvero di un’anima dannata dalle forme, peraltro, straordinariamente nitide:Ha i capelli rossi, molto rossi, molto ricciuti, e una faccia pallida, allungata, dai lineamenti regolari e piacevoli… Gli occhi sono penetranti, strani… in modo orribile; la bocca è grande, con labbra sottili, ed è perfettamente rasato. Nell’insieme, mi fa pensare a un attore… Alto, agile, dritto come un fuso: ma un signore no, assolutamente no. Notevolmente bello, e vestito con i vestiti d’un altro. Sono eleganti, ma non sono i suoi”.

Subito identificato dalla vecchia Grose, cui la ragazza descrive l’apparizione, come lo spregevole Peter Quint, servitore dello zio dei bambini che quest’ultimo, convinto di far bene ma certo dotato di scarsa capacità di giudizio, aveva messo in casa “a capo di tutti noi” assieme all’altra istitutrice, la defunta miss Jessel, con le prevedibili conseguenze del caso – l’uomo aveva soggiogato completamente la giovane, pur tanto superiore a lui culturalmente e socialmente, come la Grose non manca di sottolineare con stupefatto disappunto, e i due s’erano abbandonati a una vita di peccaminosa sregolatezza che aveva coinvolto anche i bambini, malgrado i deboli tentativi di salvaguardarne l’innocenza della governante – Quint è però anch’esso morto circa un anno prima, scivolando sul ghiaccio dopo una notte di bagordi nell’alba gelida d’un mattino d’inverno.

E dunque è il suo fantasma quello che adesso appare agli occhi della ragazza: e, fino alla fine e con voluta ambiguità, dichiaratamente e inesorabilmente solo ai suoi, essendo lei con ogni evidenza l’unica in grado di scorgerne, pur con eccezionale nitidezza, le sembianze ultraterrene.

Discutibile privilegio apparentemente al di là delle facoltà sia della buona signora Grose sia degli stessi bambini, negazionisti entrambi senza cedimenti se si escludono, proprio in chiusura, il pianto rabbioso e la febbre alta di Flora la quale tuttavia, riacquistato il controllo, di fronte all’aperta domanda dell’istitutrice (“Dov’è, carina, miss Jessel?”) si limiterà a chiudersi in un sussiego carico di disprezzo, lo stesso poi adottato da Miles.

Si tratta davvero di revenants, dunque, o l’intera faccenda non è che il frutto dell’allucinata fantasia d’una fanciulla troppo sola, innamorata senza speranze d’un uomo che non vedrà mai più, condannata al perpetuo riserbo e all’esclusione sociale dalle differenze di rango e d’educazione (come tutte le istitutrici…) e da queste, infine, consegnata a un delirio popolato di spettri licenziosi che forse amano mettere in scena proprio quelle fantasie contro cui, all’epoca, le ragazze di buoni principi erano indotte a combattere con le armi della preghiera e della mortificazione?

Nessuno degli abitanti della casa può, di fatto, considerarsi al pari della giovane miss, circostanza non da poco in quest’Inghilterra vittoriana: troppo al di sotto i domestici, con la parziale eccezione della Grose nella quale, non a caso, la ragazza all’inizio spera e crede d’aver trovato un’amica (un’amica che, però, è molto più anziana di lei e non sa leggere…); troppo infinitamente al di sopra i due piccoli principi del sangue, pur con le inevitabili differenze legate all’età.

La più completa solitudine, dunque, circonda e assedia questa ragazza di provincia dalle gravi responsabilità – simili, a guardar bene, in tutto e per tutto a quelle d’una madre di famiglia… diventata tale all’improvviso, però, e senza l’intervento d’un marito -, sepolta con due bimbi piccoli e uno sparuto manipolo di servitori in una villa di campagna lontana miglia e miglia dal più vicino villaggio e lei stessa consapevole di farfugliare a volte, in preda all’ansia, come farfugliano i pazzi (e come farfuglia e urla in modo inarticolato la terribile Bertha, la moglie folle del signor Rochester, anch’essa segregata in una villa fuori dal mondo con una bambina, un’istitutrice e una vecchia tuttofare…).

Ecco che l’abominevole spettro del signor Quint le apparirà presto in coppia con quello di miss Jessel, amante diabolica intravista dall’istitutrice qualche giorno dopo: memorabile scena in riva allo stagno durante la quale la donna avrà inoltre la prima sconvolgente rivelazione d’una possibile intesa tra i bambini (che forse vedono anche loro e forse no…) e i due spettri, entrambi decisi ad attrarre di nuovo a sé i piccoli discepoli d’un tempo per trascinarli via una volta per tutte:Ero là con la bimba… tranquilla in quel momento, e proprio allora è venuta… una donna in nero, pallida e orrenda… con un’espressione, poi, e una faccia!… Non guardava me. Fissava soltanto la bambina… con un’intenzione quasi furibonda. Quella d’impadronirsi di lei”.

FINE PRIMA PARTE