Saggi

Food & Crime di Luca Steffenoni, Anno 2019

Lug 10, 2019 Paola Rocco
Trama 80
Suspense 70
Scrittura 75
75
Il nostro voto 75

COTTO, UCCISO E MANGIATO

I tè coi biscottini della saponificatrice di Correggio, le teste mozzate dei clienti d’una locanda che rotolano giù da una botola, i vini corretti al sonnifero propinati alle mogli da Landru… E poi i banchetti della mafia newyorkese, le osterie dell’antica Roma, i bar della banda della Magliana e quelli della mala di Milano: senza dimenticare i gusti e le passioni a tavola dei grandi detective della letteratura, con le brasserie di Maigret, i ristoranti londinesi prediletti da Poirot e i casalinghi manicaretti della Marple…

Food & Crime, sottotitolo Quando il cibo incontra il delitto, l’ultima fatica di Luca Steffenoni, criminologo e scrittore milanese, esplora il rapporto tra crimini e cucine in un percorso temporale che abbraccia oltre un secolo di storia d’Italia e d’Europa. Un viaggio sorprendente elegantemente condito, è il caso di dirlo, da un inalterabile, educato, sorridente cinismo nonostante la crudezza del tema, che da sola sarebbe bastata a giustificare il ricorso a una più plateale drammaticità.

Il catalogo parte dall’ecatombe di viandanti ammazzati e sublimati in salsicce e insaccati dai tre protagonisti del macabro caso dell’Auberge Rouge, l’albergo rosso sangue di Peyrebeille, paesino tra i castagni sull’impervia strada per Lione: dove, all’inizio dell’Ottocento, una coppia d’albergatori, Pierre e Marie Martin – in difficoltà per via d’una terribile carestia e della gelata che aveva polverizzato il raccolto di castagne, unica risorsa nei periodi magra – e il loro servitore Jean avrebbero dato vita a un sodalizio criminale destinato a durare per oltre vent’anni.

Vittime, naturalmente, gli sfortunati clienti della locanda ospitata nella grande cascina di pietra grigia, fatti fuori a mazzate prima e a colpi di scure poi, con l’evolversi dell’abilità operativa e dunque dell’industria, dal truce domestico e trasformati dalle abili mani dell’ostessa “in salsicce, bistecche, sanguinacci, stufati e brasati”, con le parti non commestibili bruciate nel forno per il pane. Il tutto, però, saggiamente “solo d’inverno e nelle notti di tormenta, quando nessun testimone si sarebbe presentato alla porta e la neve avrebbe rapidamente provveduto a cancellare ogni impronta…

E sempre in terra di Francia opera ai primi del Novecento anche l’affabile, fascinoso Henri Désiré Landru, cui il magnetismo animale conferisce un certo potere di suggestione e che a un certo punto deciderà appunto di servirsi delle proprie doti incantatorie per diventar ricco: attirando con una serie d’inserzioni sui giornali locali “donne belle, brutte, ricche e povere, ma soprattutto sole e bisognose di conforto” (siamo nel 1914, la Germania ha dichiarato guerra alla Francia e la fabbrica delle vedove è in piena attività) da ammaliare e sposare in rapida successione, incamerandone i beni dopo averle fatte passare a miglior vita – con l’aiuto di qualche bicchiere di vino corretto al sonnifero e d’un preciso colpo di mannaia – e averne cotto ossa e carni nel capace forno della cucina Enfer.

Fatta installare a proprie spese, sorta d’indispensabile investimento aziendale, all’Ermitage, la villetta rossa e grigia nella romantica regione dell’Ile de France teatro della sua attività, alla fine sulle pareti del forno l’Enfer conterà solo “qualche etto di ossa umane calcificate, ma lo schedario, i diari e una cassaforte piena dei gioielli appartenuti alle vittime forniranno sufficienti elementi per consegnare Landru alla storia del crimine culinario”.

Curiosità nella curiosità, questa cucina (in ghisa, ultimo modello) marca Inferno verrà battuta all’asta nel 1923, dopo il processo, assieme ad altri beni di Landru, e aggiudicata per 42 mila franchi a un estimatore italiano. Tra le nebbie della Bassa si consuma invece la vicenda di Leonarda Cianciulli in Pansardi, la Saponificatrice di Correggio originaria di Montella d’Abruzzo che dopo il terremoto dell’Irpinia del 1930 si sposta, col marito dipendente comunale, appunto a Correggio, in Emilia: si sposta malvolentieri e sempre rimpiangendo la sua, di terra, che pure le ha dato finora una vita terribile.

Frutto d’una violenza sessuale, Leonarda – che per completare il quadro di un’esistenza difficile pare avesse pure un aspetto simile a quello delle streghe delle favole e stria, strega, la chiamano appunto fin da subito i correggesi – è stata infatti maledetta dalla sua stessa madre: meglio che stia lontana dagli uomini, perché ogni figlio che metterà al mondo le morirà in fasce. E la profezia sembra avverarsi: Leonarda rimane infatti incinta per ben 13 volte, sempre vedendosi morire i figli appena nati, prima di riuscire a veder nascere e crescere, con comprensibile apprensione, il primogenito Giuseppe detto Peppuccio; e poi Bernardo, Biagio e la piccola Norma.

Sono anni difficili in cui la donna, cuoca abilissima e appassionata creatrice di dolci, sublima il proprio isolamento cucinando e regalando ai diffidenti vicini una serie pressoché ininterrotta di manicaretti (“Non so quanti sono gli abitanti di Correggio, forse sei o settemila, ma nessuno può dire di non aver mai ricevuto un mio dolce in regalo”) e inaugurando una sorta di pasticceria filantropica che assieme a un po’ dell’effimera dolcezza racchiusa in torte e biscotti dispensa anche un benevolo ascolto a chi, pur non rinunciando a un certo riserbo, sente comunque il bisogno di confidare a quella donna così dimessa e poco invidiabile parte dei propri guai.

Vecchie signore sole, soprattutto, che con Leonarda un po’ si sfogano, lagnandosi della propria solitudine, delle delusioni e delle infelicità di tutta una vita. E la Cianciulli, a poco a poco, le convince a cambiarla, questa vita: racimolando tutti i risparmi che hanno, fuggendo dal paese, vivendo, insomma, finalmente e prima che sia davvero troppo tardi. La serie s’inaugura con l’amica Ermelinda Setti, detta la Rabitti, che Leonarda convince a partire per l’Umbria sulle tracce d’un immaginario promesso sposo epistolare.

Il 16 dicembre 1939 la Rabitti sale le scale dell’appartamento della Cianciulli, che l’aspetta per darle il proprio affettuoso addio e una fetta della sua torta preferita (al mascarpone, per la cronaca). Insieme, però, Leonarda le fa assaggiare anche un bicchierino di lambrusco corretto al sonnifero: e, appena Ermelinda si appisola, le sfonda la nuca a martellate, ne fa a pezzi il cadavere e, dopo averlo bollito nella soda, ne trae candele e saponi.

In parte, il sangue della Rabitti, raccolto in un catino, cotto nel forno e mescolato a farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, finirà anche “in una grande quantità di dolci croccanti” da servire alle signore in visita.

È l’inizio di un’industria del crimine che conterà, alla fine, ben tre sparizioni, direttamente connesse all’attività di saponificatrice e pasticcera di Leonarda e, naturalmente, al netto miglioramento della sua situazione economica, giustificata di fronte ai vicini con l’arrivo d’un imprecisato rimborso per il terremoto. Anche in questo caso, la cucina economica della strega, processata e condannata a trascorrere trent’anni nel manicomio giudiziario di Aversa, verrà acquistata negli anni 50 da un collezionista di rarità.

Queste e molte altre le storie raccontate in Food & Crime: tra fatti di cronaca ed excursus storico-letterari, un affresco da brivido dell’inesauribile inventiva che scaturisce dalla passione per il delitto e la buona cucina.

Editore: Runa editrice
Anno: 2019