HARRY JONES, LA NUOVA AVVENTURA

Dopo il successo mondiale de “Il giorno dei Lord” torna Harry Jones, in una nuova avventura. Micheal Dobbs, creatore dell’integerrimo, insolente e pluridecorato ex militare, ritorna in libreria con “Attacco dalla Cina” sempre edito da Fazi Editore. Il nuovo James Bond deve scontrarsi con un attacco cibernitico della Cina che rischia di far crollare l’Occidente. Tempo per salvare il mondo: un solo weekend.

LA TRAMA

Il mondo è sull’orlo della terza guerra mondiale: la Cina minaccia un attacco cibernetico di proporzioni inaudite contro centinaia di obiettivi occidentali. Per scongiurare il pericolo il primo ministro britannico convoca un ristrettissimo gabinetto che comprende la presidente usa, il presidente russo e l’immancabile Harry Jones, i quali si riuniscono in un castello in Scozia.

Nel frattempo, in Cina, Fu Zhang, braccio destro di Mao Yanming, si trova nel centro informatico in cui sono radunati gli hacker che, a breve, dovrebbero mettere in ginocchio le più grandi
potenze del mondo. Tutto sembra procedere secondo i piani quando, all’improvviso, fanno irruzione dei militari che lo arrestano e lo uccidono su due piedi. Ma i leader riuniti nel castello scozzese, completamente isolati dal resto del mondo e distratti dalle loro dinamiche interpersonali, non sanno ancora nulla degli ultimi sviluppi e devono invece affrontare un pericolo assai più vicino: qualcuno, infatti, ha appiccato un incendio nel castello…

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L’ESTRATTO DEL ROMANZO

Per regalarvi un’idea di quello che vi aspetta nel nuovo romanzo di Michael Dobbs, il padre di House of Cards, eccovi un estratto:

Non ci sarebbero stati cannoni in quella guerra, né missili, né scie di condensazione che si allungavano nei cieli come dita accusatrici, nessuna di quelle esplosioni distruttive e di quelle improvvise vampate di oscurità che ci si aspetterebbe. Nemmeno un urlo. Non ci fu niente, salvo un timido picchiettare di tasti su una tastiera da quattro soldi. Ma non ci s’inganni: era guerra, e avrebbe portato il mondo sull’orlo del baratro. E la genialità del tutto era che nessuno se ne sarebbe reso conto.

Tuttavia, come ogni arma, il sistema richiedeva una sperimentazione, e il primo obiettivo su cui decisero di metterlo alla prova fu la centrale nucleare russa di Sosnovyj Bor. Risaliva alla stessa epoca di Cernobyl’ e i suoi quattro reattori RBMK-1000 erano quasi identici nella progettazione. Le fuligginose torri di raffreddamento della Leningradskaja Atomnaja Elektrostancija erano piantate sulla riva del Golfo di Finlandia e guardavano torve in direzione dell’antica capitale russa, San Pietroburgo, che si trovava soltanto cinquanta miglia più a est.

Era una vecchia signora, rispetto alla media delle centrali nucleari, e come molte anziane scricchiolava e si lamentava. Trent’anni prima erano circolate voci sulla parziale fusione di uno dei noccioli, ma in puro stile sovetskij, che non poteva concepire un fallimento, figurarsi ammetterlo, la vicenda fu messa a tacere. Gran parte di quell’impianto spartano era fatto di dadi e vecchi bulloni che non sarebbero apparsi fuori luogo in uno dei capolavori in bianco e nero di Sergej Ejzenštejn, ma dopo lo scoperchiamento del reattore di Cernobyl’, la comunità internazionale aveva riversato milioni di dollari nelle centrali nucleari sovietiche per garantire che quell’eventualità non si ripetesse, e Sosnovyj Bor ne aveva ricevuto la sua giusta parte. Avevano usato quei fondi per aggiornare i computer ed eliminare le ipotesi empiriche, raddoppiando tutta l’apparecchiatura essenziale e installando interruttori e dispositivi di sicurezza di ultima generazione.

Certo, restava sempre il problema culturale di convincere operai col cervello ottenebrato dall’alcol ad assumersi la responsabilità delle fuoriuscite di liquidi e delle perdite dalle condutture, invece di andarsene in giro a sputtanare lo stipendio nel Golfo di Finlandia, ma Rosenergoatom lo aveva risolto non solo duplicando i sistemi più importanti, ma anche rendendoli completamente separati. Quindi Sosnovyj Bor aveva un insieme di comandi gestiti da computer e un altro no: una duplice precauzione che forniva due modalità di intervento completamente diverse, sottoposte a regolari controlli per garantire che entrambe rimanessero in perfette condizioni. C’era soltanto un piccolissimo inconveniente in tutto questo: per testare il sistema di sicurezza, una delle due doveva essere disattivata.

Col senno di poi, fu un peccato che avessero deciso di procedere a una di quelle verifiche nel pieno di un rigido inverno in cui la richiesta di energia elettrica da parte di San Pietroburgo era al massimo, ma non si rinvia un importante programma di manutenzione semplicemente per un po’ di neve. E così il sistema di controllo che non era basato sui computer fu disinserito. Soltanto per un’ora.

A Sosnovyj Bor però rimanevano solo pochi minuti di vita.

I sistemi informatici erano stati violati e lobotomizzati, ma nella centrale non lo sapeva nessuno. Così disabilitarono il primo sistema di sicurezza. Immediatamente, il secondo cominciò a comportarsi male, lasciando aumentare vertiginosamente le temperature nel nocciolo del reattore. Il processo fu istantaneo e precipitoso, e con straordinaria rapidità si superarono i 2.800 gradi Celsius. A quel punto le barre di diossido di uranio nel cuore del nocciolo iniziarono a fondere, ma nella sala di controllo non risultava nulla. Gli schermi indicavano che il reattore si stava comportando bene, perché anche i sistemi che controllavano i monitor erano stati manomessi. L’enorme matrice secondaria di spie e quadranti cominciò ad accendersi a intermittenza, ma c’era sempre qualche piccola anomalia, una perdita d’olio o una porta aperta, e per alcuni istanti cruciali nessuno vi prestò molta attenzione.

Tutto cambiò quando l’accumulo di vapore nel nocciolo del reattore fece saltare le valvole di scarico della pressione. Il rumore del fischio fu così stridente da paralizzare di terrore tutti coloro che lo udirono. Cominciarono a suonare altri sistemi d’allarme. Gli operatori si misero a urlare, in preda al panico. Le enormi turbine della centrale iniziarono a tremare e a vibrare. Le condutture s’incrinarono, le guarnizioni saltarono. All’interno del reattore, la temperatura in aumento indicava che altra acqua destinata a raffreddare la reazione si stava trasformando in vapore, il che faceva alzare la temperatura ancora più in fretta. Era diventata una corsa verso la catastrofe.

Nessuno di Rosenergoatom fu mai in grado di accertare quanto si fosse giunti vicino all’irreparabile a Sosnovyj Bor, nemmeno a posteriori, ma fu a quel punto, al culmine della crisi, che gli hacker decisero di aver abusato troppo dell’ospitalità e riportarono la strumentazione alla normalità. Finalmente gli addetti ai controlli, terrorizzati, riuscirono a capire esattamente cosa stava succedendo, tuttavia, ancor prima che potessero reagire, intervennero i computer al posto loro. A Cernobyl’ era stato troppo tardi anche per quello, le barre in liquefazione nel nocciolo del reattore si erano fuse insieme, bloccando la circolazione dell’acqua e impedendo così il raffreddamento del nocciolo. La copertura saltò completamente, lasciando esposto all’aria quell’inferno che eruttava radiazioni e trasformando Cernobyl’ nella sterminatrice di bambini. A Sosnovyj Bor, invece, gli dèi erano dalla loro e, con lentezza straziante, gli operatori videro che la temperatura del nocciolo cominciava a calare. La Russia poteva tirare il fiato. Per il momento.

Non si registrarono fughe radioattive oltre il circuito del reattore, e nessuna verso l’esterno, ma le barre si erano fuse ed era impossibile trattarle. Il reattore Numero Tre di Sosnovyj Bor non fu mai riaperto: lo chiusero bene e buttarono via la chiave. La Russia aveva scampato un incubo spaventoso ma, per chiunque riflettesse bene sull’accaduto, nell’ombra si annidava una minaccia ancora più terrificante. Nonostante tutte le analisi, le indagini e gli interrogatori brutali dei funzionari e degli operatori che avrebbero potuto avere delle responsabilità, la commissione d’inchiesta non riuscì a scoprire cosa fosse andato storto. Erano ciechi. Il che significava, come si giunse presto a capire, che non c’era modo di impedire che accadesse tutto di nuovo.

Traduzione: Giuseppe Marano

Editore: Fazi Editore
Anno: 2019