Nel corso d’un ricevimento a Gossington Hall, l’ex villa dei coniugi Bantry adesso di proprietà della diva del cinema Marina Gregg – ricevimento organizzato appunto per inaugurare la casa e festeggiare l’inizio delle riprese del film Maria di Scozia – la signora Badcock, instancabile segretaria dell’Associazione Saint John e appassionata ammiratrice di Marina, muore avvelenata.

E siccome il cocktail che l’ha uccisa non era destinato a lei (Heather, urtata da qualcuno nella ressa, ha rovesciato il proprio bicchiere ed è stata gentilmente costretta dall’attrice e padrona di casa a bere invece dal suo) il sospetto è che la vittima designata fosse proprio la Gregg, salvatasi grazie a uno di quei casi imprevedibili che riescono a volte a mandare all’aria il più accurato dei piani…

Questa la trama di Assassinio allo specchio, giallo della Christie del ’62 da cui nel 1980 il regista Guy Hamilton trarrà l’omonimo lungometraggio.

Nato sull’onda del successo di Assassinio sul Nilo, il film segue abbastanza fedelmente l’intreccio del libro con qualche trascurabile variazione. Tra le altre, oltre al finale leggermente diverso, Miss Marple (Angela Lansbury) cade inciampando nel guinzaglio d’un cagnolino indisciplinato invece che su un sasso; l’irritante ed eccessivamente premurosa governante dell’anziana miss, la signorina Knight, scompare senza lasciar traccia insieme a un altro paio di personaggi minori; e poi si lascia intendere che tra il marito di Marina (Elizabeth Taylor), il regista Jason Rudd (un ingrigito Rock Hudson), e l’impeccabile segretaria Ella Zielinsky (un’ossuta Geraldine Chaplin) ci sia stata una relazione – mentre nel libro ci si limita a supporre che la Zielinsky, come tutte le segretarie, possa esser segretamente innamorata del principale…

Forse tra le trasposizioni meno riuscite dei romanzi della Christie, Assassinio allo specchio può però contare sulla partecipazione d’una smargiassa Kim Novak nei panni di Lola Brewster, antica rivale in amore di Marina e sua attuale competitor sul set del film in produzione a St. Mary Mead (con un gigionesco, mefistofelico Tony Curtis nei panni del produttore Ardwick Fenn).

Il film accentua notevolmente il conflitto tra le attrici, con le frecciatine al vetriolo che le due si scambiano abbastanza di continuo fin dal loro incontro sul pianerottolo di Gossington Hall, alle prime battute del ricevimento che vede un’imbalsamata Taylor/Marina, vestita di viola da capo a piedi – e, per citar la meravigliosa Stefania Bertola, intenta a “spargere intorno a sé una densa nube di malasorte” – accogliere con agghiacciante cortesia una spumeggiante Novak/Lola (pure lei in coordinato, stavolta rosa salmone: siam pur sempre all’inizio degli Ottanta).

Un’implacabilmente cinguettante Maureen Bennett (divertenti le inquadrature sulla bocca rossa sempre in movimento) è l’insopportabile Heather Badcock, la “donna che vive pericolosamente” perché pur avendo un’indole disponibile e persino gentile è talmente assorta in sé stessa da non distinguere il buono dal cattivo e, per conseguenza, da non riuscire a premunirsi efficacemente contro la malasorte (e talvolta persino da attirarne inconsapevolmente gli strali col proprio comportamento disconnesso e avventato). Abbiamo qui un vero dogma christiano: il carattere della vittima è, in nove casi su dieci, la ragione per cui qualcuno ha deciso di sopprimerla.

Heather Badcock, cattiva chioccia e cattiva madre dunque (nel più disteso ritratto tracciato dalla Christie), che all’accudimento minuzioso e meccanico di quel marito dimesso e silenzioso e degli innumerevoli, a volte recalcitranti bersagli della sua gentilezza non sa, non immagina neppure di poter e dover abbinare il tentativo di comprenderne e considerarne la personalità; cattiva madre che, nell’efficace sintesi offerta alla Marple dalla vivace tuttofare Cherry Baker (un’ottima Wendy Morgan) “teneva bene la casa e faceva da mangiare” allo scialbo signor Badcock senza, però, “interessarsi mai di ciò che lui sentiva o pensava… Con una moglie così, un uomo si sente molto solo”.

Cattiva madre che non ha figli suoi e uccide quelli altrui prim’ancora che vedano la luce – senza peraltro volerlo o sospettarlo neppur lontanamente, per una sorta d’inevitabile ed esiziale effetto collaterale della sua soffocante caratura psicologica…

Un’Angela Lansbury arcinvecchiata – a tratti con effetti quasi grotteschi – è poi naturalmente Miss Marple: una Miss Marple per una volta non troppo simpatica e in fondo abbastanza distante dall’invenzione christiana (quest’attempata e legnosa miss di campagna fuma sigarilli, tanto per dirne una, ed emerge dall’intrico lussureggiante di rampicanti e piume delle Pampas che circonda e assedia il suo cottage un po’ come le streghe delle favole…).

Ed è singolare che nel film a risultar più riusciti – ad apparir più fedeli agli originali tanto nel fisico quanto, soprattutto, nel morale – siano quasi invariabilmente i personaggi minori, le figure più o meno di sfondo: la ciarliera, implacabile Heather, la riflessiva Cherry (nella versione italiana setosamente doppiata da Simona Izzo), la florida signora Bantry  (una massiccia Margaret Courtenay)…

Un’impeccabile Geraldine Chaplin veste poi i panni di Ella Zielinsky, viso tragico e occhi tristi, che nel film come nel libro s’illude di tener sotto scacco l’omicida e finisce ammazzata nel bagno di casa, mentre l’acuto ispettore Dermot Craddock è un eccellente Edward Fox: perfetti i duetti con la zietta Marple costretta in poltrona nell’angustiante salottino in cretonne, dove quasi ogni centimetro quadrato è ricoperto di stoffe a fiori e ricorda un po’ i bagni orrendi anni ’70 di Propaganda Live – come, del resto, ossessivamente tappezzate appaiono anche le stanze di Gossington Hall…

E ben condotto il confronto tra il poliziotto e un’angosciata Marina Gregg, trucco accentuato e monumentale negligé avorio (a proposito, gli spiazzanti costumi sono della due volte premio Oscar Phyllis Dalton): dall’iniziale, svagato distacco della battuta d’apertura – con lei che osserva sognante dalla finestra il tuttofare che falcia l’erba e commenta dolcemente “quell’uomo si sta dedicando a quel prato con tanto amore…” – alla falsa esibizione d’isterico sgomento (smascherata all’istante dall’ispettore cinefilo) fino alla conclusiva, rassegnata e quasi divertita pacatezza del congedo (“Lei non l’ha bevuta, però…”).

And the winner is…: il libro, per me uno dei capolavori della Christie, vince senza sforzo sul piano contenutistico, con una trama spiazzante ricavata da un fatto realmente accaduto all’attrice Gene Tierney (in cui l’indizio cruciale è nascosto con tanta abilità da risultare davvero a prova di solutori più che abili) e su quello formale, con l’adorabile stile christiano qui al suo meglio e tutte le appaganti descrizioni degli ambienti e dei personaggi.

Però il film, pur peccando a tratti di grossolanità (con quelle brutte parole messe in bocca alle attrici che la Christie avrebbe certo disapprovato…) e d’una generale opacità, ha qualche momento davvero divertente e risulta nel complesso godibile.