Gialli Classici

Un cavallo per la strega di Agatha Christie, Anno 1961

Giu 23, 2017 Paola Rocco
Trama 90
Suspense 80
Scrittura 100
90
Il nostro voto 90

Un cavallo per la strega è un romanzo interessante. Intanto, fa parte dei (non moltissimi) gialli della Christie in cui non compaiono i suoi investigatori accreditati, Hercule Poirot e Miss Marple, e dei molti aventi per sfondo la solo apparentemente sonnolenta e serafica campagna inglese.

Poi ci troviamo all’inizio degli anni Sessanta, lo s’intuisce dalle concessioni dell’autrice alle nuove mode (“Ginger… indossava l’uniforme della corporazione degli artisti londinesi: pantaloni di cuoio, un maglione lungo e largo e calze nere di lana…”;); e a investigare è Mark Easterbrook, pure lui intellettuale londinese, autore di saggi d’argomento esotico e, in apertura di sipario, almeno all’apparenza felicemente sistemato con l’ereditiera Hermia Redcliffe.

Sul rimbalzo di un’osservazione udita per caso, Mark – che da buon intellettuale della swingin London è anche amico di Ariadne Oliver, la scrittrice di gialli geniale e distratta con cui ogni tanto la Christie si diverte a mettere in scena sé stessa – comincia a interessarsi dell’assassinio del reverendo Gorman, un anziano pastore chiamato d’urgenza al capezzale d’una donna che gli si rivolge parlandogli di grande malvagità e che viene ucciso subito dopo, in un crepuscolo di nebbia.

Scritto su un pezzetto di carta che il sacerdote s’è infilato in una scarpa per salvarlo dalla trascuratezza della sua perpetua – che lo fa andare in giro con le tasche bucate – e forse per questo sfuggito anche alla perquisizione dell’assassino, spunta un elenco di nomi, rivelati al reverendo dalla defunta prima di spirare. E tutti hanno una cosa in comune: la morte. Invariabilmente per cause naturali, certo, però, complici appunto una serie di circostanze casuali, Mark inizia a sospettare che possa esserci dell’altro.

E cioè che dietro queste morti si nasconda un’organizzazione specializzata nella soppressione di esseri umani: e che il quartier generale di quest’organizzazione sia Il Cavallo Pallido, una casetta nel villaggio di Much Deeping che è in realtà un’antica locanda, trasformata in abitazione dalle  tranquille vecchiette che ci vivono.

Che sono, nell’ordine, Thyrza Grey, capelli grigi, naso aquilino e occhi azzurri penetranti: in pratica la strega delle favole, il cervello del gruppo e la prima a esporsi con Mark reclamizzando la sua merce, esibendo cioè la propria capacità di provocare, naturalmente dietro compenso, la morte a distanza.

Poi ci sono Sybil Stamfordis, l’unica a poter vantare riconosciuti poteri medianici, e Bella, la cameriera silenziosa e ghignante che completa il sinistro terzetto (“aveva un volto informe… pareva abbozzato nella plastilina dalle mani inesperte d’un bambino”).

Dopo una posticcia ritrosia iniziale, le tre si spingeranno fin quasi a gloriarsi di poter provocare a distanza la morte di chicchessia, grazie a un cocktail imprecisato di antiche suggestioni e moderne conquiste scientifiche che starà a Mark smascherare.

Evidente fin dall’inizio nel libro l’importanza del tema delle streghe: non a caso il titolo italiano sarà appunto Un cavallo per la strega, in omaggio alla campitura per così dire esoterica della storia e a svantaggio del titolo inglese, più semplicemente The Pale Horse.

E magistrale la sua introduzione a opera di Mark e Hermia, che, chiacchierando con l’amico David d’una rappresentazione del Macbeth cui hanno appena assistito, sollecitano da parte di quest’ultimo il primo, sinistro rintocco del motivo di fondo: “Io so come rappresenterei le streghe, se dovessi mettere in scena uno spettacolo… le rappresenterei come persone comunissime. Tranquille vecchiette scaltre”.

Al motif delle streghe e della malvagità insita negli esseri umani e solo all’apparenza sottomessa e imbrigliata da ragione e civiltà (ma in realtà in perenne attesa di scatenarsi di nuovo: si veda la chiacchierata in canonica, con le digressioni della Oliver sulla natura del maligno e le pacate, sconcertanti osservazioni della moglie del vicario) l’autrice affida con successo il potenziale inquietante dell’intreccio.

Sullo sfondo un’Inghilterra di volta in volta campagnola e disimpegnata – con le feste paesane, il tè all’ombra degli alberi, le chiacchiere tra amici – o ambiziosamente londinese, con i bar di Chelsea, il Macbeth all’Old Vic, i negozi di fiori; il tutto nell’inconfondibile stile della Christie che tanto piaceva a Truman Capote: una sorta di sommesso, elegante, sorridente chiacchiericcio solo superficialmente convenzionale e svagato, come solo superficialmente convenzionale e svagata era lei stessa.

Divertente benché prevedibile la svolta rosa tra Ginger e Mark, anticipata dalle infastidite riflessioni di quest’ultimo sul conto della quasi fidanzata, l’irreprensibile Hermia Redcliffe, che non coglie l’importanza e l’urgenza dell’attuale ricerca di lui e si gioca così per sempre la possibilità di diventare quello che un po’ tutti nell’ambiente si aspettano, la sua degna compagna (“Io temo che tu non capisca quello che ti ho detto, Hermia”. “Ma sì, Mark! E’ tutto terribilmente interessante. Il tuo racconto sembra una pagina tratta dalla storia, con tutte le credenze medioevali da tempo dimenticate…”; “La osservai, seduta di fronte a me. Era così bella, così matura, così intelligente… e così… come posso dire? Sì, così maledettamente monotona!”).

Lo diventerà invece la piccola Ginger scarmigliata e sorridente, una Bridget Jones ante litteram, se vogliamo, benché necessariamente meno impacciata, ma comunque trionfante, pure lei, sull’altezzosa rappresentante dell’upper class britannica.

Editore: Mondadori
Anno: 1961