Gialli Classici

Poirot e la strage degli innocenti di Agatha Christie, Anno 1969

Set 14, 2017 Paola Rocco
Trama 70
Suspense 70
Scrittura 100
80
Il nostro voto 80

La Strage degli innocenti è uno dei romanzi della Christie in cui è possibile ravvisare somiglianze e ammiccamenti con almeno un altro paio di libri della stessa autrice. La quale, del resto, era la prima ad ammetterlo: anche se solo per bocca di Ariadne Oliver, la scrittrice di gialli massiccia e confusionaria amica di Hercule Poirot che le fa da alter ego fisico e spirituale in diversi romanzi e che in uno di questi arriva a chiedersi come possano i suoi lettori non rendersi conto di quanto, a volte, la trama d’un suo libro assomigli (pur con gli inevitabili aggiustamenti e le magistrali modifiche sartoriali proprie d’ogni grande atelier) a quella d’un altro.

Dunque: nella Strage viene uccisa una ragazzina impicciona, come ne La sagra del delitto; durante una festa in paese, come, ancora, nella Sagra (e, più alla lontana, come in Assassinio allo specchio, col ricevimento in casa dell’attrice); l’ambientazione quindi è rustica e campestre, con la Oliver e i suoi amici nei panni dei londinesi esotici, come in Un cavallo per la strega o ne Il terrore viene per posta; c’è un cadavere nascosto in un pozzo, o meglio c’è un pozzo che sembra star lì a fornire un provvidenziale ricetto a salme scomode, come il poggio coperto di fiori gialli in Addio, Miss Marple, la serra sepolta sotto la passiflora in Miss Marple: Nemesi e il gazebo nel bosco, di nuovo nella Sagra, che non a caso è il romanzo che più strettamente sembra ricordare personaggi e situazioni della Strage.

Anche qui c’è la signora Oliver, e di lei l’autrice, attraverso gli occhi e i pensieri di Poirot, traccia un (auto)ritratto affettuosamente ironico: “…Rifletté… che ogni volta che aveva incontrato la Oliver, per caso o su appuntamento, le mele non avevano tardato a fare la loro comparsa. Ariadne stava mangiando una mela, o ne aveva appena mangiata una – e lo testimoniava un torsolo annidato sul suo ampio seno – oppure aveva in mano un sacchetto di mele…”.

E anche in questo caso la Oliver viene invitata a partecipare a una festa paesana: nello specifico, alla Festa dell’Undici più, dedicata ai bambini che, terminate le elementari, sono sul punto d’intraprendere la scuola secondaria. Così come, ne La sagra del delitto, sempre a lei e alla sua inesauribile inventiva ricorrono i padroni di casa di Nasse House, per movimentare la fiera di beneficenza che stanno mettendo su con un’originale ‘Caccia all’assassino’.

In entrambi i gialli la vittima è poi una ragazzina dalla lingua troppo lunga: la pettegola Marlene Tucker ne La sagra del delitto, l’indisponente Joyce Reynolds ne La strage degli innocenti. Ed è la stessa Ariadne, in quest’ultimo, a rifiutare con comprensibile ripugnanza l’idea, ventilata con macabra simmetria proprio da Joyce, di rallegrare la festa con un delitto di sua invenzione, come appunto  s’era lasciata convincere a fare a Nasse House, con esiti tanto tragici (“… dovremmo farvi fare qualcosa collegato alla vostra specialità. Mettere in scena un omicidio alla festa di stasera…”; “No, grazie – rispose la signora Oliver – Mai più”).

In entrambi i casi, naturalmente, l’uccisione dell’impicciona di turno darà il via alle minuziose indagini dell’ineffabile Hercule Poirot, chiamato com’è ovvio in soccorso dall’agitatissima Ariadne, con l’inevitabile risultato di assicurare l’assassino alla giustizia.

Col suo scioglimento un po’ in bilico tra il feuilleton e un horror di provincia – l’agnizione finale, con quella figlia ritrovata e il tentato sacrificio al pozzo dei desideri, e tutto il complesso pasticcio della ragazza ‘opera’ scomparsa e del testamento vero o falso – La strage degli innocenti pur non potendo ascriversi, magari, agli intrecci più riusciti della regina del giallo, ha però dei punti di forza.

E il principale, forse, sta proprio in quell’atmosfera autunnale, rarefatta e nitida insieme, che avvolge la campagna inglese e ne sfuma i contorni e che la Christie tratteggia così vividamente: i preparativi per la festa dell’Undici Più, con le zucche verdi e gialle e i travestimenti con parrucche e baffi finti, le ragazzine ridacchianti e la ‘strega del villaggio’, la bonaria Mrs. Goodbody, abbigliata per l’occasione col nuovo cappello a pan di zucchero donatole del parroco (“Anche i cappelli delle streghe si consumano, sapete…”, spiegherà la donna all’attonito Poirot, in uno dei dialoghi cruciali del libro); la casa bella e un po’ anonima dell’autoritaria Rowena Drake, che a dispetto del suo mobilio elegantemente austero (“Non sembra un posto dove si possa commettere un delitto”, osserva infatti la Oliver; e “che istinto infallibile ha questa donna” commenta l’investigatore tra sé) vedrà consumarsi la morte di una ragazzina appena tredicenne, affogata nel secchio colmo d’acqua destinato al gioco delle mele.

E ancora il fascino arcano di quel grande giardino, misterioso e pieno di segreti, strappato alla roccia dal genio dell’enigmatico architetto Michael Garfield, dove Poirot incontra per la prima volta sia quest’ultimo che la giovane Miranda, sorta di esile spirito guida che gli farà strada, infatti, attraverso l’intrico degli arbusti, fino alla grande casa di pietra grigia dove lo aspettano per il tradizionale, rassicurante tè delle cinque; e tutto il fiabesco apparato di mele rosse, zucche ghignanti, lampadine colorate, manici di scopa variopinti e sfere di cristallo poggiate con noncuranza sulla mensola del camino, sul cui fascino casereccio e un po’ ingenuo la brutale uccisione della piccola Joyce risalta con magistrale crudezza.

Guarda un po’ cosa va a succedere in questi tranquilli paesini di provincia, sembra suggerire, come sempre, l’autrice; la stessa Christie che, per bocca di quella candida, impietosa vecchietta che è Miss Marple – pure lei abituata a non lasciarsi scioccamente confondere e a misurarsi col male ovunque esso si annidi – ama così spesso sottolineare che “la natura umana è la stessa ovunque si trovi” e la cui vicenda esistenziale, svoltasi tutta o quasi all’ombra del tranquillo villaggio di St. Mary Mead, ha tuttavia contribuito a renderla irriducibilmente sicura che il Diavolo si nasconda anche e soprattutto là dove meno plausibili appaiono le sue opere.

“Il Male agisce ovunque sotto il sole” dirà, in un altro libro, pure Poirot.

E di questa consapevolezza radicata e profonda – la filosofia di vita, potremmo dire, dell’autrice stessa, così schiva e ritrosa, così poco fiduciosa nella benevolenza del prossimo, pur dopo il successo e la fama che le riunivano attorno in ogni occasione schiere di fan adoranti – appare permeato tutto l’intreccio della Strage degli innocenti; in cui, appunto, una ragazzina può venire uccisa durante una festa, e un’altra sfiorare la morte per mano d’una persona a cui vuole bene.

Gli innocenti, alla fine, saranno preservati: poiché la stessa Joyce, in realtà, innocente non può dirsi del tutto, con la sua inclinazione alla menzogna e quel carattere così indisponente.

E fa parte dell’impietoso sguardo che la Christie getta sul mondo il fatto che della sua morte nessuno, in fondo, a parte gli addolorati genitori, si rammarichi davvero: e che Poirot non incontri troppe difficoltà nel tentare di lacerare il velo di rispettosa ipocrisia che sempre avvolge chi è morto, come un posticcio sudario.

Anno: 1970
Traduzione: Arnaldo Sole
Editore: Mondadori