Gialli Storici

L’uomo di Calcutta di Abir Mukherjee, Anno 2018

Ott 11, 2018 C.A. Brera
Trama 100
Suspense 94
Scrittura 100
98
Il nostro voto 98

L’INDIA DI 100 ANNI FA IN UN ROMANZO DEGNO DEI GRANDI CLASSICI

Abir Mukherjee, autore britannico di origini indiane, esordisce con un raffinatissimo giallo storico. Per certi versi, lo scrittore stesso ricorda un personaggio scaturito dalla penna di E.M. Forster (1870-1979), e questo vuol essere un complimento. Forster, autore di Passaggio in India, romanzo del 1929 da cui nel 1984 è stato tratto un magnifico film, racconta di un giovane medico
indiano, fiero della propria millenaria cultura ma, al tempo stesso, tremendamente affascinato dalla moderna e dominante società dei coloni inglesi.

Con simile dualismo Mukherjee, nato nel 1974 a Londra da genitori immigrati e cresciuto in Scozia, desidera non dimenticare quel passato angloindiano che fa parte del suo DNA culturale. Un passato scomodo, non ancora del tutto metabolizzato nell’odierno Regno Unito e nelle ex colonie.

Le analogie con Passaggio in India quindi non si fermano all’autore e a un’impressione sentimentale. L’uomo di Calcutta è ambientato nel medesimo contesto storico-geografico del romanzo di Forster. Periodo tumultuoso e controverso, teatro di grandi transizioni in Oriente e non solo.

Siamo nel 1919 a Calcutta. Il cadavere di un uomo in smoking viene trovato in un gullee, vicolo cieco e buio della Città Nera. Sam Wyndham, capitano della polizia di Sua Maestà, ex detective di Scotland Yard reduce dalla Grande Guerra, interviene sul luogo e rimane colpito da alcuni dettagli. La vittima, in elegante suit occidentale, ha in bocca un foglio accartocciato su cui è scritto un avvertimento in lingua bengalese: “il sangue inglese scorrerà per le strade. Andate via dall’India”. Il testo minatorio é stato compilato su carta di alta qualità, del genere che si trova negli hotel di lusso dove, di norma, i rivoluzionari bengalesi non soggiornano. Come mai quel “burra sahib”, cioè un distinto uomo bianco, è finito ammazzato tra i fatiscenti edifici di un sordido quartiere?

Wyndham, giovane militare dal passato difficile, indaga avvalendosi della collaborazione dei suoi sottoposti, tra cui serpeggiano rivalità e insoddisfazioni personali. Il crescente dissenso politico nelle colonie dell’Impero, il cui esito storico conosciamo bene, fa da sfondo a questo giallo dove gli avvenimenti sociali non sovrastano l’unicità di alcuni protagonisti. Scopriamo che la ricerca della propria singolarità, alienata dal sistema, non è soltanto un fenomeno dei nostri tempi.

Il cinico pragmatismo di Wyndham e l’arroganza inglese sono contrapposti ai modi delicati, signorili, del brillante e arguto sergente bengalese Banerjee. Il giovane Banerjee sembra un intellettuale più che un poliziotto; educato e composto è però dotato di indole tutt’altro che remissiva, non a caso il suo primo nome è Surrender-not che potremmo tradurre in “arrendersi mai”. D’altronde, se diamo retta agli stereotipi che attribuiscono a un gentleman qualità come il sottile humour e l’aplomb, dobbiamo guardare più alla flemmatica consapevolezza dei bramini indiani che alla bellicosità degli eroi Anglosassoni. Non è di sicuro una coincidenza. Il sergente bengalese è il personaggio più emblematico del romanzo. Incarna anche lui, come l’autore, la bivalenza della cultura angloindiana: da una parte il rispetto verso l’Impero portatore di progresso, dall’altra la fedeltà viscerale nei confronti del proprio popolo bisognoso di autodeterminazione.

Nella Calcutta coloniale, uomini di grande levatura rimanevano ai margini della società, o comunque subordinati agli inglesi, per motivi razziali. Tuttavia gli occidentali non restavano -e non lo fanno oggi- indifferenti al loro fascino e all’appeal di una struggente e contradditoria India, dove tutti vanno in giro con l’ombrello come a Londra, ma per ripararsi dal sole più che dalla pioggia. Una terra complessa, povera ma ricca, calda e sensuale, in cui le prostitute hanno nomi di dee. Un popolo dignitoso anche di fronte alle avversità, abituato a essere sempre sull’orlo della distruzione e della rinascita.

Ad Abir Mukherjee auguriamo la stessa fortuna letteraria di E.M. Forster, autore di molti altri capolavori del Novecento, alcuni dei quali prestati al cinema, come Camera con vista e Casa Howard. Il genere è diverso ma la sensibilità narrativa è su quella stessa lunghezza d’onda.

Traduzione: Alfredo Colitto


Editore: SEM

Anno: 2018