Interviste

Le 10 canzoni di: DAVIDE PAPPALARDO The Soundbooktrack

Ott 27, 2016 Manuel Figliolini

Siciliano di nascita, nel 2015 pubblica il suo primo romanzo per Nerocromo “Milano Pastis”, con il quale ha vinto una menzione di merito alla IV edizione del Concorso Letterario Internazionale IL PICCHIO. Ora è in tutte le librerie con il suo secondo romanzo “Buonasera (signorina)” edito da Eclissi. Ecco le 10 canzoni di Davide Pappalardo.

Buonasera (signorina), Fred Buscaglione: perché, pur essendo la canzone meno da “duro” di Fred Buscaglione, era la preferita di Libero Russo, il protagonista del mio romanzo (Buonasera signorina, per l’appunto). Tra l’altro, Leo Chiosso, che scriveva le canzoni di Buscaglione, era un avido lettore di hard boiled americani, con gangster, locali di dubbia reputazione e bulli di tutte le risme. Ok, lo so, risposta da “paraculo” finalizzata a promuovere il mio romanzo. Lo confesso. Mi arrendo.

Don’t stop me now, Queen: perché mi dà sempre una bella carica di adrenalina e i riff di chitarra di Bryan May solleticano le mie endorfine. Ma ne potrei inserire altre 50 dei Queen e tra queste, impossibile non citare, l’esplosione di note di Bohemian rhapsody.

Che vita, Samuele Bersani: perché il passaggio “A cosa servono i palloni incastrati sotto le marmitte a ricordare quando fuori si giocava fra le 127” (la punteggiatura nelle canzoni non c’è, quindi non prendetevela con me per questo motivo) sembra quasi stia parlando di me e dei miei amici. Mi ricorda la bella infanzia vissuta alla falde dell’Etna, a S. Venerina, sul finire degli anni ’80, quando si giocava a pallone dal pomeriggio all’eternità, la porta era un garage, il terreno di gioco la strada e i limiti erano costituiti dalle macchine parcheggiate, ma le partite sembravano quelle di Champions che allora si chiamava Coppa dei Campioni.

La Locomotiva, Francesco Guccini: perché ha accompagnato gli anni della mia militanza politica, soprattutto i primi, e perché spero che non si spenga mai negli esseri umani la voglia di lanciarsi, con coraggio e determinazione, contro l’ingiustizia, in ogni parte del mondo e in ogni tempo.

Should i stay or should i go, The Clash: forte, potente. I Clash, negli anni del thatcherismo, rappresentarono un cuneo di rottura dello status quo. Oggi la fortunata serie tv Stranger Things ha riportato in luce nella mia memoria proprio questo brano. Gli autori hanno compiuto la scelta di legarlo a due ragazzi, per cui parteggiavo, due personaggi non facilmente amalgamabili con gli altri abitanti del paesotto dello stato ultra conservatore dell’Indiana in cui è ambientata la serie.

img-20161016-wa0005Be my baby, Ronettes: perché in fondo sono un inguaribile romantico, perché si fa un bel tuffo nei sixities, perché si sente nelle sequenze di apertura di Mean Streats di Scorsese, ambientato nelle strade popolate dai duri di Little Italy, o forse, più prosaicamente, perché mi rimbalza nel cervello come musica di uno sport pubblicitario degli anni ‘90, non ricordo se di jeans, lamette o sciampo.

La leva calcistica del 68, Francesco De Gregori: sul significato di questa canzone se ne sono dette di cotte e di crude, si va dalla crisi dei sessantottini a improbabili biografie di calciatori. Io vi dico cosa vuol dire per me che sono un insicuro cronico. L’aver paura di tirare quel calcio di rigore rappresenta la mia quotidianità. Non occorre aver paura però, bisogna ricordarlo sempre, perché non è mica da questi dettagli che si giudica un giocatore. Un giocatore si giudica dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia, no?

Gli Anni, 883: a molti potrà sembrare blasfemo, ma qualcuno deve pur dirlo che gli 883 nel raccontare la banalità della vita quotidiana ci piacciono (ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo). E poi gli Anni mi fa pensare agli anni d’oro del grande Real che io identifico con quelli dell’Acireale in serie B invece che con queli della squadra del Buitre, agli anni delle immense compagnie, in motorino sempre in due, del tranquillo siam qui noooooooi.

Nevermind, Nirvana: perché negli anni ’90 tutto era grunge. Il mio Liceo di Acireale (Scientifico Archimede Okkupato) era grunge, Catania era la Seattle d’Italia, io fingevo di saper suonare il basso (ma già da allora avevo un talento innato solo per l’inadeguatezza) e non ero per nulla grunge (e non ho ancora capito il significato di grunge), ma un po’ di contaminazione sarà rimasta, o no?

Ultravixen e Peppe Giuffrida: che non sono due canzoni ma rispettivamente un gruppo italiano Avant Punk e un cantautore. I primi utilizzano suoni graffianti e cattivi, come spero possano essere i miei libri, il secondo è un menestrello irriverente, un po’ un Rino Gaetano dei giorni nostri. Alessio Grasso, voce e chitarra degli Ultravixen e Peppe Giuffrida, hanno unito i loro percorsi musicali e stanno scrivendo un pezzo ispirato al mio primo romanzo, Milano Pastis.

Grazie a Davide Pappalardo e buona fortuna con il suo ultimo romanzo.