Thriller

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Anno 2017

Set 11, 2018 Gabriella Grieco
Trama 100
Suspense 60
Scrittura 74
78
Il nostro voto 78

LA FONTE RISTORATRICE DOPO UNA LUNGA SCALATA

Avete mai scalato una montagna? Avete mai sudato e imprecato sotto il sole che picchia lungo un sentiero in salita, chiedendovi chi mai ve l’abbia fatto fare, pensando a ogni passo: “ora mollo, ora basta, torno indietro”? E siete mai arrivati fino in cima, fino a quella maledetta irraggiungibile vetta? E avete mai bevuto, respirato, goduto il fantastico panorama che finalmente si dispiegava davanti ai vostri occhi, ripagandovi di ogni stanchezza?

Ecco, se l’avete fatto saprete cosa intendo quando paragono questo romanzo alla scalata di una montagna. È un testo disagevole, a volte ostico. Ti induce a pensare: “ora mollo, ora basta, torno indietro”. Eppure… Eppure c’è qualcosa che non te lo fa abbandonare, la sensazione che sì, ci sarà un panorama da urlo, alla fine. Devi solo resistere, poi avrai la tua ricompensa.

Faccio un rapido passo indietro. Io amo la scrittura di Carofiglio. È veloce, essenziale. La sua narrazione ha un ritmo sincopato e incalzante, è composta di frasi brevi e incisive. Non c’è una parola di troppo, nei suoi libri. Da questo punto di vista, la scrittura di Pegorini non mi è piaciuta. Ripete più volte lo stesso concetto, in modi diversi ma lo stesso concetto; compie lunghe descrizioni di azioni, che a me però sembrano solo una inutile ripetizione. È una scrittura barocca, che si compiace di se stessa, e indulge eccessivamente nella reiterazione dei concetti. Se l’autore avesse asciugato il testo, tagliando senza pietà, sarebbe stato molto più godibile. Anche la suspense, molto penalizzata proprio da queste ridondanze, ne avrebbe guadagnato.

Non mi sono piaciuti – ma qui si va nella mia anima più profonda di correttrice di bozze – i vari refusi che si trovano un po’ troppo di frequente per un libro ben curato ed editato e che a volte diventano veri e propri incidenti di percorso, sfiorando l’errore grammaticale. Data la perizia dimostrata dal Pegorini nell’adoperare le parole, credo che questi errori/refusi siano proprio da imputare a una eccessiva prolissità.

Non mi è piaciuto, in particolare, il lungo discorso che fa pronunciare al protagonista Fabio Salvi quando incontra il suo antagonista in amore, Saro Mastrosimone. Trovo che sia altamente improbabile che un uomo ubriaco marcio, a stento in grado di reggersi in piedi, possa pronunciare un discorso così articolato:

Non preoccuparti, non voglio proprio niente. Sono qui solo per dirti una cosa. Io non ho il tuo viso eternamente rasato alla perfezione, non ho i tuoi occhi azzurro ghiaccio che ammaliano, non ho il tuo sorriso che incanta e confonde, non ho i tuoi capelli pettinati da star, non ho il tuo fisico lavorato in palestra alle quattro del pomeriggio. Io ho la barba sfatta, gli occhi che si chiudono, i miei capelli sono arruffati, lo stomaco disegnato dall’alcol. Io non sono come te. Però, se guardo appena un poco più in là, se scrosto con le unghie della mente e vado oltre all’apparenza, mi rendo conto che non sono neppure un falsario di sentimenti, uno che mente a famiglia e amici, un piccolo ometto che lucra sulle vita degli altri e da parassita qual è aspetta solo le debolezze altrui. Io ho macchie di sudore sulla camicia, il sudore del lavoro, dell’onestà. Sono spaventosamente mediocre, è vero. Io non sono come te. E ti dico: per fortuna.

Qui, a mio parere, l’autore ha peccato in modo serio. Ha, in un certo qual modo, tradito il patto di verosimiglianza stretto con il lettore. Fin qui, quello che non mi è piaciuto. Ma mi sembra evidente, visto che poi sono arrivata alla fine, che il libro mi sia piaciuto molto, a partire dalla copertina. Per me la cover è importante, è un biglietto da visita del libro che ha il compito di attirare in prima battuta. In questo caso si presenta molto elegante. È bella la preponderanza di nero su cui si affaccia la ragnatela grigia, a malapena cerchiata di giallo.

La stessa fine eleganza cromatica che si ritrova nella sigla della Casa Editrice in basso. Ma pensiamo al romanzo. Prima di tutto c’è da dire che, laddove Pegorini si è lasciato andare alla tensione della scrittura senza andare tanto a ricercare le diverse possibilità di esprimere un concetto, è emerso il ritmo incalzante che a me piace tanto. Questo accade specialmente nelle ultime trenta/quaranta pagine, davvero il clou di un romanzo congegnato alla perfezione.

Ho apprezzato anche l’uso non facile e poco comune del tempo presente. Credo sia la prima volta che lo trovo in un giallo. Inizialmente sono rimasta spiazzata, mi sembrava troppo ardito, come se l’autore volesse prendermi in giro raccontando una storia nel preciso momento in cui si svolge. Però, e qui si manifesta la sua perizia, è stata una scelta felice.

Eh sì, perché al di là delle pecche che ho riscontrato, devo dire che l’autore è veramente bravo. Ha creato una storia intricatissima, ricca di personaggi, piste, colpi di scena, indizi e contro indizi, insomma un vero giallo con tutti gli ingredienti giusti. È un artista del depistaggio, caratteristica che ho apprezzato moltissimo. I personaggi sono tutti perfetti, senza nessuna sbavatura (insomma, quasi nessuna), le situazioni sono credibili, lo stile nel linguaggio è appropriato, e a volte raggiunge vette di bellezza commovente. Quel “cielo impolverato di stelle” di pag. 112 è stato un vero tiro mancino alla mia severità di giudizio. Nella mia lunga carriera di lettrice ho visto un sacco di cieli spolverati di stelle, ma impolverati, mai!

In conclusione, se invece di 175 le pagine fossero state una cinquantina in meno donando una maggiore tensione al testo, avrei parlato di un libro che, per i miei gusti, si avvicina molto all’ottimo.

P.S. Non c’entra nulla, ma ho molto apprezzato l’ambientazione sul lago di Endine, in Val Cavallina. Per uno degli strani casi della vita, quel lago e quella valle sono la mia meta ideale, la mia Shangri-La.

Editore: Nerocromo
Anno: 2017